DOMENICA IV DI QUARESIMA – C

Pasqua di vita, primavera nuova,

l’austro soffia nel nostro giardino,

si effondono gli aromi del Diletto

        Ct 4,16

Svegliati, anima mia, e canta

nuove armonie nello Spirito:

è l’aurora della Redenzione.

Dal santo lavacro resi puri,

entriamo nei divini Misteri;

scorrono il latte e il miele:

il latte della Parola di luce,

il miele nel favo della lettera,

la coppa inebriante e il pane.

Ecco le porte della misericordia

nel Cristo innalzato sulla Croce:

acqua viva sgorga dal suo seno.

Venite tutti, mangiate e bevete

in bianche vesti alla sua mensa,

il profumo sia sul nostro capo.

                       Qo 9,8

Non esser triste e adirato, o figlio,

entra anche tu a far festa con noi:

il Padre ci vuole tutti nel suo amore.

PRIMA LETTURA                                          Gs 5,9a.10-12

Dal libro di Giosuè

In quei giorni, 9 il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». [Quel luogo si chiama Gàlgala fino ad oggi].

L’infamia d’Egitto è la schiavitù che non scompare fino a che i figli d’Israele non sono entrati nella terra promessa.

Il passaggio del Giordano, la circoncisione e il mangiare la pasqua nella terra data a loro in eredità sono i segni che conducono i figli d’Israele alla libertà.

Appare evidente la lettura sacramentale di questi segni: le acque battesimali, la spogliazione dell’uomo vecchio e infine la Pasqua come inizio della nuova vita in Cristo.

Il nome Gàlgala ha assonanza con il verbo ebraico tradotto con “ho allontanato”. I nomi geografici sono un memoriale degli avvenimenti dell’intervento salvifico di Dio a favore del suo popolo.

10 Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico.

I figli d’Israele prendono possesso della terra osservando con esattezza la Legge del Signore per quello che riguarda la Pasqua. La carica profetica della Pasqua celebrata in Egitto ancora in schiavitù si attua in questa Pasqua celebrata nelle steppe di Gerico e quindi nella propria terra come uomini liberi.

Tutto scorre tra queste due pasque. Nella prima pasqua gli israeliti mangiano il pane azzimo delle loro madie, durante il cammino sono nutriti dalla manna e nella seconda pasqua mangiano i frutti della terra, come subito dice. La diversità di cibo rileva la diversa natura della pasqua.

11 Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno.

Nella prima pasqua mangiano un nutrimento preparato in fretta e scarso quindi incapace di poterli nutrire per tutto il viaggio. Nel suo significato simbolico esso rappresenta la conoscenza dell’uomo naturale che non può nutrirlo nel cammino della vita (cfr. 1Cor 2,14: L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito).

In questa pasqua essi mangiano i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito. È questo il nutrimento nuovo (cfr. Lv 23,14: Non mangerete pane, né grano abbrustolito, né spighe fresche, prima di quel giorno, prima di aver portato l’offerta al vostro Dio).Con la Pasqua ha inizio il nuovo modo di nutrirsi legato alla terra. Stando a Lv 23,14 essi si sono nutriti dei nuovi prodotti solo dopo aver offerto al Signore il primo covone. Ne hanno riconosciuto la signoria.

Il testo si preoccupa di farci notare come questa generazione, che entra nella terra con Giosuè, vive nella perfetta obbedienza della Legge e quindi gode della benedizione del Signore.

12 E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.

La manna è stata il cibo del della peregrinazione nel deserto. Il suo cessare indica una nuova condizione. D’ora in poi non sarà più il Signore a nutrirli direttamente ma la terra. Il nutrimento della terra è condizionato all’osservanza dei comandamenti come dice altrove. Per questo essi compiono tutto secondo quanto prescrive la Legge.

Tuttavia il testo sembra lasciar trasparire una certa tristezza perché il tempo del deserto è finito. Sono perciò cessati i segni straordinari della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. L’autore sacro vede quel tempo come il momento di più forte intimità con Dio nonostante le numerose e ripetute infedeltà.

In modo simbolico Ruperto legge nella cessazione della manna il venir meno della Parola di Dio e dell’Eucaristia nel momento in cui «giungeremo a quella terra dei viventi, in quella beata Sion, dove Dio sarà visto faccia a faccia per cui non avremo più bisogno né della Parola della dottrina e neppure dei segni sacramentali del pane e del vino. […] Pertanto dopo che mangiarono i frutti della terra cessò la manna, perché quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà (1Cor 13,10)».

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 33

R/.  Gustate e vedete com’è buono il Signore.

Benedirò il Signore in ogni tempo,

sulla mia bocca sempre la sua lode.

Io mi glorio nel Signore:

i poveri ascoltino e si rallegrino.          R/.

Magnificate con me il Signore,

esaltiamo insieme il suo nome.

Ho cercato il Signore: mi ha risposto

e da ogni mia paura mi ha liberato.                R/.

Guardate a lui e sarete raggianti,

i vostri volti non dovranno arrossire.

Questo povero grida e il Signore lo ascolta,

lo salva da tutte le sue angosce.        R/.

SECONDA LETTURA                                     2 Cor 5,17-21

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, 17 se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Esser in Cristo è essere nuova creatura (cfr. Gal 5,16) è la creazione nuova contrapposta a questa economia. Nell’uomo, che è in Cristo, ha già inizio la nuova creazione. Tuttavia essa giunge al suo compimento nella piena manifestazione del Cristo, nella sua parusia, quando questo cielo e questa terra passeranno, e appariranno cieli nuovi e terra nuova, e la morte, che scandisce e caratterizza questo tempo, non ci sarà più.

Nel frattempo il cristiano vive nell’attesa, che non è caratterizzata dalla passività ma dall’amore, che è desiderio ardente di conformarsi sempre più al Cristo. Il principio dell’essere nuova creatura implica l’obbedienza alla grazia inerente al nostro battesimo perché quanto è all’inizio giunga in noi al suo compimento. «Esser in Cristo», ha come effetto di essere parte della nuova creazione.

Il principio della rigenerazione battesimale è talmente forte da relativizzare le cose vecchie dichiarate passate e da far esclamare: ecco ne sono nate di nuove. È a queste che il discepolo guarda con lo sguardo del credente infiammato dall’amore del Cristo.

Il processo di passaggio dalla morte alla vita non coinvolge solo noi ma tutta la creazione, che si fa nuova. Nel suo farsi nuova, essa ha in noi il suo inizio. In noi cioè nel nostro rapporto con Cristo. Per rinnovare tutta la creazione, il Padre parte dal suo Cristo, raggiunge noi e infine tutte le creature.

Questo processo di rinnovamento avviene perché le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Il rapporto antico/nuovo è già espresso nella profezia (cfr. Is 43,18s) e sta a indicare sia le due economie (Legge/Evangelo) come pure questa creazione e la nuova.

Chi è in Cristo è quindi posto nell’Evangelo e appartiene già alla nuova creazione. Nell’essere in Cristo non cessa la dinamica di morte e vita, di gemito di attesa (cfr. Rm 8) ma la fede nella Parola di Dio è sostenuta dalla speranza la cui esperienza più alta è l’amore. Il sigillo non solo della fede (cfr. Gal 5,6) ma anche della speranza è l’amore.

Questo può scoraggiare chi è debole nella fede perché egli non vede segni visibili della vita nuova e della nuova creazione, che scaturisce dalla signoria del Cristo (cfr. Ap 21,5).

Per questo Gesù ammonisce gravemente: «Guai a chi scandalizza uno di questi piccoli che credono in me» (cfr. Mc 9,42) impedendo la loro crescita nella fede in Cristo. Per questo il segno visibile è l’amore.

18 Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione.

Tutto questo viene dal Padre. Egli è l’origine della nuova creazione. Nel seguito ne rivela il modo. La riconciliazione sta all’inizio della nuova creazione.

19 Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.

I vv. 18-19 sono paralleli tra loro:

Dio ci ha riconciliati a sé / era Dio che riconciliava.

Mediante Cristo / il mondo a sé in Cristo.

E ha dato a noi / e ha posto in noi.

Il ministero della riconciliazione / la parola della riconciliazione.

La salvezza contenuta nella riconciliazione è espressa con due passi paralleli e complementari. Per Cristo e in Cristo, Dio riconcilia a sé noi e il mondo; Egli pure pone in noi, negli Apostoli, la parola della riconciliazione, dando a noi il ministero della riconciliazione.

La riconciliazione consiste nel fatto che Dio non imputa loro (rispetto al mondo) le loro trasgressioni.

La riconciliazione ha Dio come autore e si attua in Cristo e per Cristo e agli apostoli sono dati il ministero e la parola della riconciliazione.

20 In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.

L’esortazione apostolica – l’Evangelo – è il luogo dove Dio esorta attraverso gli Apostoli. L’esortazione è sottolineata da una supplica in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio..

Si tratta della paura che abbiamo di dichiararci peccatori, quindi bisognosi di non difendere una nostra giustizia e accogliere l’intervento giusto di Dio. L’incredulità non è altro che una forma di giustificazione di se stessi. Là dove l’uomo si accusa c’è la fede e là dove si giustifica c’è l’incredulità, la non fede.

21 Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.

Infatti la riconciliazione non è una semplice amnistia ma si fonda su un’azione ben precisa di Dio: la morte sacrificale di Cristo innocente per il peccato. Essa ha la forza di rendere noi giustizia di Dio per mezzo di Lui.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO                        Lc 15,18

R/.       Lode e onore a te, Signore Gesù!

Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò:

Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te.

R/.       Lode e onore a te, Signore Gesù!

VANGELO                                                   Lc 15,1-3.11-32

Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, 1 si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

«Il primo livello di lettura, specialmente se inquadrato nei primi tre versetti, è quello di parlarci del grande tema della vocazione d’Israele e delle Genti: tema che sfocia nel figlio maggiore, Israele, che incessantemente ha adempiuto la Legge e le Genti che hanno vissuto dissolutamente» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 16.3.1980).

3 Ed egli disse loro questa parabola: 11 «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze.

Al figlio minore, secondo Dt 21,17 spettava 1/3 dei beni. Ma se la trasmissione avveniva durante la vita del padre il figlio otteneva la proprietà dei beni non però la disponibilità (non poteva venderli) né l’usufrutto (rimaneva al padre fino alla sua morte). Nella parabola invece il figlio chiede ed ottiene la disponibilità dei beni: intende cioè organizzare indipendentemente la sua vita (Jeremias). E il padre non si oppone. Non dice una parola; fa quello che il figlio gli chiede. Già appare singolare il comportamento di questo padre che rinuncia al suo diritto nei confronti del figlio. Questi può scambiare la condiscendenza del padre come un suo diritto a essere libero.

13 Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.

Vivendo in modo dissoluto, con i beni del padre.

«Allora questo figlio più giovane fa la sua esperienza; penetra nuovi mondi, accosta nuove civiltà che il figlio maggiore non conosce. Ha la sua ricchezza di esperienza e come si fa a dire che non è andato a cercare Dio … forse cercava Dio ma ha finito con le prostitute, ha fornicato con gli idoli (anche nel vitello un po’ si cercava Dio). Quindi le Genti, trattenute meno dal braccio di Dio di quanto non lo sia Israele, hanno fatto la loro esperienza. L’umanità è divisa in due categorie: Israele e le Genti. Quindi tra le Genti l’avventura è sempre la stessa: lontano dal Dio unico» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 16.3.1980).

14 Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci.

Andò a mettersi al servizio (lett.: si unì): egli si unisce a un cittadino pagano. «Il verbo attaccarsi a qualcuno è utilizzato da Luca proprio per dire che non è lecito ad un giudeo unirsi a pagani» (Rossè, o.c., p. 610).

Dovendo occuparsi di animali impuri, egli rinnega praticamente la sua religione (Lv 11,7). È costretto a disobbedire alla Legge per mangiare; egli diviene l’opposto del fratello maggiore.

16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla.

Avrebbe voluto. Indica un’intensa brama non soddisfatta come quella di Lazzaro davanti alla mensa del ricco.

Carrube: un proverbio rabbinico dice: «Quando gli Israeliti sono costretti a mangiare carrube, si convertono» (cit. in Rossè, o.c., p. 611).

17 Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”.

Ritornò in se stesso è un’espressione che significa pentirsi.

Avendo già avuto e dilapidato la sua eredità, non aveva più diritto né al cibo né al vestito: doveva guadagnarseli.

20 Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”.

Corse. Per un orientale ormai avanti con gli anni quello descritto è un atteggiamento del tutto fuori del comune e poco confacente alla sua dignità, anche se avesse veramente fretta.

Lo baciò: il bacio è il segno del perdono (Cfr. 2Sm 14,33).

22 Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23 Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il padre rovescia nel suo contrario la frase rimasta inespressa nel figlio (che avrebbe voluto guadagnarsi cibo e vestiti) (Jeremias).

Il vestito più bello: significava alta distinzione; in oriente non si usavano decorazioni per i dignitari meritevoli, ma vesti preziose. L’abito nuovo è segno del tempo della salvezza. Letteralmente è chiamata la prima veste con un riferimento alla condizione iniziale.

Anello e sandali: l’anello va concepito come un sigillo e si dà a chi è investito di pieni poteri, i calzari erano un lusso ed erano portati solo dagli uomini liberi, il figlio non avrebbe più dovuto camminare a piedi nudi come uno schiavo.

Il vitello grasso: era molto raro mangiare carne e l’abbattimento del vitello ingrassato era occasione di festa per tutta la casa: l’invito a mensa è il segno della reintegrazione del figlio nella famiglia. Tutti devono sapere ed essere partecipi della ritrovata dignità del figlio.

«Il padre non molla e quando viene il Cristo la casa si riapre anche alle genti. Tutto è dimenticato, anzi diventa come un merito, si fa festa» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 16.3.1980).

25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27 Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28 Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29 Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31 Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

La parabola (diversamente dalle altre) ha un secondo vertice, un secondo episodio. Nella reazione del fratello maggiore (a cui peraltro il padre si rivolge con grande affetto) Gesù vuol fare intravedere l’atteggiamento di scribi e farisei che contestano la sua predicazione ritenendosi puri e perfetti e rifiutando di credere che l’amore di Dio possa superare l’abisso del peccato (cfr. Rm 5,20). La caratteristica di quest’ultima parte della parabola è di non avere una conclusione, una morale: essa si arresta bruscamente, l’esito rimane aperto; gli ascoltatori di Gesù devono accettare se partecipare o no alla festa. Gesù non li condanna e conserva una speranza per loro di vincere il proprio egoismo. La difesa della Buona Novella si presenta così contemporaneamente come un rimprovero e un tentativo di conquistare il cuore dei suoi avversari (Jeremias).

La parabola si chiude con l’espressione usata pochi versetti prima per descrivere la conversione del figlio e che richiama le chiuse delle altre due parabole; il culmine di tutto il capitolo 15 si ritrova proprio qui: nella gioia di Dio per i peccatori che si salvano. È la stessa gioia provata da Dio nella creazione; quando vide che ciò che aveva fatto era cosa buona: la conversione del peccatore lo riporta alla condizione primordiale di amicizia intima col creatore.

«Ma il maggiore non ne vuole sapere delle ragioni del Padre e dice: Nemmeno un capretto (civiltà, storia, arte…) e il Padre gli volta le carte. Ma gli altri per banchettare devono entrare nella Casa, nella Terra Santa. Gesù non si sposta da questa terra per cui le genti devono rientrare ed accettare l’unico Dio di Abramo e di Gesù Cristo; solo allora si fa festa. Le economie alle quali le genti appartengono sono sorpassate perché il Cristo è venuto. Questa parabola è la storia d’Israele e delle Genti, di quello che hanno fatto prima e di quello che devono fare dopo. In Cristo si abbattono le divisioni. Qui Luca raggiunge Giovanni, la teologia del Verbo fatto Carne. […] La riconciliazione è in Gesù, la sorgente di vita che sgorga dal Padre. Le altre economie devono cedere all’incontro definitivo con l’”apax” che è Gesù, il Vitello sgrassato, la Pasqua vera» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 16.3.80).

Solo dopo questa prima lettura possiamo fare quella a livello personale, che viene sempre più spontaneo fare per prima: «è la nostra vicenda che è orribile mescolanza di figlio maggiore nelle pretese, presunzione e giudizio sugli altri e figlio minore perché ne facciamo di tutti i colori»

(d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 16.3.80).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Accolga il Signore la nostra preghiera che nasce da un cuore dove le pretese del figlio maggiore si mescolano con le dissolutezze del minore. La Parola, che ci converte, infonda fiducia alla nostra preghiera per la bontà del Padre.

Preghiamo insieme e diciamo:

Accogli i tuoi figli, Padre misericordioso

  • Guarda, o Padre tenerissimo, i tuoi figli «attraverso il volto di Gesù e nel suo cuore bruciante di amore»[1] perché a te ci convertiamo e a te diveniamo simili, noi ti preghiamo.
  • Per coloro che ancora non ti conoscono e che già tu ami come tuoi, perché dalla loro miseria si alzino e s’incamminino verso di te, noi ti preghiamo.
  • Sciogli il gelo di coloro che ti servono, fondandosi sulla propria giustizia, nei «flutti dell’infinita tenerezza in te racchiusi»[2] perché solo di te s’inebrino e non delle proprie opere, noi ti preghiamo.
  • Donaci la grazia di non sentirci giusti di fronte a chi pecca e di confessare le nostre colpe a te e ai nostri fratelli che insieme a noi le confessano, noi ti preghiamo.

 

  1. O Dio, Padre buono e grande nel perdono, accogli nell’abbraccio del tuo amore, tutti i figli che tornano a te con animo pentito; ricoprili delle splendide vesti di salvezza, perché possano gustare la tua gioia nella cena pasquale dell’Agnello. Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

[1] S. Teresa di Gesù Bambino, atto di offerta all’amore misericordioso.

[2] idem