DOMENICA DELLE PALME – C

Guarda, Sion, il tuo Re mite

cammina sulla via regale.

Egli viene tra canti di gioia

del tuo popolo in festa.

Egli si è fermato e piange:

tu non sai che è giunta l’ora

della tua redenzione e gloria;

i tuoi capi lo vogliono uccidere.

Gerusalemme, Gerusalemme,

segnata per sempre dal suo sangue!

Una veste di bisso e porpora

ti avvolge e ti cinge di gloria.

Lo hai acclamato Re messia

e ora lo contempli silenziosa

regnare dalla croce e piangi:

dal suo costato nasci sposa.

Mistica Sion, santa Chiesa

vieni con canti e cori di danze,

accogli tutti i tuoi figli dispersi:

a te vengono da ogni popolo.

Entro le tue mura si radunano,

portando rami lucenti di palme

in bianche vesti, rese candide

nel sangue vivo dell’Agnello

PRIMA LETTURA                                              Is 50,4-7

Dal libro del profeta Isaìa

4 Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo,

perché io sappia indirizzare

una parola allo sfiduciato.

Parla il Servo del Signore. Egli si presenta come un iniziato ai misteri celesti. La parola divina e profetica, che è in lui, soccorre chi è sfiduciato e stanco.

Il Signore Dio il Servo chiama Dio il Signore per rilevare la sua totale dipendenza da Lui.

Lingua da iniziati è propria di chi non dice nulla di suo ma riferisce solo quello che gli è stato comandato. Come il profeta, che qui parla, dice le solo le parole che ha udito dal Signore così il Cristo annuncia solo le parole che ha udite dal Padre. La LXX traduce lingua di disciplina, cioè una lingua guidata dalla disciplina. La disciplina è il frutto dell’insegnamento che pervade tutto il discepolo e lo fa servo e figlio.

La parola, che Egli ode, è di consolazione per lo sfiduciato (cfr. Mt 11,28: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»). La lingua del Servo viene ammaestrata soprattutto per dire quella parola di consolazione, che tocca le zone più profonde del cuore e le purifica.

Benché liberi, ci si stanca lungo la via dell’esodo dalla terra di schiavitù verso quella della libertà. Per confortare chi è sfiduciato, il Signore invia i suoi profeti. Ma questi devono passare attraverso la sofferenza, come subito dice.

Ogni mattina fa attento il mio orecchio

perché io ascolti come i discepoli.

Egli riceve la rivelazione divina ogni mattina. Deve perciò essere pronto ad ascoltare con molta attenzione, come discepolo, per riferire al popolo la Parola di Dio.

Gesù ascolta il Padre come Figlio ubbidiente per annunciare tutto quello che il Padre gli dice (cfr. Gv 8,26: «Colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui»; 12,49: «Io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare»).

5 Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio

e io non ho opposto resistenza,

non mi sono tirato indietro.

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio ha rivelato al suo Servo il suo disegno per salvare gli uomini (cfr. Gv 10,17: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo»; 14,30-31: «Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui»; Eb 10,7: Ho detto: Ecco, io vengo poiché di me sta scritto nel rotolo del libro per fare, o Dio, la tua volontà).

E io non ho opposto resistenza «colui che non contraddice si offre spontaneamente, colui che non si volta indietro persevera» (S. Bernardo). Giona invece si oppose alla volontà divina e volle andare in direzione opposta. Il Servo Sa bene a quale sorte è sottoposto, come subito dice.

6 Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,

le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;

non ho sottratto la faccia

agli insulti e agli sputi.

Egli si consegna spontaneamente alle sofferenze che deve subire da parte di coloro che rifiutano la redenzione e dichiarano inconsistente la Parola di Dio.

Chi rifiuta la Parola del Servo non resta indifferente nei suoi confronti. La sua presenza e il suo rifiutano scatenano un odio aggressivo nei suoi confronti quale quello che hanno subito i profeti precedenti. Il Servo si consegna spontaneamente alla sofferenza procuratagli da parte di coloro che rifiutano di credere e non vogliono la redenzione. «Il Servo si consegna alla sofferenza senza protesta, in modo spontaneo (cfr. ancora Geremia): il Servo sa che la sua obbedienza di discepolo passa attraverso questa prova» (appunti 1970).

7 Il Signore Dio mi assiste,

per questo non resto svergognato,

per questo rendo la mia faccia dura come pietra,

sapendo di non restare confuso.

Il Servo si appoggia sul Signore e quindi non prova rossore. Egli rende la sua faccia dura come pietra nell’accettare insulti e sputi. La pietra, di cui si parla nel testo ebraico, è roccia durissima che non può essere spezzata dai colpi né rimossa dal suo luogo. Sapendo che questo è il disegno del Padre, il Cristo rende la sua faccia dura come pietra, come è detto in Lc 9,51: egli indurì il volto per andare a Gerusalemme.

Egli vuole portare a compimento la sua missione. Processato sia dai capi del suo popolo come dall’autorità romana, Gesù resiste nel processo e, benché condannato alla morte, Egli ne esce vincitore. Egli diviene la roccia percossa dalla verga della Croce da cui scaturiscono le acque salutari.

Note

Nel Signore Gesù si vedono le caratteristiche dei profeti. Egli è rifiutato benché il suo messaggio sia di conforto a chi è stanco. Il testo di questa profezia vuole rilevare una delle cause della Passione del Servo: il rifiuto del suo rapporto peculiare con Dio. Gesù è rifiutato come Figlio e quindi come annunciatore della Parola del Padre. Nel testo non sui accenna al valore redentivo delle sofferenze del Servo (vedi invece Is 53).

Alla scuola del Servo i discepoli imparano come la cosa più importante sia ascoltare ogni mattino la Parola del loro Signore e di restarvi fedeli in quel messaggio di Croce e di morte che essa annuncia. Essi perciò devono saper accogliere le umiliazioni, cui i loro persecutori li assoggettano, e non cessare di donare una parola di consolazione che conforti chi è sfiduciato e smarrito.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 21

R/.       Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,

storcono le labbra, scuotono il capo:

«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,

lo porti in salvo, se davvero lo ama!». R/.

Un branco di cani mi circonda,

mi accerchia una banda di malfattori;

hanno scavato le mie mani e i miei piedi.

Posso contare tutte le mie ossa.         R/.

Si dividono le mie vesti,

sulla mia tunica gettano la sorte.

Ma tu, Signore, non stare lontano,

mia forza, vieni presto in mio aiuto.                 R/.

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,

ti loderò in mezzo all’assemblea.

Lodate il Signore, voi suoi fedeli,

gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,

lo tema tutta la discendenza d’Israele.           R/.

SECONDA LETTURA                                        Fil 2,6-11

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

6 Cristo Gesù,, pur essendo nella condizione di Dio,

non ritenne un privilegio

l’essere come Dio,

Nella condizione (lett.: forma) di Dio. I Padri, che combattono l’eresia ariana, fanno coincidere il concetto di «forma» con quello di natura. «Essere nella forma di Dio» è per l’Apostolo l’esistenza divina. Questa esistenza è caratterizzata da tutto quello che è Dio. Tutto quello che Dio compie e come Egli si manifesta è lo stesso che compie il Cristo e quindi in Lui Dio manifesta se stesso in pienezza.

7 ma svuotò se stesso

assumendo una condizione di servo,

diventando simile agli uomini.

Dall’aspetto riconosciuto come uomo,

Colui che era pieno di maestà, gloria e forza, in una parola della pienezza di tutto l’essere divino, si svuotò della sua pienezza divina, e dal tutto si ridusse come al nulla; da Signore divenne servo, da Dio uomo, da Creatore, che plasma, a uomo, che è plasmato.

Il termine servo (lett.: schiavo) sta in parallelo con Dio; esso indica l’uomo sia nella sua essenza ed esistenza che nella sua realtà storica. Il Cristo assunse infatti quella forma di schiavo che trovò nel suo impatto con la nostra storia. Nel prendere la «forma» dello schiavo, il Cristo assunse sia l’essere dell’uomo come la sua situazione storica.

8 umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e a una morte di croce.

In questo aspetto, in questo abito Egli umiliò se stesso. Non poteva infatti umiliarsi se non si fosse fatto uomo, divenuto in tutto simile a noi fuorché nel peccato.

Il Signore ha guardato l’umiltà della sua schiava (Lc 1,48) e incarnandosi in lei si fece schiavo e rivestendo l’abito umano umiliò se stesso, come dice altrove: nato da donna, nato sotto la legge (Gal 4,4). Entrando, attraverso l’umiltà della sua schiava, nel mondo, Egli, in tutto e per tutto si è limitato entro gli stretti orizzonti dell’esistenza umana cioè entro l’orizzonte della morte come nemico che domina e distrugge gli uomini Egli si è infatti umiliato facendosi obbediente fino alla morte. La via della sua umiliazione è stata l’obbedienza che mette in luce il suo rapporto col Padre. In Eb 5,7-10 l’Apostolo penetra nel cuore di Gesù nei giorni della sua carne: Egli ha affrontato la morte con forti grida e lacrime e dalle cose che patì imparò l’obbedienza. Questa obbedienza lo porta a penetrare nel limite dell’esistenza umana, che è la morte, accettando su di sé la morte di croce.

9 Per questo Dio lo esaltò

e gli donò il nome

che è al di sopra di ogni nome,

Il Cristo non solo come Dio, ma in quanto uomo è stato sovra/esaltato da Dio, nella sua totalità comprendente quella natura umana, assumendo la quale si era svuotato e nell’economia della quale si era umiliato facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce. Egli è stato sovra/esaltato e Dio gli ha donato il Nome che è al di sopra di ogni nome.

Gli donò lett.: E gli fece grazia; questa grazia è l’espandersi della gloria della figliolanza nella sua umanità, come altrove commenta l’Apostolo: stabilito Figlio di Dio in potenza, secondo lo Spirito di santità, dalla risurrezione dei morti (Rm 1,4) ed è da questo momento che il Padre gli dice: «Tu sei mio Figlio io oggi ti ho generato» (cfr. At 13,33); quindi il Nome, che è sopra ogni nome, è quello di Figlio. Questo nome, che è al di sopra di ogni nome, è quello stesso di Dio. L’Apostolo sottolinea questa dignità divina conferita alla sua realtà umana senza possibilità di scindere Dio dall’uomo nel fatto che Egli non cambia nome dopo la sua risurrezione, ma è il suo nome di Gesù che viene glorificato e posto al di sopra di ogni nome.

10 perché nel nome di Gesù

ogni ginocchio si pieghi

nei cieli, sulla terra e sotto terra,

Questa triplice categoria ci parla quindi di potenze spirituali e delle zone soggette al loro dominio. Vi sono di quelle che hanno potere nei cieli, altre sulla terra e altre sotto la terra. Queste potenze, che dominano nelle tre sfere dello spazio, si sono dovute sottomettere al Cristo e quindi consegnargli tutto ciò che è in loro potere. Se hanno solo osservato il Signore mentre veniva crocifisso, ora lo devono confessare tale nel completo assoggettamento alla sua signoria.

11 e ogni lingua proclami:

«Gesù Cristo è Signore!»,

a gloria di Dio Padre.

Ogni lingua, di queste potenze e anche di tutte le creature sulle quali esercitano il loro dominio, proclamerà che Gesù Cristo è il Signore. Questa signoria di Gesù Cristo sulle potenze spirituali è esplicitata altrove dall’Apostolo come graduale sottomissione di tutti i nemici, ultimo dei quali sarà la morte (cfr. 1Cor 15,26-28).

È chiaro che la percezione della signoria di Cristo da parte nostra avviene mediante la fede che, facendosi confessare che Gesù Cristo è il Signore, ci fa percepire l’avvenuta liberazione da tutte quelle potenze spirituali contro le quali deve esservi battaglia (cfr. Ef 6,12) e non più timore perché sono soggette al Cristo. Se il Cristo include anche gli spiriti beati è chiaro che in Cristo non sono più estranei a noi a causa dell’inimicizia, ma addirittura al nostro servizio (cfr. Eb 1,14).

A gloria di Dio Padre, tutto l’evento di Cristo ha come fine la gloria di Dio Padre: nel Figlio svuotato, umiliato ed esaltato in tutto si manifesta la gloria di Dio Padre.

CANTO AL VANGELO                                       Fil 2,8-9

R/.       Lode e onore a te, Signore Gesù!

Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte

e a una morte di croce.

Per questo Dio lo esaltò

e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome.

R/.       Lode e onore a te, Signore Gesù!

PASSIONE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO SECONDO LUCA

22, 14 – 23, 56

 

Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione

14 Quando venne l’ora, [Gesù] prese posto a tavola e gli apostoli con lui,

Quando venne l’ora, Mc 14,17 precisa: venuta la sera. Il banchetto pasquale era celebrato di notte come è comandato: In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco (Es 12,8). «Esso incominciava dopo il tramonto del sole e durava fino a notte fonda» (Jeremias). Usando il termine ora non solo sottolinea il tempo rituale, ma che inizia l’ora di Gesù: in questo Lc si avvicina a Giovanni.

Prese posto a tavola, lett.: si sdraiava a mensa, normalmente si mangiava stando seduti, «nel banchetto pasquale lo star sdraiati a tavola era, quale simbolo della libertà (R. Levi dice: si mangia sdraiati per significare che si è usciti dalla schiavitù alla libertà), un obbligo rituale, anche – come è detto espressamente – per i più poveri in Israele» (ivi); e gli apostoli con lui, i primi commensali nel Regno.

15 e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione,

E disse loro: «Ho tanto desiderato di mangiare questa Pasqua con voi». Queste parole danno inizio alla Cena e ne rivelano il significato; essa è mangiata «prima della mia passione». È l’ultima tappa prima della passione per la quale ha detto precedentemente: C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! (12,50). Secondo Jeremias il Signore non ha mangiato la Pasqua. L’espressione desiderare di indica un desiderio insoddisfatto (17,22; 15,16; 16,21) quindi egli traduce: «Ben volentieri avrei mangiato con voi questo agnello pasquale prima della mia morte». La ragione di questo è espressa nel versetto seguente. Il voto che Gesù compie di non mangiare questa Pasqua dichiara finita la Pasqua antica come ricordo della liberazione dalla schiavitù egiziana e inizia la nuova Pasqua, memoriale della vera liberazione dal Satana, dal peccato e dalla morte.

16 perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio».

Si compia è normalmente usato per le Scritture che sono compiute in Gesù, ora la Pasqua è compiuta nel Regno di Dio.

La regalità di Dio sta per manifestarsi nel suo Messia sofferente e messo a morte. Questa è l’ora in cui la sete ardente del popolo di Dio di essere liberato (1,71–74: salvezza dai nostri nemici … liberati dalle mani dei nemici) è esaudita: la Pasqua è compiuta. Emerge dagli antichi riti la nuova Pasqua ereditata dalla Chiesa.

17 E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi,

Siamo ancora nei preliminari della Cena pasquale. Nella Cena sono benedetti quattro calici. Il primo è questo menzionato solo da Luca ed è chiamato calice del qiddùsh (della santificazione), con esso è consacrato il giorno festivo con una benedizione pronunciata dal padre di famiglia. Nell’attuale rito ebraico la benedizione è la seguente

«Tu ci hai dato, o Signore nostro Dio, giorni segnalati per letizia, festività e solennità, per gioia; e questo giorno festivo delle azzime, giorno di santa riunione, festa della nostra libertà, sacra riunione in ricordo dell’uscita dall’Egitto, perché ci eleggesti e consacrasti fra tutti i popoli e ci hai dato le sante feste, con gioia e con allegrezza, in eredità».

Rendere grazie significa pronunciare la benedizione.

«Prendetelo e fatelo passare tra voi», contrariamente all’uso, Gesù non ne ha bevuto e tutti bevono da quel calice: i discepoli sono così stretti «in una comunione conviviale sotto il segno della parola pronunciata da Gesù su questo calice che orienta verso il banchetto escatologico» (Goppelt, GLNT). I credenti possono partecipare ai divini misteri solo se un vincolo di comunione li unisce tra loro, espresso simbolicamente nell’unico calice distribuito.

18 perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio».

Con queste parole Gesù rivela che sta per venire la regalità di Dio e che il segno della venuta divina è il fatto che egli nel periodo intermedio si astiene dal bere il frutto della vite. Il suo voto di nazireato (cfr. Nm 6,4) è legato alla manifestazione ultima e definitiva della signoria di Dio.

Altra interpretazione: «Gesù si congeda dai suoi con una dichiarazione solenne: egli annuncia la sua morte come imminente, tuttavia non si sofferma sull’angoscia dinanzi al futuro patire, ma parla del Regno di Dio, del banchetto escatologico. Quindi, la prospettiva della morte non ha distrutto la sua convinzione sulla venuta del Regno di Dio; egli non si sente fallito. Gesù manifesta la sua certezza di non rimanere nello scheol. Dio interverrà in suo favore» (Rossé, o.c., p. 860).

Segue l’antipasto consistente tra l’altro in erbe verdi, erbe amare e composta. La conserva di frutta (harosèt) era una mescolanza di frutta schiacciata e tritata, fichi, datteri, uva passa, mele, mandorle), aranci e aceto. Essa richiamava i mattoni della schiavitù egiziana.

Viene servito il pranzo, ma non si mangia ancora; si mesce e si porge il secondo calice che però non è ancora bevuto.

Liturgia pasquale

Si fa la commemorazione della Pasqua (haggadà).

In essa sono interpretati i vari particolari del convito in rapporto agli avvenimenti dell’uscita dall’Egitto: il pane azzimo è simbolo della miseria sofferta, le erbe amare similitudine della servitù, la conserva di frutta immagine del lavoro coatto, l’agnello pasquale ricordo della grazia benevola concessa da Dio a Israele.

L’interpretazione, oltre che sul passato, diventa pure escatologica: gli azzimi richiamano la manna che nutrì il popolo nel deserto e preludono all’abbondanza di pane dell’era messianica.

Si canta la prima parte dell’Hallel (Sal 113) e si beve il secondo calice (calice dell’haggadà).

Pranzo.

Preghiera conviviale sul pane azzimo.

 

Fate questo in memoria di me

19 Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me».

Poi prese il pane, sollevandolo, rese grazie cioè pronunziò la benedizione, lo spezzò, «è termine tecnico per l’uso giudaico della frazione del pane prima del pasto; essa aveva luogo solo quando i commensali avevano già risposto con l’amen alla preghiera della tavola» (Jeremias) e lo diede loro, senza mangiarne, dicendo, il pane era dato in silenzio Gesù invece dice: QUESTO È IL MIO CORPO CHE È DATO PER VOI.

Non dice: questo è il pane dell’afflizione che i nostri padri mangiarono in Egitto, ma QUESTO È IL MIO CORPO, Parola creatrice (è) che fa essere il pane spezzato la carne del vero Agnello pasquale che è dato alla morte per noi. Dicendo: per voi intende sottolineare come la comunione conviviale che s’instaura in ogni pasto comune col rito della frazione del pane, è attuata tra i discepoli di Gesù nel benedire il pane con la stessa benedizione del Signore, nello spezzarlo perché sia distribuito tra i commensali: il suo corpo è la comunione con Lui e tra di noi. Per questo comanda: FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME.

FATE QUESTO, nella Scrittura «questo imperativo introduce istruzione e consigli (Gn 42,18; Nm 4,19; 16,6; Pr 6,3).

Da questo va distinto: fate così con cui viene sempre prescritta la ripetizione di un rito (Nm 5,12; Es 29,35; Nm 15,11.13; Dt 25,9). Questa distinzione insegna che qui non s’introduce un nuovo rito, ma che un’usanza già in uso riceve un nuovo significato» (Jeremias).

IN MEMORIA DI ME. In tal modo la Cena è definita memoriale del Messia e ci è comandato di celebrarla così.

È memoriale davanti al Padre in seno alla Chiesa. Memoriale, opera compiuta nel mistero pasquale e che affretta il pieno compimento nella venuta del Signore. «La schiera dei discepoli di Gesù, radunandosi ogni giorno, nel breve intervallo precedente la parusia, nella comunanza di tavola riconoscendo così Gesù come loro Signore, rappresenta davanti a Dio l’opera della salvezza ormai iniziata e ne implora la completa attuazione» (Jeremias).

Dopo la benedizione del pane azzimo si consuma «il pasto consistente nell’agnello pasquale, azzimi, erbe amare (Es 12,8), seguiti da composta e vino. Il pranzo termina con la preghiera conviviale sul terzo calice (calice della benedizione 1Cor 10,16)» (ivi).

20 E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».

È questo il rito della preghiera di ringraziamento dopo la Cena: Gesù prese il calice e lo alzò un palmo sopra la tavola e fissando il calice pronunziò la benedizione (Mt 26,27: dopo aver reso grazie) che poteva essere circa la seguente:

  • Sii lodato, o Signore, nostro Dio, re del mondo, che nutri il mondo intero con bontà, grazia e misericordia.
  • Ti ringraziamo, Signore, nostro Dio, per averci concesso di occupare un paese buono e vasto.
  • Abbi misericordia, o Signore, d’Israele, tuo popolo, e di Gerusalemme la tua città, e di Sion, la dimora della tua gloria, e del tuo altare e del tuo tempio. Sii lodato, o Signore, che edifichi Gerusalemme.

I commensali dicono: amen.

Poi Gesù, senza bere (contro uso), fece circolare il calice e disse: «QUESTO CALICE È LA NUOVA ALLEANZA NEL MIO SANGUE. Sono adempiute le parole dette per bocca di Geremia profeta: Ecco verranno giorni dice il Signore, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda io concluderò un’alleanza nuova (Gr 31,31).

QUESTO CALICE, consegnato nella Chiesa a tutte le generazioni, È LA NUOVA ALLEANZA, il nuovo patto che Dio fa perché già viene il suo Regno; è nuova perché, dice la profezia, non è come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto (ivi,32).

L’alleanza del Sinai era infatti fondata sul sangue di vitelli e di capri, questa invece è, dice il Signore, NEL MIO SANGUE CHE È VERSATO PER VOI. Questo linguaggio sacrificale richiama l’immolazione delle vittime e ha un riferimento esplicito a Is 53,12: perché ha versato fino alla morte la sua anima e si fece annoverare tra gli scellerati, mentre portò i peccati di molti e intercedette per i trasgressori. In Mt/Mc il riferimento è più esplicito: versato per molti, Lc invece dice: per voi.

La nuova alleanza è attuata nell’immolazione del Servo del Signore, che è Gesù, il quale muore in posto nostro pagando il nostri riscatto. Dicendo: PER VOI non vuole delimitare la dimensione universale della salvezza come è espressa nel termine molti (da noi liturgicamente tradotto: tutti) ma vuole esprimere che la salvezza è attuata per tutti partecipando alla Cena del Signore quotidianamente fatta nelle Chiese fino alla venuta del Signore.

La Cena è così terminata: restano ancora alcuni riti conclusivi: la mescita del quarto calice; seconda parte dell’Hallel pasquale (Sal 114–118, Mc 14,26) che è letto in senso escatologico/messianico; lode pronunciata sul quarto calice (calice dell’Hallel). Luca apre una sezione che potremmo chiamare discorsi conviviali (21–38).

P.S. Il materiale è stato attinto da: Le parole dell’Ultima Cena di Joachim Jeremias.

 

Guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito!

 

21 «Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. 22 Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!».

Mentre il Signore inizia i suoi Apostoli ai divini misteri, dà loro la terrificante rivelazione: «Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola». L’atmosfera gioiosa della Pasqua si tramuta in amarezza per l’angoscia di questo annuncio. La mano di chi mangia il mio pane, che è la mia carne, e che prende questo calice del mio sangue, mi sta per consegnare nelle mani dei nemici. Questo non annulla l’attuazione del disegno divino perché il Figlio dell’uomo se ne va da questo mondo al Padre, secondo quanto è stabilito, secondo il decreto di Dio, ma guai a quell’uomo dal quale viene tradito perché su di lui, se non si pente, pesa la parola di condanna dei nemici del Cristo. Con queste parole Gesù vuole salvare Giuda.

23 Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo.

Allora essi, in un profondo stupore, cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò. Come accade allora così sempre può accadere che coloro che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona Parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro, crocifiggano di nuovo il Figlio di Dio e lo espongano all’infamia (cfr. Eb 6,4–8).

 

Io sto in mezzo a voi come colui che serve

24 E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande.

E nacque tra loro anche una discussione (lett.: una gara, «amore di contesa»), causata dall’annuncio che il Regno di Dio era imminente, chi di loro fosse da considerare più grande. La concezione del Regno messianico sul modello del regno di Davide li porta a stabilire l’ordine delle precedenze. Nella Chiesa ci sono sempre persone che spiccano per grandezza anche agli occhi di quelli di fuori.

25 Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori.

Egli disse: «i re delle nazioni le governano, si manifestano come loro padroni e sono da esse serviti, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Questo titolo è molto usato dalla cultura ellenistica, nella quale vivono i lettori dell’evangelo di Luca. «Dei ed eroi, re ed uomini di stato, filosofi, inventori e medici vengono celebrati come benefattori per i meriti acquisiti in servizio dell’incivilimento umano … La cultura augustea lo arricchisce d’un senso religioso/politico che ne fa uno dei concetti più alti dell’età aurea dell’impero, Gli imperatori sono divinità salvatrici e benefattrici dell’umanità, in quanto garantiscono la pace romana e, conseguentemente, le condizioni d’ogni umano incivilimento» (Bertram, GLNT). Essendo un titolo divino testimoniato dall’AT, il Signore lo vieta tra i discepoli, dice infatti:

26 Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve.

Per necessità di ordine ci sono tra di noi dei grandi, che altrove sono chiamati anziani, e dei capi (cfr. Eb 13,7: ricordatevi dei vostri capi). In che modo essi governeranno ed eserciteranno il potere ricevuto? Divenendo come i più piccoli e come coloro che servono. Qui sta il rovesciamento di ogni comportamento umano operato da Gesù. Egli vuole infatti che coloro, che nella comunità comandano, non disdegnino i servizi che normalmente fanno i più giovani. È infatti tendenza comune relegare agli inferiori i servizi più umili. Gesù non solo proibisce di farsi servire ma comanda ai capi di amare il servizio, rovesciando costantemente la tendenza naturale.

27 Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.

«Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola?». A questa mensa, che prelude la manifestazione del Regno, Gesù non fissa nessun ordine di grandezza. Infatti «per la pietà palestinese è un sicuro dato di fatto che anche nel mondo futuro ci sono piccoli e grandi. … Il mondo futuro, simboleggiato nel Giardino di Eden, aveva sette classi o sezioni, in cui i beati venivano distinti. La discussione verteva su questo: quali godessero più onore e fossero primi: Esso venne perciò assegnato ai martiri o ai giusti o ai fedeli maestri della Scrittura o della Mishnà» (Grundmann, GLNT). Egli vuole che siano evitate queste dispute con quanto afferma a conclusione del discorso:

Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Il Messia, che è il più grande ed è il capo, sta in mezzo a noi come colui che serve facendosi il più piccolo. «Gesù risorto è presente attualmente e permanentemente come colui che serve, e cioè nel dono di se stesso. La pro–esistenza, che caratterizzava la sua attività terrena, resa con la metafora del servire a tavola, non ha fine. Essa ha raggiunto il suo culmine nella morte, ed è in tale atteggiamento che Gesù incontra la comunità» (Rossé, o.c., p. 888). Il servizio, compiuto come comanda il Signore, è la via per divenire piccoli ed eliminare dalla Chiesa un modo di essere grandi e di comandare che appartiene alle nazioni.

28 Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove

Le prove del Cristo sono i vari pericoli, le difficoltà, le afflizioni, i rifiuti, le insidie a cui Egli è stato sottoposto da parte degli anziani, dei capi del popolo, dei sommi sacerdoti, degli scribi e dei farisei. Esse hanno costituito uno scandalo per tanti suoi discepoli che lo hanno abbandonato. Ad essi si contrappongono i Dodici anche se purtroppo uno di loro è un diavolo (cfr. Gv 6,67–70).

29 e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me,

Il regno indica il potere regale come è scritto: il vincitore lo farò sedere presso di me sul mio trono (Ap 3,21). preparo, il verbo che così è tradotto significa: stabilire con libera decisione, disporre autoritariamente (Behm, GLNT). La stessa autorità, che è nel Padre, è comunicata al Figlio e questi la comunica ai suoi apostoli. Qui si avverte un legame con i discorsi di addio di Giovanni. Questa regalità consiste nel diventare suoi commensali e nel partecipare al suo potere di giudicare. Dice infatti:

30 perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.

Perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno, questo è il banchetto escatologico al quale gli apostoli sono i primi invitati, mentre altri, che si sentivano sicuri di esserlo, saranno esclusi (13,22–30) o si escluderanno (14,15–24); e sederete su troni a giudicare le dodici tribù d’Israele quando apparirà il Figlio dell’uomo come è profetizzato in Daniele (7,9–14) dove è scritto: quand’ecco furono collocati troni e un vegliardo s’assise (v. 9).

 

Tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli

 

31 Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano;

Simone, Simone lo chiama due volte come quando chiamò Abramo (cfr. Gn 22,1) per metterlo alla prova; ecco satana vi ha cercati perché questa è l’ora della tenebra per vagliarvi come il grano, questa azione indica un giudizio che è proprio del Cristo (3,17) ma nel tempo intermedio l’immagine mette in risalto la prova: il satana tenta gli apostoli, li prova perché vuol far vedere a Dio che sono come pula (vedi Gb 1,9–11).

32 ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli».

Ma io per te ho pregato, «parla umilmente perché tende alla sua passione e manifesta la sua umanità» (Crisostomo); ho pregato come dice l’Apostolo: abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto (1Gv 2,1) e altrove: egli è sempre vivo per intercedere a loro favore (Eb 7,25), perché non venga meno la tua fede, quella che proclamasti quando dicesti: il Cristo di Dio (9,20); e tu, una volta convertito, nella sua misericordia precede col perdono la caduta dell’apostolo perché, esperimentati la propria debolezza e l’amore del Signore, conferma i tuoi fratelli, cioè rafforzali nella fede contro le tribolazioni consolandoli (cfr. 1Ts 3,2) ed esortandoli (cfr. At 14,22) a causa della persecuzione (cfr. 1Pt 5,10).

33 E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte».

Pietro ama Gesù e lo venera (Signore), tuttavia non ascolta le sue parole sul Satana e si crede capace, con le sue forze (sono pronto) di condividere la sorte di Gesù.

34 Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi».

Gli rispose: Pietro, usa questa volta il nome che gli ha conferito come discepolo: non in sé ma in Gesù, Simone è Roccia, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi.

Deve compiersi in me questa parola della Scrittura

35 Poi disse loro: «Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla».

Il discorso si avvia al termine. Il satana è entrato in Giuda, la Cena è stata consumata, l’ora in cui il Signore e i suoi si trovano è stata rivelata. È il momento della lotta: il satana è all’opera.

Il tempo precedente è terminato: «Quando vi ho mandato senza borsa (per il denaro), né sacca (per i viveri), né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». Quel tempo di gioia e di favore popolare rassicurava gli Apostoli e provvedeva loro il necessario. Ora è il tempo della persecuzione per cui dice:

36 Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una.

Il linguaggio è simbolico. Devono avere quanto è necessario per combattere: denaro, viveri e averi. Come colui che si appresta alla lotta è disposto a vendere anche il mantello (necessario per tanti usi) per comprarsi la spada, così i discepoli devono essere equipaggiati di tutto per sostenere questa lotta finale.

37 Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra gli empi”. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento».

Perché vi dico: deve compiersi in me questa Parola della Scrittura: “E fu annoverato tra gli empi”. Cita il cantico del Servo del Signore (Is 53,12) che profetizza la sua Passione alla quale volontariamente si consegna e che coinvolge i suoi stessi discepoli. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento. Dà inizio al Regno con la sua Passione perché cosi è scritto (24,26: non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?).

38 Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!».

Ed essi dissero: “Signore, ecco qui due spade”. Sono pronti a difendere il Signore, ma ancora sentono quello che Gesù dice in modo carnale e non spirituale. Ma egli disse: “Basta”. Questa parola mette termine al dialogo e ai discorsi conviviali. Gli hanno dimostrato attaccamento e Gesù lo accetta, ma ancora non possono comprendere che non è con la spada che essi lo difenderanno; anzi Egli rifiuta questo tipo di difesa come dice al Getsemani. Per questo non aggiunge altro e non si sforza a far loro comprendere. Capiranno in seguito alla luce della Risurrezione e con il dono dello Spirito Santo. Ora Gesù si avvia solo alla morte.

Entrato nella lotta, pregava più intensamente

39 Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono.

Uscì, dalla sala al piano superiore, e andò, come al solito, non cambia consuetudine perché volontariamente si consegna ai suoi nemici e quindi alla morte, al monte degli Ulivi, al monte, posto a oriente di Gerusalemme, dal quale era venuto acclamato come Messia, ora viene come il servo sofferente. Anche i discepoli, sono chiamati tali perché lo seguono dice infatti: lo seguirono. Qui termina, per il momento, la loro sequela che riprenderà dopo la Risurrezione. Non possono seguirlo nella sua immolazione come Gesù ha già detto a Pietro.

40 Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione».

La tentazione è già in atto perché satana è entrato in Giuda (v. 3) e ha cercato gli Apostoli per vagliarli come il grano (v. 31s) per questo il Signore li esorta a pregare, a unirsi alla sua preghiera al Padre. Pietro si ricorderà di questa prova quando scriverà: siate sobri e vegliate: il vostro avversario, il diavolo, va in giro come un leone ruggente cercando chi possa divorare; resistetegli saldi nella fede (1Pt 5,8). Vegliare, essere sobri, stare saldi nella fede è la premessa necessaria per pregare e non essere indotti in tentazione.

41 Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: 42 «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà».

Poi si allontanò da loro, lett: si strappò da loro, è un gesto violento con cui si stacca dai suoi amici e consegna con forza e violenza la nostra natura alla Passione, circa un tiro di sasso (Mt/Mc: un poco), in modo da essere visto e sentito dai discepoli, testimoni della sua lotta e perché in lui trovino la forza di pregare per non entrare in tentazione.

L’immagine del tiro di sasso dice la forza con cui si getta nella preghiera. Il Padre, che lo ha reso freccia appuntita (cfr Is 49,2) lo scaglia nella grande lotta, nel corpo a corpo più tremendo in cui Egli è sfigurato e percosso.

Cadde in ginocchio, in una totale sottomissione al Padre e sottolineando con il gesto la supplica che sta per fare. Diventa in tal modo nostro modello. Pregava dicendo: Padre, se vuoi allontana da me questo calice! Padre, in quanto Figlio Unigenito, se vuoi, fattosi obbediente, allontana da me, ricusa la morte perché vero uomo, questo calice, quanto il Padre ha decretato per lui: «lo afferra l’orrore di vedersi allontanato da Dio, esposto al giudizio che abbandona il santo alla potenza del peccato» (GLNT, Goppelt) Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà come Egli stesso ci ha insegnato: sia fatta la tua volontà …

43 Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo.

Gli angeli salgono e scendono sul figlio dell’uomo (Gv 1,51) per sottolineare la sua comunione con Dio e il servizio che essi compiono come durante le tentazioni (cfr. Mc 1,13) così ora in questa lotta.

44 Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. 45 Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza.

Entrato nella lotta. Il termine così tradotto designa in senso stretto la tensione parossistica delle energie nell’imminenza di un evento decisivo o di una catastrofe. (GLNT, Stauffer)

Il Signore sente avvicinarsi la prova e come ha detto precedentemente: «C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (12,50); pregava più intensamente, lotta pregando dandoci un esempio come dice l’Apostolo: Epafra… non cessa di lottare per voi nelle sue preghiere (Col 4,12). Tutto questo sfibra al punto il Signore che il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. L’espressione come gocce divide l’esegesi: c’è chi interpreta in modo simbolico: ebbe una tale angoscia da sembrare uno che sudasse sangue, mentre la linea patristica lo interpreta in senso letterale; ebbe una tale angoscia di fronte alla prova che doveva superare che col sudore uscì pure il sangue. S. Atanasio dichiara anatema chi nega a queste parole un significato letterale. Nota come il termine gocce letteralmente significhi grumi.

Secondo l’esperienza medica tale fenomeno è possibile. Cadevano fino a terra come è detto: il suolo per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello (Gn 4,11).

Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli per rafforzarli nel momento in cui stanno per entrare nella prova, infatti li trovò che dormivano per la tristezza, il presentimento di questo momento supremo toglie loro le forze .

46 E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».

E disse loro: «Perché dormite?, li sveglia perché non cadano nel sonno della morte e possano stare in piedi di fronte all’avversario. Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione». Ripete le parole iniziali perché stanno per compiersi le parole dei profeti: Giuda è qui.

Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?

47 Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo.

Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla. Parlava rincuorando i discepoli e preparandoli a questa ora in cui una folla cioè la polizia del Tempio viene per catturarlo. Li precedeva come è scritto: fece da guida a quelli che arrestarono Gesù (At 1,16), colui che si chiamava Giuda, come se questo nome gli facesse orrore (Cirillo) per cui a fatica lo nomina; uno dei Dodici, traspare lo stupore che colpisce l’evangelista e colui che legge, e si avvicinò a Gesù per baciarlo, è il momento del tradimento. Il gesto che dice l’intimità dell’amicizia tra il Signore e i suoi discepoli diviene il segno della consegna. «In questa previsione del segno dell’amore nel segno del tradire, l’antichità cristiana ha ravvisato il tratto più infame di questo inconcepibile tradimento» (GLNT, Staehlin).

48 Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?».

Gesù gli disse: «Giuda, lo chiama per nome per fargli sentire che il suo amore è immutato, con un bacio tradisci, gli rivela ciò che sta facendo perché ancora possa pentirsi, il Figlio dell’uomo?», così chiama se stesso perché «manifesta chi è tradito; viene presa la carne, ma non la divinità» (Ambrogio) e nello stesso tempo rivela la gloria che lo attende dopo le sofferenze.

49 Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?».

In questo modo hanno compreso l’insegnamento precedente del Signore sulla spada (36-38)!

50 E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro.

La precisione dei particolari rivela che è storia; il servo del sommo sacerdote, nel servo si manifesta l’insolenza del suo padrone; l’orecchio destro, nella lettura simbolica: i giudei hanno perso l’orecchio destro nel leggere la Scrittura perché hanno perso l’intelligenza delle Scritture (Origene).

51 Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate! Basta così!». E, toccandogli l’orecchio, lo guarì.

Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate, basta così!» lett: «Lasciate fin qui!» «Non vi preoccupi ciò che sta per accadere; bisogna permettere che procedano fin qui: cioè che mi prendano e si adempia ciò che di me è scritto» (Agostino).

In tal modo dimostra il torto di chi prende le armi per difenderlo e insegna ai discepoli a non difendersi con le armi.

E toccandogli l’orecchio, lo guarì adempiendo quanto ha insegnato sull’amore verso i nemici; in senso spirituale: anche Israele lo ascolterà e sarà salvato.

52 Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. 53 Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre».

Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani, in una parola membri del sinedrio: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. Ladro è colui che non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte (cfr. Gv 10,1). Al contrario Egli è il pastore delle pecore. Infatti prosegue: ogni giorno ero con voi nel tempio (Mt/Mc aggiungono: a insegnare) l’uso assoluto di Luca, ero con voi denota una presenza molto forte (cfr.: Emmanuele, Dio con noi) per cui prosegue: e non avete mai messo le mani su di me, infatti non potevano come più volte sottolinea l’evangelo di Giovanni perché non era ancora venuta la sua ora; ma questa è l’ora vostra e cioè il potere delle tenebre; così Gesù si manifesta non come l’accusato ma come il giudice.

Uscito fuori, Pietro, pianse amaramente

 

54 Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. 55 Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro.

Dopo averlo catturato, come avvenne nel profeta Geremia, i sacerdoti e i profeti lo presero dicendo: «Devi morire!» (Gr 26,8), lo condussero via come è detto: era come un agnello condotto al macello (Is 53,7), e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote, Caifa (Mt 26,57).

Come vittima viene condotto davanti al sommo sacerdote come si canta nell’Hallel: legate la festa con funi fino ai corni dell’altare (Sal 118,27): la potente oligarchia sacerdotale. vuole finalmente eliminare Gesù perché turba quell’ordine che essi hanno creato e sconvolge il loro potere esercitato attraverso il Tempio.

Pietro lo seguiva da lontano, non è la vera sequela perché non nasce dalla chiamata.

Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile, perché era freddo (Gv 18,18) e si erano seduti attorno, da esso viene illuminato Pietro perché anch’egli si sedette in mezzo a loro contrariamente alla parola che dice: non siede in compagnia degli stolti (Sal 1,1).

56 Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui».

Lo vide seduto vicino al fuoco (lett: la luce), una giovane serva e, guardandolo attentamente, la prova inizia con questo sguardo e termina con quello di Gesù (61). Guardandolo attentamente, è un verbo molto usato da Luca, soprattutto negli Atti, dice: stupore, attesa, meraviglia; questa serva è colpita dalla presenza di Pietro e dice: «Anche questi era con lui»; era, perché pensa, per quell’uomo è già finita; con lui corrisponde alle parole di Pietro: «Signore con Te sono pronto» (v. 33).

57 Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!».

Negò, cioè rinnegò. Infatti il verbo usato dall’evangelo è usato nel N.T. per quando oggetto del rinnegamento Gesù (2Pt 2,1; 1Gv 2,22ss; Gd 4); O donna, a una serva che non conosce e per il timore che ha dà il titolo che Cristo dà alla madre sua; sembra che si assoggetti ad essa. Attraverso un linguaggio rispettoso dice: non conosco, egli che aveva detto: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).

Là era il Padre che rivelava, qui è la carne che parla.

58 Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!».

Poco dopo, il secondo assalto è immediato, coglie Pietro nella debolezza, un altro lo vide, non ha più bisogno di fissarlo perché Pietro è come isolato da coloro con i quali aveva voluto confondersi, e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Nella prima tentazione Pietro viene staccato dal Cristo, ora viene isolato dai fratelli. Staccandosi dal capo ci si distacca da tutto il corpo. Il satana in tal modo vaglia Pietro come il grano.

Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». O uomo, la carne si appella alla carne non (lo) sono, chi si separa dai fratelli scompare nel nulla.

59 Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo».

Passata circa un’ora, la prova sembra cessata, e la calma apparente prima dell’attacco finale, un altro insisteva parla con forza maggiore infatti giura e dice: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo», appartiene alla stessa regione di Gesù e la parlata lo manifesta (cfr. Mt 26,73).

Forse in questo c’è anche un tono di disprezzo: infatti nella Giudea ci si riteneva superiori a quelli della Galilea, perché non dalla Galilea ma dalla Giudea venivano il Messia e i profeti (cfr. Gv 7,52).

60 Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò.

Ma Pietro disse: «O uomo, prende le distanze, probabilmente diviene violento ed esce in parole stolte: non so quello che dici», completamente estraneo a tutto, il discorso mi risulta completamente nuovo: ha negato il Maestro, ha negato i fratelli e ora nega l’insegnamento che ha ricevuto.

E in quell’istante, mentre ancora parlava, la Parola si avvera puntualmente e confonde la parola dell’uomo, un gallo cantò, la creazione infatti obbedisce al suo creatore (cfr. Sap 16,24).

61 Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte».

Allora il Signore, si voltò e fissò lo sguardo su Pietro. Mentre, legato, attraversa il cortile dove Pietro sta scaldandosi e rinnegandolo, Gesù é il Signore che non subisce, ma domina gli avvenimenti: Egli passa nel momento in cui Pietro lo rinnega per la terza volta e il gallo canta, per cui voltandosi verso di lui lo guarda: non è coincidenza, è signoria.

Lo guarda e risveglia nel suo cuore il ricordo della sua Parola: e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». Questa memoria è salutare e porta alla conversione.

62 E, uscito fuori, pianse amaramente.

E uscito dall’assemblea degli empi, pianse amaramente. È il pianto amaro di chi non vuole essere consolato.

Stornate lo sguardo da me, che io pianga amaramente; non cercate di consolarmi (Is 22,4) e altrove: i messaggeri di pace piangono amaramente (Is 33,7).

Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?         

 

63 E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, 64 gli bendavano gli occhi e gli dicevano: «Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?». 65 E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo.

E intanto gli uomini che avevano la custodia di Gesù e lo tenevano prigioniero, lo deridevano come Egli stesso ha detto: sarò schernito (18,32), e lo picchiavano, gli bendavano gli occhi per impedire la profezia, ma in realtà fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo  è steso sul loro cuore (2Cor 3,15) e gli dicevano: «Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?».  Lo tentano per chiedergli un segno, ma nessun segno è dato se non quello di Giona per cui aumentano gli insulti.

E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo. Il termine tradotto insultare significa bestemmiare.

Infatti oltraggiare Cristo è bestemmiare perché è Uno con il Padre.

Lo condussero davanti al loro Sinedrio

 

66 Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro Sinedrio e gli dissero:

la suprema autorità della nazione è concorde per condannare il Signore: in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli di Israele (At 4,27)

67 «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; 68 se vi interrogo, non mi risponderete.

E gli dissero: «Se tu sei il Cristo dillo a noi», i lupi si vestono d’agnelli perché l’Agnello non si difenda, vogliono salvare le apparenze di una giustizia legale.

Gesù rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete, Egli legge i loro cuori e rivela il loro indurimento, infatti si può accogliere Gesù, in quel momento umiliato, come Messia solo credendo alla sua Parola; se vi interrogo, non mi risponderete, Egli è il Signore che pur davanti al sinedrio, che lo giudica, resta in realtà il giudice.

69 Ma da questo momento starà il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio».

Ma da questo momento, dal momento riservato dal Padre perché Egli si riveli a Israele in tutta la sua potenza, starà il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio come dice il profeta Daniele (7,13) e il Salmo 110,1. La condanna, che essi stanno facendo per consegnarlo a morte, è l’inizio della sua glorificazione e prima che essi pronuncino la sentenza di morte, Egli annuncia la sua rivelazione, il mistero della sua glorificazione, che sta per compiersi.

Come in Giovanni così in Luca, Passione, Morte e Risurrezione sono l’unica glorificazione del Cristo.

70 Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono».

Allora tutti, il Cristo resta solo di fronte al sinedrio, dissero: «Tu dunque, è la conseguenza che traggono in virtù della forza profetica della Parola di Gesù, essi sono sfolgorati dalla gloria che proviene dalla sua rivelazione, sei il Figlio di Dio?».

Non solo vedono il Messia glorificato come Figlio dell’uomo, ma nello Spirito di profezia devono interrogarlo sulla sua natura divina manifestata dal fatto che partecipa della gloria di Dio.

Il Cristo, il Figlio dell’uomo, il Figlio di Dio, è tutto un itinerario che porta il processo fuori dall’immediata sfera politica e fa entrare in quella storico-salvifica dove la regalità è affermata secondo quella lettura della Scrittura che i sinedriti rifiutano, ma dalla quale sono dominati; ed ecco viene preparata l’ultima rivelazione.

Ed Egli rispose loro: «Voi stessi dite, quindi testimoniate e proclamate che Io sono», ecco il nome divino dell’Esodo al Roveto rivelato a Mosè (Es 3,13) e che risuona come definitiva rivelazione nella sala del Sinedrio sulle labbra del Messia. Nel momento in cui si rivela, si consegna; il processo è terminato.

71 E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».

E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? Tutta la Scrittura, che testimonia questa rivelazione personale, è stata in tal modo confermata, non è necessario proseguire oltre nella ricerca.

L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca». Noi siamo testimoni. Sospendendo volutamente a questo punto la sua narrazione l’Evangelo di Luca mette in rilievo la funzione del sinedrio che è quella di ratificare pubblicamente la rivelazione di Gesù, anche se, nella sua voluta cecità, cerca di portare a livello di insubordinazione politica il processo contro Gesù.

È il tentativo che il sinedrio sta per fare davanti a Pilato in un sottile gioco di intese in cui la vittima è Gesù.

 

Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna

 

23,1 Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato

Tutta l’assemblea si alzò, il processo religioso è terminato, è necessario fare il processo civile perché il potere della spada è in mano al governatore, lo condussero perciò da Pilato. «Da quanto sappiamo, Pilato è stato un uomo brutale, che sfruttava ogni occasione per far apparire la sua autorità agli Ebrei, e non rifuggiva dallo spargere il sangue (cfr 13,1ss). I soggetti del suo territorio (cfr 3,1) lo odiavano ardentemente» (Rengstorf). In realtà questo è avvenuto perché Gesù fosse consegnato alle Genti.

2 e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re».

E cominciarono ad accusarlo, tre sono i capi di accusa ma unico è l’argomento, la sua dichiarata messianità.

Abbiamo trovato costui, cioè l’abbiamo colto sul fallo e di questo essi sono testimoni, che metteva in agitazione il nostro popolo, a Gesù viene mossa l’accusa che ha colpito Mosè ed Aronne accusati dal faraone di distogliere (nei LXX è lo stesso verbo) il popolo dai suoi lavori (Es 5,4); allo stesso modo Acab accusa Elia di aver creato confusione nel popolo: sei tu colui che perverte Israele (1Re 18,17 LXX). L’azione divina manifestata dai suoi profeti e dal suo Cristo sovverte quell’ordine che i capi hanno creato nel loro popolo e quindi si vuole eliminare chi sobilla il popolo.

L’azione di Gesù è presentata come contraria non solo ai capi di Israele, ma nociva allo stesso potere romano. Con il sinedrio infatti il governatore può giungere a un accordo ma non con Gesù che, definendosi Messia, si colloca in una posizione d’intransigenza assoluta. Infatti ne è prova il fatto che impedisce di dare tributi a Cesare. La sapiente risposta del Signore: date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio viene ora trasformata nell’accusa di proclamare l’indipendenza politica dell’imperatore.

Il sinedrio si presenta quindi come il difensore degli interessi romani nel paese e in tal modo con questo compromesso finisce col dichiarare di essere sottomesso alla sovranità di Cesare come è esplicitamente affermato in Giovanni (19,15). Non solo, ma egli esplicitamente afferma di essere il Cristo re. I due titoli sono uniti: l’uno è espressamente religioso e come tale Gesù è stato condannato davanti al sommo sacerdote, l’altro è politico e ora si attende che lo condanni il governatore.

Si vuole presentare la regalità messianica come pericolosa per le due realtà che governano la nazione e per la loro mutua interdipendenza.

3 Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici».

Pilato lo interrogò, vuole constatare di persona se le cose stanno così: «Sei tu il re dei Giudei?». Pilato evita il titolo di Messia e ne usa uno equivalente: re dei Giudei.

Gesù risponde con le stesse parole che ha pronunciato davanti al sommo sacerdote: «Tu lo dici. Duplice è la domanda, unica è la risposta.

Rispondendo così, Gesù ci rivela in che modo Pilato ha posto la domanda. Egli non è re come lo è Cesare, la sua regalità non fa paura, non è il caso di dare a Gesù un’eccessiva importanza. Del resto Gesù ha evitato ogni forma di regalità temporale (cfr Gv 6,15: stavano per venirlo a rapire per farlo re, ma Egli si allontanò di nuovo nella montagna tutto solo). Stando così le cose, Pilato vuole chiudere il processo.

4 Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna».

Il tentativo di presentare Gesù come un sovvertitore è fallito, al contrario è apparsa in tutto il suo vigore la sua regalità messianica, quale emerge dalle Scritture.

I sinedriti affermano di aver trovato Gesù nel momento in cui si proclama re e sta facendo una congiura, Pilato afferma di non trovare nessuna colpa. La ricerca menzognera è smentita anche da un pagano.

5 Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui».

Ma essi insistevano, con la forza che viene dal cuore indurito, dicendo: «Costui solleva il popolo, lo mette in agitazione, insegnando per tutta la Giudea.

L’accusa verte ora sull’insegnamento. Non si può negare che Egli insegni dovunque per tutta la Giudea. Ora il Sinedrio ha giudicato sovversivo il suo insegnamento. Su questo argomento lo aveva già giudicato Anna (cfr. Gv 18,19-23). Egli proviene dalla Galilea, dopo aver cominciato dalla Galilea fini a qui. Nominare la Galilea significa screditare l’insegnamento di Gesù perché dalla Galilea non sorge profeta (cfr. Gv 7,52) e insinuare in Pilato il sospetto che Egli sia legato agli zeloti. «Dalla Galilea infatti Giuda il Galileo aveva fatto scoppiare la sua ribellione nell’anno 6 d.C. In quell’occasione, la causa principale era costituita dal censimento, col quale si mirava a stabilire le tasse (cfr. At 5,37)» (Stoeger).

6 Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo 7 e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme.

Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo. Ricorre spesso nella Passione il termine uomo riferito a Gesù per mostrarci che ha sofferto in un vero corpo, nella nostra carne di peccato (Rm 8,3); Pilato lo mostrerà al popolo dicendo: «Ecco l’uomo» (Gv 19,5).

Essendo Galileo, Gesù ricade sotto la giurisdizione di Erode. La mossa di Pilato è un riconoscimento della sovranità di Erode Antipa e nello stesso tempo vuole scaricare su di lui la responsabilità di questo nuovo processo.

In realtà questo avviene perché si adempiano le profezie: Si radunano i re della terra e i popoli meditano cose vane… Sì veramente si unirono in questa città contro il tuo santo servo Gesù, che tu hai unto Erode e Ponzio Pilato (At 4,24-30). Erode si trovava in quei giorni di Pasqua a Gerusalemme. La volpe si riveste di pietà per attirarsi il favore popolare e coprire la sua iniquità.

Erode con i suoi soldati insulta Gesù

 

8 Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui.

Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Precedentemente Erode si è interrogato su di Lui (9,7-9) perché non sapeva spiegarsi chi fosse e cercava perciò di vederlo. Il momento è venuto ed egli è pieno di gioia. Non è la gioia nello Spirito che pervade tutto l’Evangelo, ma è la gioia della novità in una corte annoiata e vuota. Gesù è un numero sensazionale, infatti sperava di vedere qualche miracolo fatto da Lui. Erode ne sente parlare, vuole vederlo, spera il segno, non è questo un itinerario della conversione anche se apparentemente lo sembra. È attratto dalla figura di Gesù, come lo era da Giovanni, ma nello stesso tempo lo vuole piegare alla sua sovranità, strumentalizzarlo per il suo piacere, per questo:

9 Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla.

Lo interrogò facendogli molte domande per aprirsi un varco in Gesù. Ma il Signore, che era mite e umile di cuore e non era sollecitato dalle passioni umane, non gli rispose nulla. Agiva infatti con la sapienza di chi non rimprovera il beffardo per non farsi odiare (cfr. Pr 9,8).

10 Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo.

Al contrario erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. Essi temono, come infatti avviene, che Erode lo assolva e cercano di convincerlo sulla gravità della situazione, ma il tetrarca, continua a giocare e a deridere Gesù perché ai suoi occhi non è pericoloso per il suo potere.

11 Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato.

Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò, lo disprezzò. Gesù è la pietra disprezzata dagli uomini (Ps 118,22).

Si fece beffe di lui, della sua regalità messianica. Le gesta gloriose dei Maccabei, di cui Erode si sentiva erede, non potevano essere rinnovate da questo suo suddito e come segno che non temeva la sua regalità, gli mise addosso una splendida veste. «È il termine tecnico indicante la toga candida» (Jouon) [1]

Dopo averlo così schernito, lo rimandò a Pilato. Lascia al magistrato romano l’ultima decisione, ma nello stesso tempo, con questo segno, gli fa capire che non lo giudica pericoloso.

12 In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.

In quel giorno, in cui Cristo è rivestito della splendida veste e la sua regalità sempre più si manifesta, Erode e Pilato divennero amici, fecero alleanza sentendosi assoggettati all’unico loro Signore: Cesare, di cui avevano difeso la causa sia contro la regalità di Gesù e sia contro le insidie della classe sacerdotale. Prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.

Pilato abbandona Gesù alla loro volontà

 

13 Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo,

«Terza comparizione di Gesù dinanzi a un’autorità giudiziaria che porterà alla terza dichiarazione d’innocenza, in contrasto con le tre richieste di morte».

Pilato, il Cristo è stato rinnegato e consegnato alle Genti; non c’è più potere in Israele, perciò l’ultima assemblea prima della dispersione, viene convocata da un pagano, dice infatti: riuniti (lett.: convocati a sé) i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo. Convocare a sé è un verbo solenne nelle Scritture usato spesso per riunire l’intera assemblea (Gs 23,2: convocò tutto Israele, gli anziani, i capi, i giudici e gli scribi del popolo. 24,1: Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele in Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi del popolo). A questa assemblea per decidere sulla sorte del Cristo, partecipano i capi dei sacerdoti, le autorità principali del Tempio; le autorità, con questo termine non si può identificare in Luca una categoria ben precisa; probabilmente l’uso del termine si rifà alla LXX con cui si esprime una delle categorie che governano il popolo (cfr. Gs 23,2; 24,1), e il popolo, coinvolto dai suoi capi in questa condanna anche se non ne prende l’iniziativa.

14 disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; 15 e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte.

Di fronte all’assemblea Pilato pronuncia la sentenza, disse loro: «Mi avete portato, il verbo qui usato assume, nella lingua sacra, il valore sacrificale di offrire. L’azione del sinedrio di consegnare Cristo a Pilato, è già vista nell’Evangelo come parte integrante del suo sacrificio. Quest’uomo come agitatore del popolo, questo è il capo principale dell’accusa (23,2); ecco, io l’ho esaminato davanti a voi. Esaminare è il verbo che indica l’indagine giudiziaria, soprattutto in fase istruttoria, prima del processo vero e proprio (GLNT, Buechel). Pilato non vuole nemmeno iniziare il processo tanto è evidente l’innocenza di Gesù confermata anche da Erode (v. 15). In tal modo pure per la Legge d’Israele egli è innocente perché qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o tre testimoni (Dt 19,15), sentenza: Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte.

16 Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà».

Ma a questo punto, sapendo l’intenzione omicida del Sinedrio, egli giunge a un compromesso, cede: Perciò dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà. Il castigo è la flagellazione; nell’intenzione di Pilato era a se stante non preparatoria alla crocifissione, motivata dal fatto di destare compassione per Gesù.

18 Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!».

Ma essi si misero a gridare tutti insieme, non sono più distinti secondo il loro ordine (sommi sacerdoti, autorità, popolo) ma diventano un’unica massa compatta e concorde nel gridare: «Togli di mezzo costui! Costui, in questo modo Gesù viene rinnegato dal suo popolo, il suo nome non viene pronunciato, Egli perde la sua identità; non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi (Is 53,2).

Mentre Egli è svuotato e si annienta, acquista risalto un altro: Rimettici in libertà Barabba!». Quanti leggiamo ci troviamo di fronte a questo personaggio ignoto di cui l’evangelista dice:

19 Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio.

La rivolta aveva probabilmente un carattere politico anti-romano e poteva benissimo avere una matrice zelota.

Già infatti all’epoca del censimento di Quirinio erano successi disordini provocati dagli zeloti.

È difficile precisare il ruolo di Barabba nella rivolta. Ci è riferito che egli era inoltre colpevole di omicidio; giusta era quindi la sua incarcerazione. Giovanni definisce Barabba un brigante (Gv 18,40), termine che probabilmente connota uno zelota.

20 Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù.

Di fronte a questa richiesta Pilato è posto in una situazione imbarazzante: come può lasciare libero un uomo pericoloso per Roma e condannarne uno che è innocuo? Egli ragiona così per non essere accusato della liberazione di Barabba, per questo parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù.

21 Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!».

Dopo aver chiesto la sua morte, si urla di quale morte deve morire. È questa la morte di chi si è ribellato al potere romano: su di lui cade la morte di Barabba, i ruoli vengono scambiati. Il loro urlo stupisce, non vogliono più ragionare con Pilato.

Questi si trova davanti a una massa compatta, urlante, che ha sete del sangue di Gesù, una sete inspiegabile, un odio senza ragione per cui è disposta a pagare qualsiasi prezzo purché sia soddisfatta.

22 Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà».

Ed Egli, per la terza volta, in tal modo viene confermato che anche per un pagano è stato assurdo condannare Gesù, disse loro: «Ma che male ha fatto costui?. Male nelle sue labbra significa le accuse da loro rivolte a Gesù. Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte, su di lui essa non ha potere (cfr. At 2,24).

Lo punirò, di nuovo propone come alternativa la flagellazione, e poi lo rimetterò in libertà».

23 Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano.

Essi però insistevano a gran voce, sono impazziti e accecati dall’ignoranza, trascinati a questa follia dai loro capi, chiedendo che venisse crocifisso.

In Lui chiedono la loro stessa morte, gettando via la pietra d’angolo, cessano di essere il popolo di Dio perché si privano di Colui che tiene compatto e strutturato l’Israele santo.

E le loro grida crescevano, c’è il pericolo di una sommossa temuta sia da Pilato che dai sommi sacerdoti, ma questa volta non è più a favore di Gesù. Pilato vede che Gesù non è più gradito a tutto il popolo.

24 Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita.

Pilato si piegò alla loro volontà contro se stesso. Egli, così duro con gli Ebrei al punto da essere poi deposto per questo, cede inspiegabilmente alla loro richiesta. In realtà il vero abisso non esisteva tra lui e i giudei ma col Cristo: Egli appare solo nella sua regalità messianica da tutti rifiutata come assurda e quindi messa alla prova.

25 Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.

Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, ripete quanto precedentemente ha detto per sottolineare la conclusione del processo: viene liberato uno che è implicato nella lotta contro Roma e viene condannato Gesù, lo consegnò infatti al loro volere. In tal modo la sorte è segnata, la scelta è fatta; Israele si avvia alla lotta armata che porterà alla distruzione definitiva del Tempio e alla dispersione e solo dopo un lungo cammino, segnato dalla durezza del cuore, potrà finalmente guardare a Colui che è stato trafitto e ottenere la salvezza.

Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me

 

26 Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù.

Lungo la salita del Calvario, l’Evangelo registra alcuni episodi con lo scopo di sottolineare ancora di più la sua regalità che culmina nel cartiglio posto nella croce.

Mentre lo conducevano via fermarono, Lc usa un termine meno duro di Mt/Mc (costrinsero) per attenuare la responsabilità dei soldati romani. Costrinsero in greco ha un termine tecnico che indica colui che precede il re e che ha diritto di obbligare chi incontra a compiere certi servizi per rendere più spedito il cammino del sovrano.

Simone di Cirene viene quindi preso perché porti la Croce dietro a Gesù. In questo modo diviene modello del discepolo secondo quanto il Signore ha detto: «Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo» (14,27).

27 Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui.

Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne. Il corteo del Signore, che percorre la via regale, è composto dalla gran folla di popolo che lo segue, già in questo si percepisce l’inizio della conversione, infatti lo segue. Le donne si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Gesù viene circondato dal lamento funebre, come è scritto: Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito (Zac 12,10). Questo lutto è simile a quello di Adad-Rimon nella pianura di Meghiddo (ivi, 11) cioè al lutto fatto per Giosia, come è narrato in 2Cr 34, 24-25: Tutti quelli di Giuda e di Gerusalemme fecero lutto per Giosia. Geremia compose un lamento su Giosia; tutti i cantori e le cantanti lo ripetono ancora nei lamenti su Giosia; è diventata una tradizione in Israele. Esso è inserito fra i lamenti. Gesù quindi è circondato da questo lamento regale delle figlie di Gerusalemme. Solenne è questo corteo regale che sale alla croce.

28 Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli.

Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, è il re Salomone che parla loro, lo sposo del Cantico. Questo appellativo si trova pure nel Cantico (2,7; 3,10; 5,8.16) e indica il coro che commenta il dialogo di amore tra lo Sposo e la Sposa.

Gesù appare qui come lo Sposo che, rivestito delle insegne regali (la corona) va verso il talamo delle nozze con la sua Sposa, la Chiesa.

Gesù si rivolge a loro e interpreta il loro lamento come profezia di quanto sta per accadere: non piangete su di me perché questo è il giorno delle mie nozze, il giorno della gioia del mio cuore (cfr. Ct 3,11), ma piangete su voi stesse e sui vostri figli perché la figlia di Sion che ripudia il suo Re e lo uccide diviene grembo infecondo e seno arido (Os 9,14).

29 Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”.

Sono i giorni della maledizione talmente duri che la condizione di chi è sterile è preferibile a tale angoscia per cui s’invocherà la morte.

30 Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”.

Il Signore cita la profezia di Osea (10,8) di nuovo citata in Ap 6,15s. Tale sarà l’ira divina di quei giorni che si cercherà scampo nelle viscere della terra come per trovare protezione oppure per finire in tal modo la propria esistenza.

31 Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?».

Perché se si tratta così il legno verde, cioè il Cristo, l’albero della vita, che innocente, passa attraverso il fuoco dell’ira divina perché diventato per noi maledizione e viene arso sulla Croce senza tuttavia essere distrutto perché incorruttibile, che avverrà del legno secco?». Di quel legno che è stato reciso perché non ha fatto penitenza nonostante che con amore e pazienza è stato concimato come il fico senza frutti (13,6-9; cfr. 1Pt 4,17).

32 Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.

Come durante il suo ministero mangiava con i pubblicani e i peccatori, così ora condivide la sorte dei malfattori operando in seno ad essi un giudizio come sarà detto in seguito.

Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno

33 Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra.

Quando giunsero al luogo detto Cranio, in Gv 19,17 è riportato il termine ebraico Golgota.

La precisione topografica è probabilmente raccolta da Luca dalla tradizione viva della comunità cristiana di Gerusalemme da lui presentata negli Atti. Questa Chiesa custodisce nel suo seno la memoria dei luoghi del suo Signore.

Vi crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. su quella collina crocifissero, con una parola è detto tutto sulla più crudele e spaventosa pena di morte come la definisce il pagano Cicerone e in tal modo era sentita dai lettori dell’Evangelo di Luca. come è detto in Ez 48,35: La città si chiamerà da quel giorno in poi: il Signore è là, perché in essa Egli è stato crocifisso. I due malfattori erano uno a destra e l’altro a sinistra Gesù è nel mezzo, come l’ago della bilancia che tutto pesa e giudica.

34 Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».

Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte.

Gesù diceva: «Padre, in quest’ora suprema con Lui è il Padre che Egli invoca e del quale anche ora si dichiara Figlio, lo invoca e intercede, come ci ha insegnato, per i suoi nemici: perdona loro, è il Sommo Sacerdote, che fa da mediatore nelle viscere di misericordia che ha per noi, perché non sanno quello che fanno», come dirà l’Apostolo Pietro: «So bene, fratelli miei, che avete agito per ignoranza, come anche i vostri capi» (At 3,15.17). Tuttavia essi non hanno scusa per il loro peccato perché lo hanno odiato senza ragione (cfr. Gv 15,22-25).

Poi dividendosi le sue vesti, le tirarono a sorte, si adempiono le profezie (Sal 22,19). Questa solenne liturgia sacrificale è accompagnata dalla salmodia e le divine Scritture hanno descritto in modo accurato l’immolazione della Vittima pasquale.

Costui è il re dei Giudei

35 Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».

Il popolo stava a vedere. Nei salmi l’azione del vedere è unita a quella di schernire (Sal 22,7), di sfuggire (Sal 31,12), di scuotere il capo (Sal 109,25).

Nell’Evangelo le due azioni sono scisse: il popolo stava a vedere, testimone muto e inerte di fronte al suo Signore, i capi invece lo deridevano, si facevano beffe di Lui. Essi hanno davanti a loro, nella crocifissione, la prova evidente che Gesù non è il Messia e quindi possono prendere in giro le sue pretese di essere il Salvatore del popolo.

Il loro accecamento è giunto a questo punto e in tal modo le Scritture sono realizzate.

La sorte toccata ai messaggeri di Dio e ai suoi profeti è giunta a compimento nel Cristo come è detto: in 2Cr 36,16: Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio». L’ira del Signore contro il suo popolo, raggiunge il culmine senza più rimedio.

36 Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».

Anche le Genti, rappresentate nei soldati, lo deridevano. In greco il verbo non è lo stesso che il precedente anche se ha un significato simile: vuol dire farsi gioco di qualcuno, deridere, irridere, e quindi: schernire, farsi beffe (GLNT, Bertram).

I soldati lo prendono in giro porgendogli dell’aceto adempiendo così la parola del Salmo che dice: quando avevo sete mi hanno dato aceto (Sal 69,22), essi sembrano imitare il rito di colui che porge la coppa al re dicono infatti: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Come esecutori del potere di Cesare hanno inchiodato questo re sulla Croce e lo hanno reso impotente. Nel rifiuto di Gesù tutti si sono uniti.

38 Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

Dal basso saliamo verso l’alto, dalla folla, dai capi, e dai soldati guardiamo ora sul capo di Gesù: c’era anche una scritta (parecchi codici aggiungono: in lettere greche, latine ed ebraiche), sopra di lui: «Costui è il re dei Giudei». La Parola consegnata nelle Scritture d’Israele è salita sul suo capo come diadema regale e annuncia a tutti i popoli chi è Gesù: essendo il re dei Giudei è il Messia.

Oggi con me sarai nel paradiso

39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!».

Uno dei malfattori appesi (alla croce) lo insultava unendosi ai nemici di Gesù (22,65); lett: lo bestemmiava, derideva infatti la regalità messianica del Signore che si manifestava attraverso quell’infamante supplizio, dicendo: «Non sei tu il Cristo? È la stessa tentazione del Satana che vuole il segno (4,1-12), degli scribi e dei farisei che per metterlo alla prova chiedono un segno dal cielo (11,16), così anche il malfattore si associa ai capi (35) e ai soldati (36) e dice: Salva te stesso e noi!».

40 L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena?

L’altro lo rimproverava. È proprio di colui che comprende e obbedisce al disegno di Dio rimproverare chi si ribella e fa violenza tentando Dio.

«Non hai alcun timore di Dio? È scritto: il timore del Signore è principio della sapienza (Sal 111,10) quindi è l’inizio della conversione, tu sei condannato alla stessa pena?», hai ricevuto la stessa sentenza di condanna del Cristo.

41 Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».

Noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per la nostre azioni, si riconosce malfattore e peccatore assieme all’altro e vede che il regno del Messia non viene attraverso la violenza e l’odio, infatti afferma: egli invece non ha fatto nulla di male, è innocente, timorato di Dio perciò, anche se condannato dagli uomini, Egli è esaudito da Dio che adempie in Lui la promessa fatta a Israele. Attraverso la conversione il ladro pentito entra nella santa Scrittura e ne percepisce il senso: disprezzato e reietto dagli uomini… si è caricato delle nostre sofferenze… lo giudicavano castigato… per le sue piaghe noi siamo stati guariti (Is 53,3-5).

42 E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».

Egli ora prega, fiorisce sulle sue labbra il salterio, con il quale Gesù sta pregando. Dice infatti il Salmo: Ricordati di noi, Signore, per amore del tuo popolo, visitaci con la tua salvezza (106,4).

Egli prega Gesù come il Signore e attende da Lui la salvezza quando verrà nella sua gloria regale. Crede che Gesù tornerà come re nel giorno del giudizio e quindi lo prega con la preghiera d’Israele trasmessa dalle divine Scritture. Attraverso la preghiera attinge alla fede e in Gesù sofferente come lui e per lui vede già il Messia glorioso.

43 Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Gli rispose: In verità ti dico, è una parola confermata da un giuramento, oggi perché proprio ora è iniziato il tempo ultimo e da questo legno Gesù regna, sarai con me nel paradiso, in quel paradiso dal quale l’uomo era stato escluso e verso il quale è tutta la sua brama, tu sarai con me, condividerai la mia stessa gioia, la mia regalità e il legno della maledizione sul quale sei appeso con me diventerà l’albero della vita. Per te infatti ho abbandonato il paradiso di delizie e sono stato con te inchiodato su quell’albero che fu la tua condanna, ora la maledizione è tolta, entra con me nel giardino di delizie e gusta del frutto della vita perché è iniziato il mio regno.

Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito

44 Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. 45 Il velo del tempio si squarciò a metà.

Ed era già verso mezzogiorno (lett.: quasi l’ora sesta) e si fece buio (lett.: e fu tenebra) su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio (lett.: fino all’ora nona) perché il sole si era eclissato. In queste tre ore ci fu la tenebra perché è scritto prima del terzo canto del Servo del Signore (Is 50,4-11): Rivesto i cieli di oscurità, do loro un sacco per mantello (ivi, 3), fanno lutto per il loro Signore. Il Sole si eclissa al massimo del suo splendore.

Il velo del Tempio, la cortina che separa il Santo dal Santo dei Santi portava, secondo la tradizione raffigurati due cherubini ed era intessuta di fine bisso con porpora e scarlatto (GLNT, Schneider); essa era attraversata solo dal sommo sacerdote nel giorno dell’espiazione e veniva aspersa col sangue sacrificale. Questo velo si squarciò a metà per indicare che l’antica economia era terminata e che era aperto l’accesso al Santo dei Santi, non più attraverso un velo materiale ma attraverso la carne di Cristo come è detto in Eb 10,19-22; sono iniziati i riti della nuova economia.

46 Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.

Gesù, gridando a gran voce, perché tutti odano sia nei cieli che sulla terra come sottoterra la sua testimonianza e la sua preghiera come sommo sacerdote che entra nel santuario celeste, disse: «Padre, è nella sua totale obbedienza che parla nell’amore sconfinato che ha per Lui, nelle tue mani consegno il mio spirito». Cita il Sal 31,6 che fa parte della preghiera della sera del pio giudeo (GLNT, Maurer) e con questa preghiera termina la sua liturgia sacrificale.

Detto questo, spirò. Egli consegna liberamente il suo spirito al Padre, come ha detto in Giovanni: «Ho il potere di offrire la mia vita e ho il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,18).

Egli consegna il suo spirito, la sua vita al Padre perché è sicuro che gli sarà restituita.

Quindi si addormenta in pace perché il Signore al sicuro lo fa riposare (Sal 4,9) e non abbandonerà la sua vita nel sepolcro né lascerà che il suo santo veda la corruzione (Sal 16,10).

Qui si genuflette e si fa una breve pausa

47 Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto».

Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio. Si è fatto silenzio su tutta la terra, dopo il grido di Gesù anche i nemici tacciono, il terrore divino è sceso su tutti. Il centurione vince questo silenzio e dice: «Veramente quest’uomo era giusto».

In costui le Genti per prime proclamano il Cristo e lo dichiarano giusto, capace di giustificare tutti coloro che credono in Lui.

Alla giustizia fondata sulle opere della Legge che, malamente intesa, ha portato a uccidere il Cristo, si contrappone ora la giustizia che deriva dalla fede in Colui che è il solo giusto.

48 Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto.

Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, riprende il lamento funebre che ha accompagnato il Cristo fino alla Croce, ripensando a (lett: veduto) a quanto era accaduto, la folla è in tal modo testimone, se ne tornava battendosi il petto, si adempie così la Parola che dice: Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui che hanno trafitto (Zac 12,10), questo lamento per aver ucciso il Figlio unico, il Primogenito così amaro porta i cuori al pentimento e alla conversione nel giorno in cui viene effuso lo Spirito (At 2,37-41)

49 Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.

Dalle folle lo sguardo passa sui conoscenti e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, e che stavano da lontano come dice il Salmo: Hai allontanato da me i miei compagni (88,9) e altrove: Amici e compagni si scostano dalle mie piaghe, i miei vicini stanno a distanza (38,12). Dopo il rumoreggiare delle potenze avverse emerge nel silenzio pieno di dolore la Chiesa composta dal centurione, il resto d’Israele, i suoi e le donne, che assumono ora un ruolo di primo piano, sono muti spettatori di questi avvenimenti.

Giuseppe pone il corpo di Gesù in un sepolcro scavato nella roccia

50 C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. 51 Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. 52 Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù.

Segue ora il rito della sepoltura compiuto da Giuseppe, membro del sinedrio e che quindi gode di grande autorità. Egli è definito persona buona e giusta e quindi appartiene a coloro che osservano la Legge. Infatti per adempierla si presenta a Pilato e chiede il corpo di Gesù.

La Legge infatti prescrive che il cadavere di chi è stato appeso al legno il giorno stesso sia seppellito (Dt 21,22s).

Egli aspetta il regno di Dio che vede annunciato in Gesù e non ha aderito alla decisione e all’operato degli altri.

53 Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto.

Lo calò dalla croce perché doveva riposare in seno alla terra in giorno di sabato, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba, Gesù è morto povero, privo di tutto e, secondo la profezia con il ricco fu il suo tumulo (Is 53,9); il lenzuolo è mondo, secondo Mt 27,59, per sottolineare la sua santità; e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era ancora stato deposto, «come nel grembo di Maria nessuno fu concepito prima di Lui e nessuno dopo, così in questo sepolcro nessuno fu sepolto prima di Lui e nessuno dopo» (Agostino).

54 Era il giorno della parascève e già splendevano le luci del sabato.

Le stelle che ne annunciano l’inizio e brillano di gioia per Colui che le ha create (Bar 3,35) e che ora riposa nella viscere della terra.

55 Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, 56 poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.

L’Evangelo si sofferma ora sulle donne, anello di congiunzione tra la morte e la risurrezione del Signore.

Esse seguivano Giuseppe che deponeva il corpo di Gesù nel sepolcro e osservavano la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù. Il grande silenzio del sabato è iniziato e avvolge tutto e tutti nella grande attesa.

Le donne sono ancora sotto la Legge per questo osservano come è deposto il corpo di Gesù e prepararono aromi e oli profumati e si riposano il giorno di sabato secondo il comandamento.

Da quel sepolcro e da quel corpo incorruttibile sta per sgorgare lo Spirito che rinnova tutta l’umanità e toglie dal carcere in cui la Legge chiudeva tutti.

Parola del Signore.

 

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Contempliamo il Cristo che entra nella città santa per consegnarsi spontaneamente alla sua Passione e Morte sulla Croce.

Con cuore umile e pentito preghiamo il Padre misericordioso perché si adempia il suo disegno di salvezza per tutti gli uomini.

Preghiamo insieme e diciamo:

Per la passione del tuo Figlio, ascoltaci, o Padre.

 

  • Perché la Chiesa raccolga dal dolce legno della Croce il frutto della vita e lo doni a tutti gli uomini, preghiamo.

  • Perché la morte redentrice del Cristo illumini l’intelligenza di ogni uomo e nella contemplazione della Croce tutti possano vedere il segno sconvolgente della gloria divina, preghiamo.

  • Perché le sofferenze del Cristo siano forza e conforto per coloro che subiscono persecuzione e oltraggi a causa della giustizia, preghiamo.

  • Perché i morenti sentano la forte presenza del Signore e sull’esempio del ladro si affidino alla sua misericordia, preghiamo.

  • Perché noi qui presenti alla scuola del Signore impariamo a fare la volontà del Padre e a condividere le infermità e le sofferenze del prossimo, preghiamo.

Ascolta, o Padre, la preghiera del tuo popolo che celebra la passione del tuo Figlio; fa’ che dopo averlo acclamato nel giorno dell’esultanza, sappiamo seguirlo con la fedeltà dell’amore nell’ora oscura e vivificante della croce.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

[1] La toga candida la rivestiva l’aspirante (candidato) a una pubblica carica.