DOMENICA II DI QUARESIMA – C

Nella notte il cielo stellato,

il sonno greve e profondo:

dal seno è generato il Figlio

Un braciere di tenue luce

attraversa il sacrificio:

patto di vita nella morte.

O Carne pura del Verbo

che attenui la Luce vera:

forze oscure ti assalgono.

L’angoscia di Abramo cade

nella preghiera del Cristo

e si trasforma in speranza.

Venite saliamo al monte

con la Legge e i Profeti,

profumati dall’Evangelo.

O Cristo, in te la Parola

risplende di gloria divina:

Agnello puro, Servo santo.

Uscite con cori, o donne,

cantate lo Sposo che sale:

la sua Sposa lo attende.

Popolo santo va incontro

al Cristo che viene a Sion

acclama il Re, mite e umile.

 

PRIMA LETTURA                                        Gn 15,5-12.17-18

 

Dal libro della Gènesi

5 In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza».

Condusse fuori (lett.: fece uscire cfr. dopo «ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei»). È in continuità: Dio fa uscire Abramo dalla sua terra e ora lo fa uscire dalla sua tenda per mostrargli il realizzarsi della promessa.

Conta le stelle, come in cielo il Signore ha creato le sue schiere e sono innumerevoli, così sulla terra egli sta per creare i suoi veri adoratori che sono pure innumerevoli e tutti discendono da Abramo. In loro, simili alla polvere (come dice altrove la promessa), la terra si congiunge al cielo.

Le stelle. Cfr. Dt 1,10: Il Signore vostro Dio vi ha moltiplicati ed ecco oggi siete numerosi come le stelle del cielo. La promessa si è realizzata. In Eb 11,12 Abramo è definito morto; la stirpe che da lui deriva è frutto della fede; è il mistero della risurrezione che dà inizio a una vita nuova.

Tale sarà la tua discendenza, come insegna l’apostolo: Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita (Fil 2,14-16).

6 Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.

Egli credette al Signore cioè alla sua parola, perché nessuna parola è impossibile a Dio (Lc 1,37). È la stessa fede della Vergine Maria che, presente nell’intimo, in quel momento si esprime in rapporto a eventi che ancora non sono (cfr. Ne 9,7-9: Tu sei il Signore, il Dio che hai scelto Abram, lo hai fatto uscire da Ur dei Caldei e lo hai chiamato Abramo. Tu hai trovato il suo cuore fedele davanti a te e hai stabilito con lui un’alleanza).

che glielo accreditò come giustizia La fede come adesione alla Parola di Dio è accreditata come giustizia. «La fede, infatti, deve prevenire la ragione: perché non sembri che chiediamo ragione al Signore nostro Dio come facciamo con un uomo» (S. Ambrogio). Il Signore per sua grazia accredita la fede come giustizia. In quanto giusto, il Signore accredita la giustizia in base alle opere; in quanto misericordioso, Egli accredita la giustizia in base alla fede. Se le opere creano un obbligo, non lo crea invece la fede. La retribuzione di questa è solo per grazia, basata sulla fedeltà di Dio alla sua Parola.

L’apostolo Paolo si fonda su questo testo per dimostrare che la giustizia di Dio si è rivelata in Gesù e nelle sue opere (cioè la sua redenzione) giunga a pienezza. Quindi la sola nostra opera è credere in Lui. Questa è la fede, che è accreditata a giustizia. Nessun uomo può conseguire la giustizia tramite la Legge (cfr. Rm 4,9-11; Gal 3,6-9).

7 E gli disse: «Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra».

E gli disse, il testo dà inizio a una nuova profezia, che non avviene più di notte ma di giorno. La precedente riguardava la discendenza, questa riguarda l’eredità della terra data alla sua discendenza.

Io sono il Signore, è la prima volta che appare questa espressione. Essa appare di nuovo quando il Signore rivela a Mosè l’imminente redenzione del popolo dalla schiavitù egiziana: «Io sono il Signore!… Ho anche stabilito la mia alleanza con loro, per dar loro il paese di Canaan, quel paese dov’essi soggiornarono come forestieri… Per questo dì agli Israeliti: Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai gravami degli Egiziani» (Es 6,2-8). Essa esprime quindi l’intervento salvifico di Dio.

Più che dai segni, la forza per i credenti viene dalla rivelazione del Signore. Il suo «Io Sono» riempie di energia spirituale coloro che lo ascoltano e ne sentono il Nome vibrare con intensità in tutto il loro essere. Questo è il passaggio dal non essere all’essere: sentire vibrare nella propria esistenza il Nome divino. È davvero questo l’inizio della Redenzione.

che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese, in Abramo vi è anticipata tutta la vicenda del suo popolo. Come egli è uscito da Ur dei Caldei, così Israele uscirà dall’Egitto per incamminarsi verso la terra promessa ad Abramo e alla sua discendenza (cfr. Es 20,2s: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me»).

8 Rispose: «Signore mio Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?».

Commento profondo a questa parola è dato da Ruperto: «Come potrò sapere. Non dubitò come incredulo per il vacillare della sua fede (cfr. Rm 4,19), ma come padre pieno di amore volle provvedere ai suoi figli futuri: che Dio per caso non avesse a pentirsi di questa sua promessa a motivo dei loro peccati. Per questo, desiderò che nella promessa gli si desse la sicurezza di salda fedeltà e d’immutabile verità, e quasi la conferma di un giuramento» (Biblia, Genesi a cura di U. Neri, p. 214).

Il come infatti può esprimere sia l’apertura al mistero come il dubbio: è apertura al mistero in Abramo e nella vergine Maria, è dubbio in Zaccaria, padre di Giovanni.

9 Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo».

Ne indica l’età perché devono essere con molto grasso (parte essenziale del sacrificio; cfr. sacrificio di Abele in 4,4: Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la  sua offerta).

Il Signore vuole anche l’offerta di animali piccoli. Tutti gli animali puri adatti al sacrificio sono indicati in relazione al patto che il Signore sta per fare con Abramo, quasi a ricordare che in ogni sacrificio, di qualsiasi genere si rinnova l’alleanza con il Signore.

Nel mistero essi annunciano l’unico e perfetto sacrificio compiuto da Gesù nel corpo, che lo Spirito Santo ha plasmato nel grembo verginale di Maria.

10 Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli.

Il significato letterale di questa azione è dato dalla natura del patto che richiedeva questa operazione come segno di maledizione per chi infrangesse il patto (cfr. Gr 34,18-19).

11 Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò.

Il significato misterico di questa discesa degli uccelli rapaci sulle vittime è variamente interpretato.

In rapporto a Israele sono le nazioni che lo vogliono divorare ma la preghiera di Abramo li allontana.

Possiamo cogliere lo stato vittimale che caratterizza il popolo di Dio (cfr. Rm 12,1: Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale).

Il patto con il Signore è insidiato dalle potenze mondane. Come ci fu il vitello d’oro al Sinai così ci fu il satana, attraverso Giuda, durante la Cena. Ogni alleanza è insidiata dalle potenze, espresse negli uccelli rapaci. È necessario quindi scacciarle a attendere umilmente la salvezza del Signore.

12 Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono.

Un torpore, è il sonno profetico, lo stesso che cadde su Adamo quando “fu costruita” la donna.

Il sonno di Abramo, a differenza di quello di Adamo, è caratterizzato da un oscuro terrore. «Il sonno di Adamo è prima del peccato; c’è tuttavia il fatto che il sonno di Adamo è una lacerazione e lo fa figura del Cristo crocifisso per i nostri peccati. Abramo invece deve attraversare questo sonno per diventare padre della nuova umanità. Il sonno di Adamo e di Cristo sta alla radice della fecondità, ha come effetto la generazione della sposa (Eva, la Chiesa). L’umanità nuova nasce di lì, tutto passa attraverso questo sonno profondo» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 10.3.1974).

In tutto questo Abramo percepisce profeticamente le angosce e le tenebre che scenderanno sulla sua progenie e le vive anticipatamente. La profezia non è tanto lucida visione degli avvenimenti, quanto piuttosto è un sentirli in sé in modo anticipato; da qui deriva la forte parola profetica che prende tutto l’essere di chi è chiamato ad annunciare. Senza questo sentire viscerale, che scaturisce dalla visione data dalla Parola di Dio, è impossibile annunciare. Inesorabilmente si cade in un freddo razionalismo che scaccia lo Spirito presente nella Parola; ma con questo la lettera a sua volta uccide (2Cor 3,6) chi osa fare questo. «Riguardo al terrore grande e la lotta con gli uccelli rapaci. Non si tratta solo di un sonno profetico, ma di un’opera compiuta da lui in anticipo e in favore dei suoi discendenti. Il Targùm dice: passarono il mare in virtù di Abramo, Isacco e Giacobbe. Vi è un rapporto con il Cristo Gesù e la sua agonia: questi ha assunto su di sé la lotta di coloro che credono in Lui, l’ha esperimentata e l’ha vinta» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 2.7.1973).

17 Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi.

Questo è il patto di Dio con Abramo.

Buio fitto da non vedere neppure la luce delle stelle.

Forno fumante sono segni della rivelazione divina. Il forno (cfr. Is 31,9: oracolo del Signore che ha un fuoco in Sion e una fornace in Gerusalemme) fumante (cfr. Es 19,18:Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace).

Fiaccola ardente anche questo appartiene ai segni della rivelazione di Dio Vedi Es 20,18:Tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi (lett.: le voci e le fiaccole).

I segni della presenza divina passarono in mezzo agli animali divisi e alcuni interpretano che le vittime furono consumate in olocausto come sacrificio gradito.

Sono anticipati i segni della teofania al Sinai. Abramo, che ha ascoltato l’oracolo divino riguardo alla sua discendenza, ora contempla in anticipo il momento del patto, che Dio farà con il popolo uscito dalle sue viscere dopo averlo redento dalla schiavitù egiziana.

18 In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram:

«Alla tua discendenza

io do questa terra,

dal fiume d’Egitto

al grande fiume, il fiume Eufrate».

Questi confini allargati della terra hanno il significato di una profezia che supera la lettera. Infatti la discendenza di Abramo non si restringe a quel territorio ma si estende oltre i confini fisici per abbracciare un territorio che comprende anche i grandi popoli le cui civiltà si sono sviluppate lungo il corso di questi fiumi. Abramo riceve in possesso tutto il territorio da lui calpestato: egli parte infatti dal fiume Eufrate e tocca il Nilo. Tutti dovranno essere sua eredità in rapporto a quel Dio che è il suo Dio.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 26

R/.       Il Signore è mia luce e mia salvezza.

Il Signore è mia luce e mia salvezza:

di chi avrò timore?

Il Signore è difesa della mia vita:

di chi avrò paura?       R/.

Ascolta, Signore, la mia voce.

Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!

Il mio cuore ripete il tuo invito:

«Cercate il mio volto!».

Il tuo volto, Signore, io cerco.             R/.

Non nascondermi il tuo volto,

non respingere con ira il tuo servo.

Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,

non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.    R/.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore

nella terra dei viventi.

Spera nel Signore, sii forte,

si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.      R/.

SECONDA LETTURA                                      Fil 3,17-4,1

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Fratelli, 17 fatevi miei imitatori e guardate quelli che si comportano (lett.: camminano) secondo l’esempio che avete in noi.

Miei imitatori, Lett.: con – imitatori, con coloro che mi imitano (CAL). Solo qui appare il composto. Esso può significare: «Voi tutti insieme siate mie imitatori» (GLNT, Michaelis). La condotta dell’Apostolo ha un carattere esemplare cfr. 1Cor 9,27. Tuttavia non è essa oggetto dell’imitazione e nemmeno lo è la sua “perfezione” cfr: Fil 3,12 ss. In quanto egli ha autorità «esige che si dia ascolto alla sua predicazione; è in rapporto a questa che chiede anche che si imiti la sua condotta. Imitatemi cioè “riconoscete la mia autorità, seguite quello che vi dico, siate obbedienti!”» (ivi).

Quelli che si comportano (lett.: Coloro che camminano), il termine sta ad indicare, oltre all’osservanza dei comandamenti, anche il procedere verso la meta non ancora raggiunta.

L’esempio che avete in noi. «Fa’ ciò che comandi per offrire loro non solo i comandi ma anche l’esempio (formula)» (Sentenze dei Padri, sent. 106).

18 Perché molti – ve l’ho gia detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano (lett.: camminano) da nemici della croce di Cristo.

Molti si comportano (lett.: camminano) si contrappongono a coloro che camminano nel l’obbedienza e sul modello apostolico.

Con le lacrime agli occhi ve lo ripeto: L’Apostolo dice queste cose piangendo. Il pianto è provocato dal suo amore per Cristo crocifisso, che rimane disprezzato, e per questi fratelli che, essendo molti, sono nemici della croce di Cristo.

come nemici della croce di Cristo in quanto la svuotano compiendo quanto segue. Non mettendo al centro dell’Evangelo la croce di Cristo ma altre cose, quali le prescrizioni legali, si diventa nemici della croce e si pone la propria attenzione e il proprio vanto in cose che anziché salvare portano alla perdizione. È chiaro che la vita esemplare dell’Apostolo è incentrata sulla croce di Cristo accolta, creduta, vissuta e rivelata nella propria vita.

19 La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.

La loro sorte finale sarà la perdizione. Il termine perdizione caratterizza gli empi e la loro via. Già l’Apostolo ha usato il termine in 1,28 nell’espressione: dimostrazione di perdizione; ora egli parla della fine come perdizione. Se la comunità mostra agli empi la loro perdizione in modo che si convertano, ora l’Apostolo ne annuncia la fine come perdizione perché non hanno nella Croce di Cristo la loro salvezza.

il ventre è il loro dio. Fine della loro vita è il ventre cioè le delizie della gola e della sensualità. «Il contesto fa piuttosto pensare ai giudaizzanti che ai libertini; perciò l’antica opinione, secondo la quale Paolo intende accennare alla legge sui cibi e schernisce rudemente i giudaizzanti con il loro dio-ventre, è ancora la più attendibile» (GLNT, Behm). Cfr. Thed. Mops. (MPG 66, p. 876 e 926, Ambrosiaster (MPG 17, p. 417 cfr. 118).

Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi (lett.: La loro gloria è nella loro vergogna). Cfr. Ap 3,18: la vergogna della tua nudità  «la parola greca è usata nel senso oggettivo di vergogna sessuale» (GLNT, Bultmann). S. Agostino: «i giudaizzanti si gloriano della circoncisione, della quale invece dovrebbero vergognarsi, viene infatti compiuta in quel membro per il quale proviamo pudore» (Sermo 1,14 cit. a l. in CAL).

E non pensano che alle cose della terra: contrapposte a quelle celesti cui introduce la Croce di Cristo. La Legge, nelle sue punizioni, essendo legata a simboli è in rapporto agli elementi mondani.

20 La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo,

Cittadinanza. Il termine ha come contrapposto «forestieri e pellegrini» 1Pt 2,11. Il Regno dei cieli è la patria dei cristiani. Vedi 1,27.

Aspettiamo indica sempre in Paolo la speranza orientata alla redenzione finale (Rm 8,19.25; 1Cor 1,7; Gal 5,5)» (Gnilka, o.c., p. 339-340).

Il Signore Gesù Cristo, questa espressione è la professione della fede del credente che incentra lo sguardo nella sua Croce ed è la proclamazione che tutte le potenze compiono della signoria di Cristo (2,11). Per questa ardente fede e sperante attesa noi lo attendiamo come salvatore da quella città celeste della quale già siamo cittadini. Questa salvezza, già iniziata mediante la fede, trova il suo compimento nel corpo.

21 il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.

In quella patria si trova il Signore, che è il nostro Salvatore, il quale trasfigurerà il  nostro misero corpo (lett.: il corpo della nostra miseria). Miseria è la condizione in cui ora siamo e che si esprime nel corpo corruttibile e mortale, tenda d’argilla che grava la mente dai molti pensieri (Sap 9). Il Cristo Salvatore ci spoglierà della miseria che è in questo abito, il nostro corpo attuale, e ci renderà conformi al corpo che ora Egli possiede nella sua gloria. È la stessa gloria divina che Egli ha in modo indivisibile con il Padre e lo Spirito Santo. Questi come ha riempito il corpo del Cristo nella risurrezione dai morti così riempirà il corpo di tutti i redenti, in tal modo totalmente trasferiti dalla realtà della miseria a quella della gloria.

Ora lo aspettiamo perché sappiamo che Egli ha la forza di sottomettere a sé tutte le cose. Questa forza è in Lui. Altrove è detto che il Padre gli assoggetta tutto, qui è detto che Egli assoggetta a sé tutto.

Non c’è contraddizione perché UNO è Dio nelle tre divine Persone e unica è la forza del Padre e del Figlio e questa energia è lo stesso Spirito che opera questa trasformazione, come altrove ci insegna l’Apostolo, ad esempio in Rm 8.

4,1 Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!

Dopo la vibrante rivelazione della nostra sorte finale, l’apostolo invita i suoi a restare saldi nel Signore. Questo si attua nell’accogliere con semplicità l’insegnamento apostolico e ad aderire ad esso senza volgersi a insegnamenti estranei, che se sembrano più allettanti, alla fine si risolvono con una dura condanna. Per esortarli a questo l’apostolo con tenerezza paterna per due volte li chiama carissimi. Egli sa che in quel giorno, quello del rivelarsi della gloria di Gesù, essi saranno la sua gioia e la sua corona, di cui potrà gloriarsi in Lui. Pensando a questo appuntamento davanti al Signore nella sua piena rivelazione, Paolo li esorta a rimanere in questo modo saldi nel Signore, cioè perseverando nella loro condotta di vita e mantenendo in loro una simile speranza.

Note

«Vi è un atto ulteriore di sovranità del Cristo che è quello di sottomettere tutte le cose. Questa definitiva sottomissione compie la trasfigurazione del nostro corpo: il corpo dell’umiliazione è quello che ha subito la morte; l’ultimo atto di sovranità del Cristo lo trasfigurerà» (D. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico 10. 3. 1974).

«Vi è qui un aut-aut: o si sentono le cose della terra e si è trascinati alla perdizione, perché il sentire terreno è autolatria, idolatria; o si conosce e si crede al Cristo passando attraverso la Croce nella morte al mondo, nella perdita totale di noi, assoggettandoci alla potenza della risurrezione del Cristo. La croce è la nostra speranza ed è unica: veramente anche in questo senso Gesù solo. La nostra vita non ha senso né speranza senza il passaggio attraverso la croce di Gesù». (D. U. Neri, appunti di omelia, Monteveglio 10. 3. 1974)

CANTO AL VANGELO                                      Cf. Mc 9,7

R/.       Lode e onore a te, Signore Gesù!

Dalla nube luminosa, si udì la voce del Padre:

«Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!».

R/.       Lode e onore a te, Signore Gesù!

VANGELO                                                       Lc 9,28-36

Dal vangelo secondo Luca

28 In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare.

Il monte. Luogo di preghiera (Mt 14,23; Lc 6,12) e di rivelazione (Mt 5,1; 28,16). Il monte è identificato con l’Oreb (cfr. 2 Pt 1,18; Es 19,3: Mosè salì al monte di Dio, è la stessa espressione).

29 Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.

E, mentre pregava. In genere la preghiera precede e accompagna la rivelazione (9,18; 11,1); nel Battesimo e nella Trasfigurazione Gesù è manifestato durante la preghiera. Questa rivelazione non solo avviene per ordine del Padre ma rivela il suo rapporto col Padre; rapporto unico, specifico, singolare, irrepetibile: il Padre è chiamato da Gesù: Padre mio; e il Padre dice: il mio Eletto.

Gesù ci vuole insegnare che la preghiera è il luogo dell’incontro e della rivelazione anche a noi del Padre e del Figlio nel dono dello Spirito Santo e quindi del nostro essere figli di Dio.

Cambiò d’aspetto. Cfr. 2Cor 5,16: anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne ora non lo conosciamo più così. Nella Trasfigurazione i discepoli conoscono il Cristo secondo lo Spirito.

Sfolgorante. Termine usato in Ez per il Carro della Gloria: un turbinio di fuoco che splendeva tutt’intorno (1,4) e in Dn 16,6: le gambe somigliavano a bronzo lucente.

30 Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, 31 apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.

Mosè ed Elia. Tutta la loro vita converge a questo momento: essi contemplano quella gloria del Cristo che si è loro manifestata in Oreb; allora si coprirono il volto ora lo contemplano a volto scoperto perché sono nella sua gloria (non nella loro, parola assente nel testo). In tal modo la Legge e i Profeti parlano del suo esodo, che diviene il centro delle Scritture (cfr. 24,27).

Dipartita (lett.: esodo) è uguale a morte (cfr. 2 Pt 1,15): la morte di Cristo è l’esodo verso il Padre (discorso molto presente in Gv) Nel VT è presente nei salmi delle Ascensioni (121,8). Indica la morte del giusto (cfr. Sap 3,2) e la morte in generale (cfr. Sap 7,6).

Portare a compimento: quello che lo Scritture dicono giunge a compimento. Nulla avviene al di fuori dell’annuncio dato dalla Legge e dai Profeti.

32 Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.

Il sonno sta a indicare la pesantezza che ci caratterizza di fronte ai misteri divini. Questo sonno è conforme alla notte in cui siamo. L’apostolo invita a svegliarsi da questo sonno perché la notte è inoltrata e il giorno già si sta avvicinando (cfr. Rm 13,12). Il sonno è rifiuto della luce. Qui i discepoli lottano per restare svegli, mentre non lo faranno nell’orto (22,45).

Il sonno è il nostro modo di conoscere adesso in questa nostra situazione perché ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto (1Cor 13,12).

33 Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.

Le tre capanne esprimono il tentativo di fissare in una dimora, fatta da mano d’uomo, la gloria di Dio, che irradia dal Cristo. Pietro non sa quello che dice perché: i cieli dei cieli non possono contenerti – prega Salomone – tanto meno questa casa che ti ho costruita! (1Re 8,27).

Come deve essere interpretata l’annotazione che Pietro non sapeva quello che diceva? L’esclamazione dell’apostolo corrisponde al desiderio più volte espresso nei salmi: Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sul tuo santo monte? (14,1); Tu li nascondi al riparo del tuo volto, lontano dagli intrighi degli uomini; li metti al sicuro nella tua tenda, lontano dalla rissa delle lingue (30,21); Dimorerò nella tua tenda per sempre, all’ombra delle tue ali troverò riparo (60,5). Finalmente si è realizzato il desiderio del pio israelita, quello di abitare nella tenda del Signore; ma egli non sapeva quello che diceva. Quello che riguarda Gesù va oltre la stessa trasfigurazione, il suo sguardo è rivolto alla Pasqua.

34 Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura.

Nube. È essenziale nella manifestazione divina (cfr. Es 24,15ss; 40,35): essa avvolge Dio e ciò che gli appartiene; qui avvolge Gesù assieme ad Elia e a Mosè.

Pietro dice: «facciamo tre capanne» e la nube adombra il Cristo assieme a Mosè ed Elia: questa è la vera dimora, il vero tempio non manufatto da cui viene la voce paterna. Il testo sembra includere anche i discepoli in questo ingresso nella nube e quindi esaudire la richiesta di Pietro.

35 E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».

I due titoli, che il Padre dà a Gesù, si rifanno a tre testi scritturistici: Il Sal 2,7 (salmo messianico e regale), Is 42,1 (il Servo del Signore) e  Dt 18,15.19 (il Profeta).

La passione, morte e risurrezione stanno per  rivelarlo come il Cristo e l’eletto agli occhi di tutti. Il comando di ascoltarlo, cioè di obbedirgli, è quindi rivolto a tutti. La Legge e i Profeti scaturiscono dall’ascolto del Figlio quindi chi li ascolta non può non ascoltare Gesù.

Infatti i tre testi citati implicitamente nella voce paterna appartengono alle tre sezioni della divina Scrittura (cfr. Lc 24,44: Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Ciascuna sezione lo rivela secondo il suo proprio nel suo rapporto con il Padre e quindi con noi.

36 Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Gesù resta solo come colui sul quale si addensa tutto quello che è scritto. I discepoli avvolgono nel silenzio questa rivelazione perché ora tutto deve concentrarsi sulla sua salita a Gerusalemme e sulle sue sofferenze.

Note

«Salutare è la sapienza della Chiesa che ci fa leggere questo testo all’inizio non solo per confortarci, ma c’è anche il fatto che la lettura di questa pagina, poiché è fatta in quaresima, deve essere abitualmente letta» (D. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico 10. 3. 1974).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Partecipi dell’elezione divina, come figli amati dal Padre preghiamo nell’unico Spirito e diciamo:

Per la tua misericordia ascoltaci, o Signore.

  • Dona a noi tuoi figli fede incrollabile nella nostra trasfigurazione che già contempliamo nel Cristo tuo Figlio, noi ti preghiamo.
  • Infondi la soave forza del tuo Spirito nei nostri ammalati perché la notte del dolore sia rischiarata dalla luce del Cristo risorto, noi ti preghiamo.
  • Accogli la nostra preghiera per coloro che vacillano perché sappiamo versare sulle loro ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza, noi ti preghiamo.
  • Dona ai popoli di conoscere la tua misericordia in modo che imitandola viviamo in pace gli uni con gli altri, noi ti preghiamo.
  1. Dio grande e fedele, che ti riveli a chi ti cerca con cuore sincero, rinsalda la nostra fede nel mistero della Croce e donaci un cuore docile, perché nell’adesione amorosa alla tua volontà seguiamo come discepoli il Cristo tuo Figlio.

Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen.