DOMENICA V DI QUARESIMA – C

Sui deserti vola lo Spirito:

ecco tutto è in germoglio.

Sull’arido suolo di sudore

avanza mite il Servo.

Nella quiete del Tempio,

stillano miele le sue labbra.

Ecco quelli che gridano,

trascinando una donna.

Sulla polvere scrivi la vita,

contro pietre dure di odio,

scagliate gli uni agli altri,

crei in noi un cuore puro.

Lacrime di conversione

purificano ogni uomo,

lavando, nell’amore,

i piedi gli uni agli altri.

PRIMA LETTURA                                            Is 43,16-21

Dal libro del profeta Isaìa

16 Così dice il Signore,

che aprì una strada nel mare

e un sentiero in mezzo ad acque possenti,

17 che fece uscire carri e cavalli,

esercito ed eroi a un tempo;

essi giacciono morti, mai più si rialzeranno,

si spensero come un lucignolo, sono estinti:

Per confermare la sua promessa di liberare Israele dalla schiavitù babilonese, il Signore ricorda le imprese compiute nella redenzione dalla schiavitù egiziana: l’apertura del mar Rosso, le cui acque possenti travolsero l’esercito egiziano.

Esso è elencato in carri, cavalli, esercito ed eroi, ma in realtà sono tutti un lucignolo, che a contatto con l’acqua si spegne.

Vi è una netta contrapposizione tra il Signore e i potenti della terra.

Al contrario, anche se i suoi sono simili a un lucignolo fumigante e a una canna incrinata (cfr. Is 42,3) essi sono dal Cristo rianimati.

18 «Non ricordate più le cose passate,

non pensate più alle cose antiche!

Non ricordate più. Le cose passate e antiche non siano più l’oggetto del vostro memoriale e della vostra riflessione come nella pasqua antica.

19 Ecco, io faccio una cosa nuova:

proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?

La cosa nuova si contrappone alle molte cose passate, antiche.

Essa germoglia ora. Questo è un termine che designa il Messia (cfr. Is 4, 2; Gr 23,5; 33,15: il Germoglio).

Non ve ne accorgete? (lett.: non la conoscete?) tutto nelle Scritture lo proclama e la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti (Rm 13,11). Tutto porta a scorgere il suo pieno manifestarsi.

Il ritorno dall’esilio babilonese non è un’impresa tale che faccia dimenticare le meraviglie dell’Esodo (Israele infatti continua a celebrare la pasqua che ricorda la liberazione egiziana); invece la presenza di Gesù e la sua Pasqua fanno dimenticare le altre parziali redenzioni e diviene il nostro memoriale, come Lui stesso ci comanda.

Da qui comprendiamo che in Lui solo si realizzano queste parole.

Aprirò anche nel deserto una strada,

immetterò fiumi nella steppa.

20 Mi glorificheranno le bestie selvatiche,

sciacalli e struzzi,

perché avrò fornito acqua al deserto,

fiumi alla steppa,

per dissetare il mio popolo, il mio eletto.

21 Il popolo che io ho plasmato per me

celebrerà le mie lodi».

Deserto e steppa sono simboli della situazione dell’umanità e indicano smarrimento e aridità, segno di fame e di morte. Il Cristo, inserito nella realtà umana, diviene la strada da percorrere e da Lui sgorgano torrenti d’acqua viva, come Lui stesso dice in Gv 7,37-39: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno». Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato.

Mi glorificheranno le bestie selvatiche, i benefici arrecati al suo popolo si riverseranno sull’intera creazione, secondo l’insegnamento apostolico espresso in Rm 8,19-21: La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.

Lo scopo della redenzione è quello di celebrare le sue lodi. Non si può infatti lodare Dio finché si è nella schiavitù. Solo chi è liberato dalla morte può celebrare le sue lodi. Per questo il Signore affretta la redenzione perché vuole essere lodato. Egli non vuole che restiamo nel nostro peccato e nella morte. Questa è la speranza di redenzione per tutta l’umanità: il Signore da tutti vuole essere lodato.

Fondamento di questa lode è il suo Cristo (la cosa nuova). In virtù sua tutto il passato è dimenticato sia nelle imprese gloriose di Dio come nel nostro peccato. Così Paolo dimentica le cose precedenti, così Gesù non condanna l’adultera dandole un perdono assoluto, che impedisce un ritorno allo stato precedente.

 

Note

«Dio non compie cose nuove se non una cosa sola nuova: Gesù. È la cosa nuova che non permette di fare confronti e il ricordo è solo per cogliere la profezia su Gesù. Ma non è un ricordo il cui confronto è sostenibile ed è per questo che non si parla del peccato: Il ricordo è il ricordo dell’opera divina che è credere (cit. di Gv 6,29: «questa è l’opera di Dio, credere in colui che egli ha mandato»)» (D. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 23.3.1980).

«Questa cosa nuova che il Signore fa è la Pasqua. Vanità delle vanità tutto è vanità, non c’è niente di nuovo sotto il sole, dice il Qohelet. Finalmente il Signore crea questa nuova creatura: Cristo Risorto. Egli non appartiene più al passato, alla corruzione, alla morte, alla umiliazione, al peccato.

Questa vita nuova di Cristo Risorto scorre nelle nostre vene per mezzo dello Spirito, noi siamo morti alle cose di prima, siamo già con sepolti con Cristo nella vecchia creatura, uomo vecchio, siamo risorti con lui e sedenti con lui alla destra» (appunti di d. Pierluigi Castellini).

SALMO RESPONSORIALE                                Sal 125

R/.       Grandi cose ha fatto il Signore per noi.

Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,

ci sembrava di sognare.

Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,

la nostra lingua di gioia.                      R/.

Allora si diceva tra le genti:

«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».

Grandi cose ha fatto il Signore per noi:

eravamo pieni di gioia.             R/.

Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,

come i torrenti del Negheb.

Chi semina nelle lacrime

mieterà nella gioia.      R/.

Nell’andare, se ne va piangendo,

portando la semente da gettare,

ma nel tornare, viene con gioia,

portando i suoi covoni.                       R/.

SECONDA LETTURA                                        Fil 3,8-14

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Fratelli, 8 ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo

Lo sguardo dell’Apostolo si allarga a tutte le cose e le stima tutte una perdita. Il saggio Qohelet stima tutto vanità e vanità delle vanità (1,1), l’Apostolo valuta tutto una perdita per l’eminente conoscenza di Cristo Gesù, per quella conoscenza incentrata su Cristo che supera ogni conoscenza e che si fonda sulla sua manifestazione.

Se infatti Egli non si manifestasse, nessuno potrebbe conoscerlo. Questa conoscenza è comunicata dallo Spirito Santo ed è voluta dal Padre come dice lo stesso Signore: «Nessuno viene a me se non è attirato dal Padre» (Gv 6,44).

Mio Signore, Paolo mette in luce il rapporto personale che lo lega a Cristo, definito Signore. Allo stesso modo Tommaso giunge a questo grido di fede vedendo il Signore risorto: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).

Questa centralità di Cristo nella sua vita lo porta a ripetere quanto ha già detto precedentemente: a causa del quale mi sono lasciato privare di tutte quelle cose senza più di nuovo riprenderle e le stimo sterco (skubala). L’espressione è forte. Ha chiamato gli eretici cani e la loro circoncisione sfregio, ora chiama sterco quello di cui essi si vantano e che egli ha rigettato per guadagnare Cristo. Ecco il centro di tutto. Di fronte a Lui tutto vanifica. La Legge lo contiene simbolicamente, venuto Lui cessa il simbolo; non posso più cercare il simbolo quando scorgo la realtà.

9 ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede:

Ed essere trovato in lui. «Essere trovato cioè esistere, essere in Cristo, cioè nella fede, nella grazia e nella Chiesa di Cristo. Così si dice degli angeli cattivi in Ap 12,8; e non fu più trovato il loro luogo nei cieli cioè furono cacciati dal cielo perché non fossero più in cielo da essere ivi trovati». (CAL p. 549).

Avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge. Chiama mia la giustizia che deriva dall’osservanza della Legge perché è la giustizia remunerativa di chi compie le opere della Legge. Ora questa giustizia non mi fa trovare in Cristo ma in me stesso e quindi mi fa essere privo di Cristo e fiducioso nella carne; ma quella che viene dalla fede in Cristo, colui che crede in Cristo, che giustifica l’empio, è giustificato da Dio. Solo attraverso la fede in Cristo passa la giustizia che viene da Dio, che è basata sulla fede. La fede è dono di Dio legato all’ascolto della sua Parola; a questa fede in Cristo, Dio ha unito la giustificazione sia come veicolo che come fondamento. Per scelta divina, che scaturisce dalla centralità di Cristo, la fede diventa il veicolo, attraverso il quale il credente è giustificato, e la base, in cui si appoggia per vivere in questa giustificazione. È chiaro che la fede è in stretto rapporto con la grazia. «La giustificazione è solo opera di Dio e la fede non è disgiunta dalla grazia, ma abbracciata da essa». (Gnilka, o.c., p. 322).

10 perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte,

È precisato in che cosa consista la sublime conoscenza di Cristo: anzitutto è conoscere Lui, il Vivente, in un rapporto personale con Lui; come ha già detto: per me vivere è Cristo e morire un guadagno (1,21). Conoscendo Cristo, quello che ora di Lui esperimentiamo per primo è la potenza della sua risurrezione, cioè lo Spirito Santo che deriva a noi dalla sua risurrezione e che nella sua potenza, per il fatto che siamo in questa carne passibile e mortale, ci mette in comunione con le sue sofferenze attraverso le situazioni della nostra vita perché la sequela di Cristo passa attraverso sofferenze e umiliazioni per amore di Cristo. Lo Spirito Santo porta l’Apostolo, vero esempio di ogni credente, a divenire conforme alla sua morte. L’impatto nostro con la morte avviene dentro alla morte di Cristo, che è il termine ultimo di questa esistenza terrena. La morte opera nell’uomo, nel cristiano opera la morte di Cristo e quindi essa non è il termine ultimo ma lo è la risurrezione.

11 nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.

Il mondo che si apre con la fede è il mondo della Risurrezione, è conformarsi alla morte di Cristo per risorgere con Lui.

nella speranza di giungere, c’è una grande umiltà perché prospetta quest’incontro come gratuito. Tutte le opere e tutto il suo operare non sono proporzionati alla Risurrezione. Però siamo nella gioia perché la Risurrezione è un regalo come Dio ci ha regalato Cristo.

Ciò che offusca la gioia è pesare i nostri meriti, invece quando ci sentiamo graziati, allora si vede che tutti possono essere graziati e non si guarda vicendevolmente ai meriti. Il Signore ci ha dato la fede e ci ha dato il Cristo e dobbiamo per questo sempre ringraziarlo sia quando lo sentiamo che quando non lo sentiamo nel cuore.

Alla risurrezione dei morti. È questa la speranza e la conclusione di quei processo conoscitivo di Cristo che scaturisce dalla sua risurrezione e, investendo ogni credente con la potenza dello Spirito Santo, lo porta a esperimentare nella sua vita di tribolazione e di persecuzione per il nome di Cristo, la comunione con le sofferenze di Cristo e quindi a sperare nella risurrezione dei morti. In tal modo la risurrezione è l’inizio e il termine di questo processo conoscitivo di Cristo, che assorbe in sé tutta l’esistenza storica dei credente, che acquista in Cristo il suo vero significato.

12 Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù.

Non ho certo raggiunto la mèta (lett.: Non che abbia già preso), potrebbe essere il premio di cui parla al v. 14, cioè la meta di questa corsa, che è la vita, non sono arrivato alla perfezione. Se per il Cristo la perfezione è la sua morte di Croce (vedi Gv 19,30: Tetelestai, è compiuto) anche per l’Apostolo e per ogni credente questa perfezione è solo al termine della sua esistenza terrena nella configurazione alla morte di Cristo.

Mi sforzo di correre (lett.: inseguo) «non dice corro ma inseguo, colui che insegue, lo sapete con quanta lotta insegua; non guarda a nessuno, respinge con grande forza chi lo impedisce, contrae in uno mente, occhi, forza, anima e corpo, a cui a null’altro se non al premio tende» (Crisostomo); per conquistarla (lett.: afferrarla), questa corsa e inseguimento sono iniziati da quando egli stesso è stato afferrato da Cristo Gesù. L’iniziativa è infatti di Cristo: è Lui che nella via di Damasco ha afferrato Paolo e questi, una volta afferrato, si è messo a correre con tutte le sue forze non più contro Cristo ma verso Cristo. Così tutti i credenti, afferrati da Cristo nel Battesimo, sono da Lui attirati a sé, ma l’essere solleciti o pigri in questa corsa, ritenersi ancora sulla via o ritenersi arrivati, dipende da loro.

Dice il Cantico: Attirami dietro a te, correremo (1,4). Se Lui attira ci è data la forza di correre e d’inseguire per afferrare, ma se noi non vogliamo o siamo pigri o ci lasciamo attrarre da qualcosa che non sia Lui non dipende da Dio ma da noi.

13 Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte,

Fratelli, esprime la sua tenerezza che li porta a riflettere su quanto dice: io stesso, per quanto mi riguarda, non penso di averlo afferrato cioè di essere giunto alla meta, il termine greco “katalabo” è stato tradotto dai padri: comprendo con un significato conoscitivo (nel testo è tradotto: averla conquistata). «Da qui, Crisostomo Hom. 3 de incomprehensibili Dei natura, rigetta i temerari errori di Eunomio che afferma che Dio può essere compreso in questa vita. Infatti, come giustamente dice Agostino in Sententiis n. 102: “in questa vita che è tutta una tentazione, non si può apprendere quella perfezione, anche per i santi più eccelsi, cui non resti ancora da salire”» (CAL p. 550).

So soltanto questo (lett.: Una cosa però), è l’uno necessario di cui parla il Signore a Marta (Lc 10,42).

Dimenticando ciò che mi sta alle spalle; «Gli avverbi indietro e davanti dividono il cammino in una parte già superata ed in un’altra ancora da percorrere» (Gnilka, o.c., p. 329). La tentazione infatti è quella di gloriarsi di un passato e di non trovare più forza per il presente, di pensare che già si è giunti alla perfezione e che non ci sia più nessun cammino da fare: è lo spostamento da Cristo all’io, dalla giustizia che viene dalla fede a quella che viene dalle opere della Legge chiamata mia giustizia.

Mi protendo verso ciò che mi sta davanti come colui che corre verso la meta, è teso verso di essa finché non l’ha raggiunta. Una disattenzione, il rilassamento, la fiducia di vincere senza sforzo gli possono essere fatali. Questo protendere, stendersi verso, Agostino lo vede nel desiderio: «Dio col differire allarga il desiderio, col desiderare allarga l’animo, allargandolo lo rende più capace. Desideriamo dunque, fratelli, per essere riempiti» (CAL p. 551).

14 corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

Lo scritto apostolico ci rivela quale sia la meta.

Verso la meta (lett.: secondo la meta) cioè in rapporto ad essa, inseguo, verso il premio della sublime chiamata di Dio in Cristo Gesù. Questo premio consiste nella chiamata, che ha come autore Dio, il Padre, e che ci colloca in Cristo e quindi nell’alto. L’essere forti in Cristo e già nell’alto non fa cessare quella tensione e quella corsa perché siamo in Cristo come Via, Verità, e Vita.

Già siamo in Lui in quanto chiamati ma ancora non siamo giunti al termine del cammino. Ora siamo in Lui mediante la fede e tendiamo a Lui nella pienezza di essere che si esprime nella visione.

CANTO AL VANGELO                                  Cfr. Gl 2,12-13

R/.       Lode e onore a te, Signore Gesù!

Ritornate a me con tutto il cuore, dice il Signore,

perché io sono misericordioso e pietoso.

R/.       Lode e onore a te, Signore Gesù!

VANGELO                                                        Gv 8,1-11

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, 1 Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi.

Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Nessuno lo accolse nella sua casa. Egli è straniero tra i suoi, come è detto nel Prologo (1,11). Egli è il Figlio dell’Uomo che non ha dove posare il capo (cfr. Mt 8,20). Può essere inoltre che per divina disposizione, Egli non abbia nessuna casa a Gerusalemme perché la sua casa è quella del Padre, dove Egli abitualmente insegna.

Dal monte degli Ulivi Gesù viene nel Tempio come ad indicare il luogo da dove viene il Messia.

2 Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.

L’ora, in cui Gesù si fa presente nel Tempio, è la prima luce del mattino che proviene proprio dal monte degli Ulivi. Quella luce che sorge è simbolo del nuovo giorno. «Per il fatto che ritornava di mattino designa l’aurora della nuova grazia» (Alcuino). La Luce, che illumina ogni uomo e che è venuta nel mondo (cfr. 1,9), risplende ora, come dissipatrice delle tenebre, nel Tempio.

Gesù, facendosi presente, attira a sé tutto il popolo che, superata ogni divisione, si trova unito nell’ascoltarlo. Questo è profezia per Israele, che sarà reso uno nell’ascoltare il Cristo.

3 Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo 4 e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?».

Scribi e farisei hanno questo compito: avere zelo per la Legge ed esigere che essa sia osservata. Essi pongono la donna in mezzo a quell’assemblea raccolta ai piedi del Messia. Nella donna, che è là in mezzo, confluisce in modo simbolico tutto il peccato della sposa infedele. Tutti la vedono e tutti possono accusarla perché in lei accusano se stessi. Tutti vedono nella donna la loro colpa segreta resa pubblica. Anche gli scribi e i farisei, mostrandosi zelanti, è come esorcizzassero le loro colpe scaricandole su di lei con le loro pietre.

Essi presentano a Gesù il capo d’accusa. La donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Probabilmente la donna è già stata condannata in base alle testimonianze (cfr. Dt 19,15). Tutto è talmente evidente che Gesù non potrà sfuggire alla loro logica: Egli dovrà fare una scelta se cioè stare dalla parte della Legge sacrificando la donna alla giustizia della Legge oppure rinunciare alla Legge per far misericordia alla donna.

6 Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.

Gli scribi e i farisei si servono di uno strumento spirituale, quale è la Legge, per mettere alla prova Gesù. Essi vogliono verificare i punti deboli del suo rapporto con la Legge per fare di questi dei motivi di accusa. La Legge del Signore è perfetta (Sal 19,8) ma non l’uomo. Gesù quindi (pensano essi), se vuole usare misericordia, deve violare qualcosa della Legge. Questa è imparziale e non fa preferenza di persone, neppure dei poveri.

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra.

Egli prima scrive e poi parla. Egli fa cogliere loro il rapporto suo sia con la Legge scritta che con la sua interpretazione. Lo stesso dito, che ora scrive sulla terra, ha scritto sulle tavole di pietra. Essi si trovano quindi davanti a quell’autore della Legge che essi vogliono condannare.

Egli non scrive più la Legge nel fuoco e nel tuono della santa montagna ma la scrive chinandosi perché il Verbo si è fatto carne. Come ogni sua rivelazione, anche questa è velata nell’umiltà della carne assunta dal Verbo. Egli la scrive sulla polvere della nostra fragilità. Al Sinai la pronunciò nel fuoco e nel tuono e la scrisse sulla pietra perché si avesse timore di Lui, ora Egli la scrive sulla polvere perché si comprenda la sua misericordia. La legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo (Gv 1,17).

7 Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».

Ma scribi e farisei, simili a cani che latrano contro la preda, insistono nell’interrogarlo. Essi vogliono che pronunci la sentenza. Non bramano altro che saltargli addosso e sbranarlo con le loro accuse.

Dal momento che la Legge è imparziale, Gesù esige che esegua la condanna a morte chi dalla Legge è assolto. Ma uno solo è senza peccato, Dio, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio (Rm 3,7). Gesù solo quindi è il primo e l’unico che può scagliarle la pietra. Se Egli non lo fa, tanto meno non possono scagliare pietre coloro che la Legge accusa. Se uno vuole scagliare pietre di condanna contro un altro deve negare questa evidenza. Nessuno può quindi condannare se non se stesso. «Egli solo sa chi è, perché nessun uomo conosce i segreti di un altro, se non lo spirito medesimo dell’uomo che è dentro di lui (cfr. 1Cor 2,16). Ciascuno guardando in se stesso, si scopre peccatore. Non c’è alcun dubbio su questo» (s. Agostino, XXXIII,5).

«In fondo i contraddittori appaiono ancora in una sfera di ricupero. Il Signore dice: Ci deve essere uno che comincia, quello però deve avere le mani pulite. Il fatto che se ne siano andati è a loro favore perché hanno capito. C’era una forza che li tratteneva. Il Signore li ha trattenuti dal di dentro e li ha immobilizzati. Non solo ha proceduto attraverso la battuta ma li ha soggiogati dal di dentro: ha vinto dal di dentro. Come le guardie non sono state capaci di prenderlo, così loro non sono stati capaci di prendere una pietra e di scagliarla. (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 23.9.75).

8 E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9 Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.

Messi di fronte alla propria coscienza, che grida il loro peccato, essi non possono più essere strumento della giustizia della Legge. Se infatti facessero quanto la Legge esige, essi sarebbero omicidi perché non può uccidere chi è peccatore. Solo chi è giusto può compiere quanto la Legge esige. Noi siamo quindi nell’incapacità di osservarla e di farla osservare. Essi quindi escono, lasciando Gesù da solo. Ma come ha condannato loro, la Legge però continua a condannare la donna.

Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo.

Gesù resta solo con la donna che sta sempre nel mezzo. Attorno probabilmente è rimasta la folla come testimone. Come agirà Gesù nei confronti della donna, ben sapendo che la Legge non può essere annullata e nello stesso tempo neppure la misericordia può venir meno?

Se ne sono andati gli accusatori, ma non è cessata l’accusa.

Ora Gesù inizia con la donna un colloquio che richiama quello del giardino di Eden dopo il peccato.

10 Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?».

Solo ora Gesù parla con la donna. Come si era alzato in precedenza (v. 7) e aveva pronunciato la sua sentenza, così ora Egli deve dire la parola definitiva. Quando nel giardino di Eden Egli si era rivolto alla donna le aveva semplicemente detto: «Che hai fatto?» (Gn 3,13), ora che Egli è in mezzo a noi, rivestito della nostra carne, le dice: Donna. È questa la parola della redenzione. Dà infatti all’adultera lo stesso titolo che dà alla Madre sua. Gesù ricorda a colei che aveva peccato quella grandezza che la colpa non può distruggere e quell’inimicizia che Dio ha posto tra la donna e il serpente.

Dicendo: Dove sono?, il Signore mostra alla donna che gli accusatori sono scomparsi. Questi si sono nascosti, come Adamo dopo il peccato. Da accusatori sono divenuti accusati perché non hanno potuto resistere al manifestarsi del suo giudizio nel suo Tempio santo.

La donna è ancora prigioniera nel suo evidente peccato. Gesù allora interviene per liberarla. Anzitutto le chiede: Nessuno ti ha condannata? Questa domanda mostra alla donna la prima opera della sua redenzione, il silenzio degli accusatori.

11 Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

La donna risponde: «Nessuno, Signore». Con queste parole ella riconosce la signoria di Gesù su di lei. Non è più sotto il dominio della Legge che condanna, ma sotto quella della grazia che salva. Avendo riconosciuto in Gesù il Signore, questi non la condanna e, dopo averla resa nuova creatura, le comanda di andarsene e di non peccare più. Ella non deve più tornare sotto l’accusa della Legge, ma restare nella grazia che salva. «Neppure io ti condanno, cioè ho distrutto tutto ciò che hai commesso, ma osserva quanto ti ho comandato, al fine di ottenere quanto ti ho promesso» (Agostino, XXXIII,8).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Fiduciosi nella misericordia del Padre eleviamo a Lui la nostra umile preghiera e diciamo:

Abbi misericordia di noi, Signore.

  • Signore donaci la grazia di deporre dal nostro cuore i gravi giudizi di condanna dei nostri fratelli, che, come pietre, teniamo pronti per scagliare contro di loro, noi ti preghiamo.

  • Dona la speranza a coloro che in questo momento disperano nella sofferenza e nell’abbandono. Un raggio di sole illumini la loro esistenza nel sorriso e nell’amore di altri, noi ti preghiamo.

  • Dona alle nazioni di non essere strumento di violenza e di sofferenza tra gli uomini. Il tuo Evangelo risplenda nei cuori e doni a tutti la grazia del pentimento sincero, noi ti preghiamo.

  • Affretta i tempi della nostra redenzione perché ogni uomo, libero dal peccato e da ogni forma di schiavitù, possa cantare le tue lodi in una creazione rivestita di nuovo splendore, noi ti preghiamo.

Dio di bontà, che rinnovi in Cristo tutte le cose, davanti a te sta la nostra miseria: tu che ci hai mandato il tuo Figlio unigenito non per condannare, ma per salvare il mondo, perdona ogni nostra colpa e fa’ che rifiorisca nel nostro cuore il canto della gratitudine e della gioia.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.