DOMENICA III DI QUARESIMA – C

Scorre silenzioso il tempo dell’esilio

nel lento procedere del gregge

verso il monte di Dio, l’Oreb.

Arde il roveto, intatto, nel silenzio:

fuoco di serafini e trono del Signore,

che è sceso verso il suo popolo.

Nome ineffabile, pronunciato

in parole dense di mistero:

Essere, pienezza del tutto.

Nella terra d’amare illusioni,

di serpenti e manna dal cielo,

nella prova fiorisce il deserto.

Tempo che svanisci nel vuoto

di disperati ardori passionali,

ecco l’eterno tuo Redentore!

La notte tende all’alba del giorno:

la vera luce già risplende su noi:

svegliamoci, illuminati da Cristo.

 

 

PRIMA LETTURA                                         Es 3,1-8a.13-15

Dal libro dell’Èsodo

1 In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.

Mosè stava pascolando il gregge. Dio lo chiama nel momento in cui egli non pensa affatto alla liberazione del suo popolo. Tutto mostra la libera iniziativa di Dio, mosso dalla compassione per la schiavitù d’Israele.

Oltre il deserto dove egli pensava vi fosse del pascolo.

Al monte di Dio, l’Oreb; senza volerlo, Mosè giunge al monte della rivelazione. È chiamato «monte di Dio» in modo anticipato (cfr. Targum aramaico: «al monte su cui si rivelò la gloria del Signore,all’Oreb»).

In questo monte la tradizione ha raccolto sette opere significative: 1. l’apparizione nel Roveto. 2. l’acqua che scaturisce dalla roccia (17,6). 3. Preghiera di Mosè contro Amalek (17,10). 4. la Legge (ivi, 19). 5. il digiuno di 40 giorni di Mosè. 6. il vitello d’oro e la strage tra il popolo. 7. la visione di Elia (1Re 19).

Mosè è spinto dalla necessità del suo lavoro e di tappa in tappa giunge alla santa montagna. È importante saper comprendere come le fasi della nostra vita, legate alla necessità, conducano verso l’incontro con Dio.

2 L’angelo del Signore gli apparve (lett.: si fece vedere) in una fiamma di fuoco dal mezzo di un (lett.: dal mezzo del) roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava.

L’angelo del Signore è l’inviato del Signore, che ne annuncia la presenza. Egli appare nella forma della fiamma del fuoco, che non scaturisce dal roveto ma si manifesta in esso. Il fuoco, essendo di natura spirituale, esprime qui la natura dei messi celesti, come è scritto: Fai dei venti i tuoi messaggeri, delle fiamme guizzanti i tuoi ministri (Sal 104,4: fa suoi messaggeri gli spiriti, i suoi ministri fiamma guizzante).

Dal momento che l’angelo del Signore si fece vedere, Mosè poté vedere. Ed ecco, l’espressione introduce il contenuto della visione. Essa s’incentra sul roveto che arde senza consumarsi. Mosè quindi vede il fuoco di origine celeste e quel fuoco è l’angelo del Signore (allo stesso modo Isaia vide i serafini nel tempio, Is 6). Egli avvolge il roveto senza consumarlo perché non c’è rapporto tra la natura del roveto e quella dell’angelo. Agli occhi di Mosè diventa visibile in quel fuoco la natura spirituale dell’angelo del Signore.

3 Mosè pensò (lett.: disse): «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?».

Voglio avvicinarmi; il verbo usato è «voglio scostarmi» dal sentiero che sto percorrendo per avvicinarmi a vedere. Mosè inizia ad abbandonare la sua via per avvicinarsi al Signore anche se ancora non lo conosce. Tutto ancora è basato sul verbo vedere. In questa visione dell’angelo del Signore, come fuoco che arde senza nulla consumare, Mosè inizia a porsi delle domande che denotano stupore e curiosità.

Lo stesso accade all’uomo che inizia ad essere illuminato dalla luce divina: egli si pone domande che non sono più entro la logica di quello che abitualmente vede e che tutti vedono e di cui quindi parlano. Egli comincia a discostarsi dal sentiero, che tutti percorrono in cerca di ciò che è necessario per vivere.

4 Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!».

Il Signore vide; non è più l’angelo ma il Signore stesso: visibile nel fuoco era l’angelo, invisibile è il Signore. Qui la Scrittura usa il Nome, che tra poco sarà rivelato a Mosè. Nel momento in cui lo chiama la Scrittura dice: Dio gridò a lui dal roveto a indicare che Mosè sa che è Dio che lo chiama ma non ne conosce ancora il Nome. Invece il Signore lo conosce per nome.

Essere conosciuti e ancora non conoscere appieno il Signore, questa è la condizione dell’uomo davanti a Dio.

«Mosè, Mosè!». La ripetizione del nome sta ad indicare che quanto Dio sta per rivelare è di somma importanza e nello stesso tempo proibisce quello che Mosè sta per fare (cfr. Gn 22,11: la chiamata di Abramo mentre sta per immolare suo figlio).

«Eccomi!». Mosè si ferma ed è pronto per ascoltare e ubbidire. Egli sa che chi gli parla è il suo Dio. Come l’angelo ha annunciato la presenza del Signore, così anche Mosè si dichiara servo del Signore e si mette nell’atteggiamento proprio del servo.

5 Riprese (lett.: e disse) «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!».

Non avvicinarti oltre! Mosè non può avvicinarsi oltre perché ancora non è giunto alla conoscenza di Dio e a quell’intimità con Lui, altrove attestata nella Scrittura (cfr. Nm 12,8:«Bocca a bocca parlo con lui, in visione e non con enigmi ed egli guarda l’immagine del Signore»).

Già il luogo dove egli si trova è suolo santo, quindi egli deve agire in esso come nel santuario di Dio, cioè essere a piedi scalzi.

Alla curiosità di chi vuol scoprire la natura del fenomeno si sostituisce ora il senso del timore di Dio e della presenza del sacro nella stessa creazione. Un luogo non è uguale a un altro, come un giorno differisce da un altro.

6 E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio.

Dio è presente a ogni generazione cominciando da Abramo, Isacco e Giacobbe. Lo stesso intervento salvifico fatto con i padri, ora il Signore sta per compierlo con la generazione di Mosè.

Lo schema dell’ultima rivelazione, quella fatta a Giacobbe, che stava scendendo in Egitto, si ripete ora qui. Confrontare Gn 46,2-4 con il testo attuale: Dio disse a Israele in una visione notturna: «Giacobbe, Giacobbe!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo. Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare (lett.: salire). Giuseppe ti chiuderà gli occhi». Ora il Signore attua la promessa di far risalire Israele. Le due visioni con gli elementi che hanno in comune rilevano la continuità.

Davanti alla presenza del Signore si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Dopo che ha udito la voce del Signore uscire dalla fiamma del roveto, in Mosè si è spenta ogni curiosità e si copre il volto con il mantello oppure con le mani perché avverte davanti a sé la presenza di Dio sul quale egli non ha la forza di fissare lo sguardo. Tutti si coprono il volto davanti a Dio.

Chi non conosce Dio è curioso e va in cerca di segni; chi invece ha cominciato a conoscerlo è ripieno di timore e, pur non vedendolo, ne percepisce in sé una presenza che crea timore. Ma questo timore reca una gioia immensa perché è l’inizio della conoscenza.

Mai la visione di Dio è fine a se stessa, Egli si mostra ai suoi servi per conferire loro una missione.

7 Il Signore disse: «Ho osservato (lett.: con sguardo attento ho visto) la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo (lett.: loro) grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze.

Ho osservato quello che l’occhio dell’uomo non vede, ho udito, cioè vi ho fatto attenzione, il loro grido e conosco le sue sofferenze, che sono nel suo cuore. Questi verbi mettono in luce la misericordia attenta e premurosa di Dio.

Il Signore fa vedere a Mosè il suo angelo e gli fa udire la sua voce come risposta al fatto che Egli ha visto la miseria del suo popolo e ha udito il grido di ciascuno (passa infatti dal singolare al plurale: loro) e dal momento che Dio conosce, ora Egli si fa conoscere perché il popolo lo accolga in Mosè come il suo Redentore.

La miseria del mio popolo è la prima volta che il Signore nomina Israele come suo popolo. Nel momento della prova e dell’afflizione lo ricorda come suo per fargli sentire il suo amore.

Conosco, prelude già al mistero dell’Incarnazione, annunciato nel verbo che segue: Sono sceso per liberarlo.

8 Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo».

Sono sceso per liberarlo. Il Cristo glorioso dice a Saulo: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4).

Si parla della divina discesa per conoscere riguardo a Sodoma, infatti Sodoma non appartiene a Dio. Si parla della divina discesa per liberare riguardo al popolo perché il Signore già lo conosce in quanto gli appartiene. Sono sceso là dove è il popolo nella schiavitù (come l’angelo nella fornace a Babilonia) per farlo salire. Solo se il Signore scende, il popolo può salire. Là dove noi ci troviamo non abbiamo possibilità di uscita e di salita. Solo se Egli scende a noi ed entra là dove noi siamo, noi possiamo salire ed essere condotti verso una terra bella e spaziosa, dove scorrono latte e miele.

Ogni discesa di Dio è per la redenzione.

Una terra bella e spaziosa. Bella, cioè ricca di frutti quanto è spaziosa.

Latte e miele (Secondo la promessa divina in Es 3,8: L’espressione è poetica e sta ad indicare l’abbondanza. In questa terra scorrono rigagnoli di latte e miele. Si dice che il latte scorre quando dalle mammelle delle mucche per la sovrabbondanza esso scende sul pavimento; allo stesso modo i favi e i frutti sono talmente pregni che il loro liquido scorre a terra, come è detto in Gio 4,18: In quel giorno le montagne stilleranno vino nuovo e latte scorrerà per le colline; in tutti i ruscelli di Giuda scorreranno le acque)

Elenca i popoli perché Israele sappia che solo in forza del Nome del Signore e della promessa ai padri potrà sconfiggerli e subentrare al loro posto.

13 Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».

Mosè chiede a Dio di rivelargli il suo Nome come garanzia che da Lui egli è stato mandato. Infatti gli israeliti sapranno che davvero Dio gli è apparso se Mosè saprà dire quale è il nome del loro Dio. Con la rivelazione del Nome inizia la conoscenza di Dio.

14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!».

L’espressione esprime l’ineffabilità del Nome. Nessuno può conoscerlo e può pronunciarlo. Il Signore non può definirsi entro il linguaggio umano né circoscriversi nell’intelligenza dell’uomo e anche delle creature angeliche.

Il suo Nome apre lo sguardo nell’assoluto e invita all’adorazione. Egli è Colui in cui l’essere è pienezza di essere e fuori di Lui vi è il nulla.

In questa semplicissima espressione vi è l’assoluto perché nulla può essere aggiunto o tolto e nulla può essere detto.

In questa frase divina è la contemplazione pura e spoglia da ogni variazione propria delle creature. Da questa assoluta e pura esperienza di Dio, conclusione di un cammino di purificazione e inizio della sua missione, scaturisce per Mosè la forza per far uscire Israele dalla schiavitù egiziana. Chi può agire in nome di Dio senza conoscerlo?

La tradizione d’Israele è così espressa da Rashi:

«Io sono quel che sono – Io sarò con loro in questa sventura. Sono Io che sarò con loro nella schiavitù cui verranno assoggettati da altri regni (Berachòt 9b). Allora [Mosè] disse: “Signore dell’universo, perché dovrei ricordare loro altre sventure? Essi ne hanno abbastanza con questa!”. Dio gli rispose: “Hai detto bene”. Così dirai: “Io sono mi manda a voi”» (o.c., p. 21).

Il Nome è letto in modo storico. Dio si rivela nel suo intervento salvifico ed è in questa luce che lo accoglie il credente.

Anche Rambàn si muove in questa linea:

Come tu sei con me anch’io lo sono con te. Se voi aprite le mani e fate l’elemosina, anch’io aprirò la mia mano, come è detto: Aprirà il Signore a te il suo tesoro buono (Dt 28,12); se invece non aprite le vostre mani, che cosa è scritto? Ecco tratterà le acque e seccheranno ecc. (Gb 12,15).

I Settanta interpretano:

Io sono Colui che è

Questa interpretazione segna il passaggio dalla lettura storica, presente nella tradizione d’Israele, a quella metafisica che s’impone nella riflessione teologica cristiana.

Note di d. G. Dossetti.

«I LXX risolvono ogni incertezza del testo ebraico al v. 14: infatti il nome di Dio è formalmente definito: «Io sono l’essente, colui che è». Questo mi pare importante sia perché questa parola, anche precristiana, è certa ed è anteriore alla riflessione dei padri greci, anzi la ispira. È una parola ispirata che la Chiesa riceve dalla Sinagoga: è una parola che comanda tutta l’interpretazione dell’Antico e del Nuovo Testamento; è un’intrusione indebita dei filosofi e rivela il significato provvidenziale della diaspora ebraica messa a contatto con la “filosofia” ellenistica e della traduzione dei LXX. Mentre il Testo ebraico potrebbe dare adito a interpretazioni evasive (Io sono colui che sono, cioè non mi rivelo) i LXX invece sono chiari. Il nome di Dio è innominabile: coloro che non sono, come fanno a nominare Colui che è? La formulazione così come è nei LXX ricorre spesso nell’Apocalisse (cfr. 1,4.8; 4,8; 11,17; 13,5) (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 8.1.1974).

Il suo essere non proviene dal nulla ma semplicemente è. In quanto è semplice, non subisce nessun’alterazione.

Dionigi I nomi divini V,4.

  1. [261] [817C] Ma siccome anche di queste abbiamo già detto, celebriamo piuttosto il Bene in quanto è il vero Essere che dà l’essere a tutte le cose che sono. [262] Colui che è (Es 3,14) è la Causa sopra/sostanziale e sostantificatrice di tutto e il Creatore dell’essere, dell’esistenza, dell’ipostasi, della sostanza, della natura; è il principio e la misura dei secoli; l’entità dei tempi, la durata degli esseri, il tempo delle cose che divengono; l’essere delle cose in qualsiasi modo esistenti, la generazione delle cose che nascono in qualsivoglia maniera [1]. Dall’Essere derivano la durata e la sostanza dell’essere, il tempo, la generazione e ciò che è generato, le cose che sono [817D] negli esseri e quelle che esistono e sussistono in qualsivoglia maniera. [263] Infatti, Dio non esiste in un certo qual grado, ma in maniera semplice e senza limiti, possedendo in se stesso interamente e in anticipo tutto l’Essere in se stesso. Perciò è detto re dei secoli (1Tm 1,17), in quanto tutto l’essere esiste e sussiste in lui e attorno a lui. [264] Infatti, egli non era e non sarà, non è divenuto, né diviene, né diverrà, o piuttosto egli non è [2], ma è l’essere per gli esseri, e non solo gli esseri, ma anche l’essere di tutti gli esseri, procede da colui che esiste prima dei secoli. Egli è il secolo dei secoli. Egli che esiste prima dei secoli (cfr. Gn 21,33; Rm 16,26).

Agostino

L’eternità è la sostanza di Dio, che nulla ha di mutabile. Ivi nulla è passato, come se non fosse; nulla è futuro, come ancora non sia, poiché ivi non c’è se non ciò che è.

La traduzione della Vulgata riprende il testo ebraico: Ego sum qui sum.

Gregorio Magno nell’omelia II su Ezechiele così commenta:

È in questo senso che Giovanni dice: Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (1Gv 3,2). Come è possibile ciò, lo dice aggiungendo subito: perché lo vedremo così come egli è (ivi). È proprio di Dio essere eterno e permanere immutabile. Tutto ciò che muta finisce di essere quello che era, e comincia ad essere ciò che non era; mentre è proprio di Dio essere lo stesso. Per cui a Mosè dice: Io sono colui che sono. Così dirai ai figli d’Israele: Colui che è mi ha inviato a voi (Es 3,14). Anche Giacomo dice: Presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento (Gc 1,17). E così Giovanni dice: Saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è (1Gv 3,2), perché contemplando l’essenza della sua natura, siamo liberati dalla nostra mutabilità e gettiamo le radici nell’eternità. Saremo trasformati in Colui che vedremo, perché saremo liberati dalla morte vivendo la vita, vinceremo la nostra mutabilità vedendo l’immutabile. Non saremo trattenuti da nessuna incorruzione vedendo l’incorrotto.

L’essere in Dio, essendo pienezza, non muta in un nuovo modo di essere ma resta sempre quello che Egli è. La sua immutabilità non è incapacità d’intervento, la sua pienezza non è assenza di libertà e di decisione. Ma in tutto Dio agisce senza mutare se stesso; Egli non passa da una condizione ad un’altra.

E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi”».

E aggiunse. La Scrittura stacca la rivelazione del Nome dalla missione di Mosè per farci percepire l’assoluto senza relazione se non per misericordia e amore verso il suo popolo.

Io-Sono, questo è il Nome che Mosè deve rivelare ai figli d’Israele nel momento della redenzione e questo è il Nome che Gesù rivela a noi nel momento in cui è Innalzato da terra (cfr. Gv 8,28: Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono).

15 Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.

Al nome (il Signore) Dio unisce il titolo con cui si è rivelato all’inizio a Mosè per indicare che egli non annuncia una nuova divinità ma Egli è il Dio che ha scelto Abramo, Isacco e Giacobbe, che si è loro rivelato e che ora si rivela a Mosè con quel Nome che, essendo assoluto, domina ogni creatura.

Il suo Nome diviene memoriale perché è il Nome in forza del quale Dio ha redento il suo popolo.

Allo stesso modo il Nome di Gesù il Signore è il memoriale perché a noi rivelato nella sua Pasqua e nei divini misteri. Il Nome di Gesù diviene il memoriale al Padre perché si adempia al più presto la redenzione di tutti gli eletti.

Sommario

Notiamo come nel testo s’intrecci la parola vedere sia in Dio che in Mosè. Dio vede la miseria del suo popolo e si fa vedere nell’angelo a Mosè nel roveto, Mosè vede la fiamma che arde senza consumare il roveto e Dio vede Mosè che si sta avvicinando. Dopo il lungo silenzio del periodo egiziano (l’ultima visione risale a Giacobbe, come abbiamo rilevato nel testo) di nuovo il Signore si manifesta e dichiara di non essere assente dalla schiavitù del suo popolo (sono sceso).

Come emerge oggi la visione di Dio dalle nebbie gelide delle nostre elucubrazioni mentali, dei nostri pensieri, delle nostre paure e delle nostre stesse visioni e previsioni?

Come è viva e presente la missione di Mosè oggi, quella cioè di liberare il popolo di Dio da ogni forma di schiavitù sia coatta che volontaria?

Come i cristiani e soprattutto coloro che sono inviati fanno esperienza di Gesù nel roveto che arde senza consumarsi in cui si ode al sua Parola e si accoglie la sua precisa volontà di redimere il suo popolo?

Quanti roveti ci sono nel deserto! Ma uno solo arde senza consumarsi. Quante parole ci sono! Ma una sola risuona senza esaurirsi e in essa senti la voce di Dio.

Quando la Parola di Dio è un fuoco che non consuma e non cessa e in essa si ode la voce di Dio?

È scritto che Mosè condusse il suo gregge dopo il deserto, al monte di Dio.

Solo chi è arrivato dopo il deserto e sale al monte di Dio vede e ascolta. È questa un’esperienza che ci era pure proclamata domenica scorsa nell’evangelo della trasfigurazione. Salendo il monte con Gesù alla fine lo si contempla nella sua gloria in un dialogo con Mosè ed Elia e ivi si ode la voce del Padre che lo dichiara il Figlio suo che noi dobbiamo ascoltare.

Un solo pastore, una sola voce, una sola parola: dall’Uno deriva l’uno, quello solo che è necessario.

SALMO RESPONSORIALE                                Sal 102

R/.       Il Signore ha pietà del suo popolo.

Benedici il Signore, anima mia,

quanto è in me benedica il suo santo nome.

Benedici il Signore, anima mia,

non dimenticare tutti i suoi benefici.    R/.

Egli perdona tutte le tue colpe,

guarisce tutte le tue infermità,

salva dalla fossa la tua vita,

ti circonda di bontà e misericordia.      R/.

Il Signore compie cose giuste,

difende i diritti di tutti gli oppressi.

Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie,

le sue opere ai figli d’Israele.              R/.

Misericordioso e pietoso è il Signore,

lento all’ira e grande nell’amore.

Perché quanto il cielo è alto sulla terra,

così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono.    R/.

SECONDA LETTURA                                 1 Cor 10,1-6.10-12

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

1 Non voglio [+ infatti] che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare,

L’apostolo richiama alla memoria quanto è accaduto ai padri.

Infatti, collega con quanto precede: l’apostolo ha detto di sottomettere il suo corpo trattandolo duramente. È possibile annunciare l’Evangelo e non essere partecipi, come pure è possibile essere battezzati e gustare il cibo e la bevanda spirituali e gustare la morte. questo avviene se non si «prende a pugni» il proprio corpo e non lo si sottomette in schiavitù. Questo perché tutti dobbiamo sottostare alla prova del deserto, dopo l’iniziazione, come accadde ai nostri padri.

Non voglio infatti che ignoriate. Queste cose non si possono ignorare: la storia passata ci mostra le figure dei sacramenti (il battesimo e l’eucaristia) e ci rivela pure come essi siano stati inefficaci per i nostri padri: infatti non si può abusare dell’elezione per commettere la colpa.

Ignorare pertanto è essere privi della scienza spirituale cioè dell’intelligenza delle Scritture considerate e raccolte nel loro significato spirituale non accessibili all’uomo psichico. L’uomo psichico è colui che non ha condotto in schiavitù il proprio corpo e quindi è da esso dominato.

Fratelli…i nostri padri. Dice così perché parla al vero Israele di Dio discendente spirituale di Abramo secondo la fede.

Tutti furono sotto la nube e tutti attraversarono il mare. La nube della Gloria avvolgeva tutto Israele che, come popolo sacerdotale, officiava nella tenda santa. A questo ufficio liturgico fu iniziato nelle acque del mare. Allora non c’erano ancora i sacerdoti, ma tutto il popolo erano sotto la nube perché è un popolo sacerdotale.

E tutti il mare attraversarono come è scritto in Es 14,22: e vennero i figli d’Israele in mezzo al mare nell’asciutto e le acque per loro erano un muro dalla loro destra e dalla loro sinistra.

2 tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare,

L’apostolo interpreta i fatti: essi ricevettero il battesimo in Mosè, nella nube e nel mare. Dicendo in Mosè intende dire nella Legge. Il battesimo nella nube e nel mare fa parte dell’antica economia e quindi è avvenuto in Mosè cioè nella Legge.

Il nuovo battesimo avviene in Cristo: noi siamo stati immersi in Lui nella sua morte e siamo stati avvolti nel suo Spirito e di Lui ci siamo rivestiti. Tuttavia anche i segni dell’antica economia erano efficaci perché ripieni, in modo anticipato, della grazia redentrice del Cristo operante mediante l’obbedienza della fede.

Qui Mosè rappresenta la Legge contrapposta a Cristo. Non nella persona di Mosè furono battezzati, ma nella Legge. Invece noi fummo realmente immersi in Cristo, nella sua morte e nella sua Persona divina, ci siamo infatti rivestiti di Cristo. Paolo precisa che furono immersi in Mosè, nella nube e nel mare, che non sono segni di Mosè, ma di Cristo. La nube è la sua divinità, il mare la sua morte.

3 tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, 4 tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo.

Dal battesimo l’Apostolo passa al pasto sacro (la manna e l’acqua sgorgata dalla roccia) e lo definisce spirituale perché legato a Cristo che dona lo Spirito. Quindi quel cibo e quell’acqua non solo nutrivano fisicamente ma rendevano partecipi dello Spirito comunicando l’intelligenza spirituale. È chiaro che comunicavano lo Spirito secondo quel modo proprio dell’antica economia. Non era la pienezza dello Spirito comunicata dalla pienezza della rivelazione nei segni sacramentali del Nuovo Testamento.

Dicendo che la roccia spirituale che li accompagnava era il Cristo, intende parlare di una reale manifestazione di Cristo che opera e agisce nella storia del suo popolo.

Dotato pertanto di questa presenza salvifica il popolo aveva quanto era necessario per conseguire la salvezza.

5 Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto.

Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio anche se furono iniziati alla vita divina. Essendosi ribellati a Dio nel deserto, Egli di loro non si compiacque e perciò furono sterminati nel deserto. Non dice tutti perché solo Giosuè e Caleb si salvarono dalla morte nel deserto.

6 Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono.

Dopo aver presentato la generazione dell’Esodo, ora passa a considerare la situazione attuale della comunità e il pericolo che le sovrasta. Quanto è accaduto ai nostri padri è per noi di esempio.

Esempio. Si può tradurre anche tipo, dando a questo termine un significato particolare. Il termine ricorre ancora al v. 11. L’apostolo fa un elenco di segni dell’Esodo: la nube, il mare, la manna, l’acqua dalla roccia. Poi esamina quanto accadde alla generazione del deserto.

Creando un rapporto con quegli avvenimenti e la situazione attuale della comunità afferma: ciò avvenne come tipo per noi. La Scrittura ha annotato questi avvenimenti per ammonimento di noi che siamo la comunità dell’ultimo tempo (11). Dio infatti agirà allo stesso modo se desideriamo cose cattive come essi le desiderarono (6), Egli ha operato la salvezza attraverso i segni sacramentali dell’antica economia, che sono tipo dei segni sacramentali della nuova economia. «Così, ad esempio, il battesimo somiglia all’attraversamento del Mar Rosso non solo per il passaggio attraverso l’acqua, ma anche e soprattutto perché esso è l’intervento fondamentale di salvezza, dal quale provengono tutti gli appartenenti al popolo di Dio» (GLNT, Goppelt).

Cose cattive sono il nutrimento da schiavi, il cibo d’Egitto (Nm 4,5s: carne, pesce, cocomeri) contrapposto alla manna, il cibo spirituale. La brama di questo cibo è della folla raccogliticcia e poi dei figli d’Israele; probabilmente per questo l’Apostolo dice anche quelli. Il popolo brama la carne: Chi ci nutrirà di carne! (Nm 11,4) e l’Apostolo ha detto: non mangerò carne in eterno per non scandalizzare mio fratello (8,13). Disprezza l’Eucaristia, il cibo spirituale, chi mangia la carne o fa cose simili scandalizzando il fratello. Questo nasce non dalla libertà ma dalla concupiscenza.

[7 Non diventate idolatri come alcuni di loro, secondo quanto sta scritto: Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi.

idolatri: il vitello d’oro (Es 32). Del fatto sottolinea il v. 6 sedette il popolo a mangiare e bere e si alzarono a divertirsi. È sempre in rapporto al mangiare e al bere. Il pasto consumato nell’idolatria ha come conseguenza: alzarci per divertirsi; cosa questa che si contrappone alla gioia e all’ebbrezza data dall’Eucaristia.

8 Non abbandoniamoci all’impurità, come si abbandonarono alcuni di loro e in un solo giorno ne caddero ventitremila.

Impurità: è il fatto di Baal-Peor (Nm 25), in cui l’idolatria giunse al suo compimento nella fornicazione, nel pasto e nell’adorazione dell’idolo.

Mi pare che questi tre fatti siano contrapposti: al cibo e alla bevanda spirituali. Il cibo e la bevanda dell’idolatria derivano dalla concupiscenza dei cibi d’Egitto che è consumata nell’idolatria e che porta a divertirsi: divertimento che trova la sua espressione conclusiva nella fornicazione. Quindi il detto precedente sulla fornicazione e sugli idolatri ha la sua radice nell’idolatria e in un’ultima istanza nella concupiscenza delle cose cattive cioè del nutrimento della nostra schiavitù.

9 Non mettiamo alla prova il Signore, come lo misero alla prova alcuni di loro, e caddero vittime dei serpenti.

Non mettiamo alla prova sempre in rapporto al cibo: è l’episodio dei serpenti infuocati. Vedi Nm 25,4-9; particolarmente al v. 5: Non c’è pane, non c’è acqua e l’anima nostra è nauseata in questo pane vile. Disprezzare questo cibo e dichiararlo vile è tentare il Signore: è infatti disprezzare il mistero del suo annientamento e annullare la sua efficacia che esso ha – penso – in virtù della manna; per questa infatti il popolo era reso immune dai serpenti infuocati che c’erano nel deserto; così noi è in virtù dell’Eucaristia che siamo resi immuni dal morso del serpente antico.]

10 Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore.

Non mormorate, si riferisce a Nm 17,6-15. L’Apostolo dice: Alcuni di loro, la Legge dice: Tutta l’assemblea dei figli d’Israele, ma non tutti perirono. Può essere che siano periti coloro che mormorarono cioè indussero tutta l’assemblea a farlo. Probabilmente si riferisce alla ribellione di Core (Nm 14). Appare la figura dello sterminatore. Questa figura è nominata esplicitamente in 1Cr 21,12.15: l’angelo sterminatore. Vedi anche Sap 18,20-25: colui che sterminava (25). Può essere che l’apostolo pensi a quel particolare angelo che nella tradizione rabbinica è chiamato il corruttore, cfr. 2Cor 12,7: l’angelo di satana.

11 Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi.

Questi avvenimenti, che sono tipo (6), accaddero a loro e furono scritti per ammonimento nostro. La situazione ora è molto più grave di quella del periodo del deserto perché per noi è arrivata la fine dei tempi. In questi tempi più che mai è presente il distruttore e la prova si è fatta più forte perciò l’apostolo esorta:

12 Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.

Colui che si crede saldo nel suo cammino deve far attenzione a non cadere ma sempre più intensifichi la sua fatica e il suo sforzo nella conversione perché rassegnarsi al peccato e disperarsi sono la forza, che impedisce la conversione.

Infatti la possibilità del peccato è annullata dalla penitenza e dalla fede: Dio ci dona la forza per resistere a ogni tentazione.

«Non c’è scusa, non c’è attenuante perché nulla potrà vincerci. È Dio stesso che dispone la tentazione e il modo di uscirne. È questa la premessa della penitenza. […] Il peccato per sua natura non provoca la condanna: c’è un peccato che Dio perdona, ma non un peccato che passi e sia dimenticato. State attenti, potete cadere» (d. U. Neri, appunti di omelia, Monteveglio, 17 marzo 1974).

CANTO AL VANGELO                                        Mt 4,17

R/.       Lode e onore a te, Signore Gesù!

Convertitevi, dice il Signore,

il regno dei cieli è vicino.

R/.       Lode e onore a te, Signore Gesù!

VANGELO                                                        Lc 13,1-9

Dal vangelo secondo Luca

1 In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. 2 Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? 3 No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Il termine, che ora acquista rilievo, è: conversione. Questo è il modo per accordarci con il nostro avversario durante la strada di questa vita (cfr. Mt 5,25). Il Signore insegna ora a leggere i fatti della storia e a coglierli come segni del tempo ultimo e decisivo. È difficile precisare storicamente a quale episodio ci si riferisca. «Poiché si dice che il sangue dei Galilei uccisi s’è mischiato con quello delle vittime (agnelli pasquali?), è chiaro che i Romani hanno assalito una carovana di pellegrini galilei diretta a Gerusalemme, oppure sono penetrati nel cortile del Tempio mentre si stava compiendo un sacrificio» (Rengstorf).

La sorte, che ha colpito quei Galilei, non rivela che essi fossero peccatori più di tutti i Galilei. Gesù sembra qui correggere i pensieri errati come quello espresso anche dai discepoli: «Rabbì, chi ha peccato lui o i suoi genitori perché egli nascesse così?» (Gv 9,2). Tanto più che essi furono uccisi durante il sacrificio, l’espressione cultuale più alta.

«No vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (3).

È quindi un anticipo di una sorte che colpirà tutti, se non ci si converte. Dal contesto la conversione appare come la capacità di accogliere la Parola di Gesù come l’ultima possibilità senza indugiare.

A conferma di questo, Gesù cita un episodio che tocca la città di Gerusalemme nei suoi baluardi, le torri (4). La torre di Siloe, che crolla sui suoi abitanti, anticipa la distruzione finale della città santa. Per la loro impenitenza Gerusalemme fu distrutta nel 70 d.C., al contrario, Ninive si era salvata per aver accolto la predicazione di Giona (11,32).

6 Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò.

Diceva anche questa parabola. Essa conclude il discorso sulla natura di questo tempo che è di conversione.

Sono vere le parole iniziali di Giovanni il Battista: «fate dunque frutti degni di conversione. La scure è già posta alla radice degli alberi» (3,8-9); la decisione divina è stata presa, ma Gesù ottiene di procrastinare questo tempo per fare l’ultimo tentativo.

Un fico piantato nella vigna. La vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele (Is 5,7) e il fico fu piantato in questo terreno ricco e fecondo e tuttavia non fece frutti per il suo padrone.

7 Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”.

Sono tre anni. «Dapprima si lascia crescere liberamente l’albero per tre anni (cfr. Lv 19,23), sono dunque passati già sei anni dal momento della sua piantagione: esso è quindi disperatamente infruttifero» (Jeremias).

Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno? In quanto depaupera di nutrimento le viti circostanti. Se in uno non opera la grazia della conversione, egli deve essere reciso perché non sciupi ulteriormente il dono di Dio e sia di danno agli altri. Ma il vignaiolo interviene chiedendo che il periodo di grazia sia ulteriormente prolungato.

8 Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. 9 Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai».

Lascialo ancora quest’anno, è ormai l’ultimo, quello delle cure straordinarie che normalmente non si fanno a un fico, cioè concimarlo.

Vedremo se porterà frutti per l’avvenire, (lett.: per l’anno prossimo) quindi un futuro immediato. Dopo di esso non ci sarà più nessuna possibilità: se no lo taglierai.

Gesù insegna che vi è una sola possibilità, la sua intercessione e quindi la fede nella sua mediazione salvifica. La conversione è prima di tutto credere nella sua mediazione ed essere certi della sua salvezza.

Anche per la Chiesa il suo posto è nel cuore dell’umanità per unirsi alla preghiera del Cristo con un solo cuore e una sola voce. Conoscere il giudizio attraverso le Scritture, che si rivelano nella Chiesa, significa porsi con la Chiesa nel cuore stesso della sua preghiera per tutti gli uomini.

Nella carità la conversione porta il suo frutto.

Sommario

«Prima i Galilei e poi Gerusalemme: tutti peccatori in misura tale da meritare la morte.

È un discorso non naturale, l’uomo naturale non capisce il peccato, non è in grado di accettarlo. L’unico scampo è la conversione. Ci è offerta la salvezza nel nostro continuo volgerci al Signore; i frutti buoni seguono la conversione e sono dono di Dio. La conversione è il volgersi semplice e totale a Dio implorando il perdono.

Di questa conversione Dio ci dà la possibilità oggi: in un anno di salvezza in cui Dio per così dire sospende il giudizio. Però è un anno solo. Quindi il tempo è molto breve. Lo stesso Gesù, che intercede e che arresta per così dire la giustizia di Dio, proprio per questo potrà dire: «taglialo», se questo anno non sarà accolto come dono». (d. U. Neri, appunti di omelia, Monteveglio, 17 marzo 1974).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. La rivelazione del Nome divino ci riempia di umile e commossa adorazione verso Colui, che rivelandosi, ci dona la grazia della salvezza.

Preghiamo insieme e diciamo:

Signore, nostro Redentore, ascoltaci

  • Signore guarda con bontà i tuoi figli, la cui ingratitudine ti offende, ed infondi in noi lo Spirito del tuo amore perché ci convertiamo, noi ti preghiamo.
  • O Dio accogli ogni uomo dal cuore umile e pentito perché ogni ginocchio si pieghi riconoscendoti Signore, noi ti preghiamo.
  • Dai mari di lacrime e dai deserti di dolore salga a te il grido di chi sprofonda nel suo nulla e la pace del tuo Essere sia il riposo di ogni fragile creatura, noi ti preghiamo.
  • La confessione vera del proprio peccato sia il frutto della conversione sincera di chi a te guarda come all’unica speranza, noi ti preghiamo.

Padre santo e misericordioso, che mai abbandoni i tuoi figli e riveli ad essi il tuo Nome, infrangi la durezza della mente e del cuore, perché sappiamo cogliere con la semplicità dei fanciulli i tuoi insegnamenti, e portiamo frutti di vera e continua conversione.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.


[1] Dio prima definito Colui che è, come causa che fa sussistere tutti gli esseri, è al di sopra di tutto ciò che esiste. Ma secondo la concezione di Dionigi gli esseri esistenti si dividono in esseri che rimangono stabili in se stessi (enti) ed esseri soggetti al divenire (divenienti), la cui esistenza è denominata rispettivamente eternità (aiòn) e tempo (kronos).

[2] Cfr. Platone, Parmenide 141e, 3-7;