DOMENICA I DI QUARESIMA – C

 

Signore non ho nulla

dove offrirti le primizie.

Ecco le mie povere mani,

vuote e prive di frutti.

Nulla di sano per te, o Dio,

sono una terra deserta,

arida e assetata,

senza latte e miele.

Erro, esule dal Giardino,

avvolto in misera veste,

lungi da te, in deserti

di silenzi angosciosi e bui.

Ecco un Uomo avanzare!

È l’unico, amato tuo Figlio,

Pastore tenero e buono

cerca la sua pecorella.

Un altro avanza e lo sfida,

ha fame il mio Signore,

«Guarda questa pietra,

senti, profuma di pane!».

Parola di Dio tu sei l’unico cibo!

Nutrimento sano nel deserto,

manna dal silenzio della notte,

bacio mattutino del Padre.

«Ecco i regni di tutta terra!

Adorami e tutto sarà tuo.

Se tu regni, ci sarà giustizia,

i poveri saranno saziati».

O tentazione amara e triste,

sottile e penetrante in noi!

Tu sei la nostra paura mortale,

lacrime amare in quest’esilio!

Tu sei silenzio di rossore,

nudità d’innocenza perduta,

di amore mendicato nel nulla.

Quanto amareggi l’esistenza!

«Figlio mio, tu sei ferito e stanco.

Sono sceso dal trono regale

e ti ho visto abbandonato,

spogliato e percosso a morte.

Io guarirò le tue lacerazioni!

In te sono tentato e umiliato,

per te sarò spogliato, percosso,

colpito a morte, sulla croce.

Nell’albero ci fu la tua condanna,

dal legno della mia croce la vita.

Sii forte e dietro di me cammina,

con me sarai nel mio paradiso».

 

PRIMA LETTURA                 Dt 26,4-10

 

Dal libro del Deuteronòmio

 

Il brano fa parte di una pericope più ampia (1-11), che ha come tema l’offerta delle primizie accompagnata da una proclamazione dell’azione redentiva di Dio.

È giusto infatti riconoscere con l’offerta delle primizie che il Signore è il solo padrone della terra e che Egli l’ha data in eredità a Israele.

L’offerta delle primizie è riconoscere che quanto possediamo ci è dato dal Signore e a Lui appartiene; l’offerta va accompagnata con una confessione di lode e di gratitudine verso il Signore.

Mosè parlò al popolo, e disse:

4 «Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore tuo Dio

la deporrà davanti all’altare del Signore tuo Dio. Il sacerdote presenta l’offerta al Signore. Ogni offerta fatta al sacerdote è prima di tutto fatta al Signore. Il sacerdote a sua volta ne prende quanto è prescritto dalla Legge come dono del Signore. Ogni offerta è infatti proclamazione della fede nel Signore ed espressione di gratitudine per i suoi doni. Il sacerdote ne usufruisce per il fatto che «sua eredità è il Signore».

L’altare è il luogo dove si presenta l’offerta perché essa è fatta al Signore, per cui «se non c’è l’altare non vi è nemmeno l’offerta delle primizie» (tradizione ebraica).

5 e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore tuo Dio: “Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa.

Mio padre, Abramo, era un Arameo errante, uscì dalla terra di Aram (Cfr. Gn 12,1; 20,7: quando  Dio mi ha fatto errare lungi dalla casa di mio padre). La chiamata fa esperimentare ad Abramo l’esilio dalla sua patria.

scese in Egitto, questo è Israele che scese in Egitto chiamato da Giuseppe con settanta persone e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa secondo la benedizione della promessa (cfr. Es 1,7).

Vi è la contrapposizione tra la situazione di Abramo e di Giacobbe e quella della sua discendenza che diviene una nazione grande, forte e numerosa. Nulla può impedire il realizzarsi della promessa divina.

6 Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù.

Gli egiziani pensarono di spezzare la forza della benedizione con una dura schiavitù e di utilizzare a loro vantaggio la forza e il numero della nazione sorta da Israele (cfr. Es 1,14). È il vano tentativo di piegare la benedizione divina entro i limiti del proprio potere.

7 Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione;

Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, il Signore ascolta il grido degli oppressi (cfr. Es 2,23). La povertà più grande del povero è togliergli la fede nel Signore, suo Dio e quindi la forza di quel grido, che il Signore ascolta. L’ultima spogliazione che i ricchi hanno fatto ai poveri è togliere loro la speranza della redenzione e quindi il grido della supplica.

Ma il grido del povero va oltre se stesso; la sua stessa situazione grida.

Vide la nostra umiliazione, ci vide privi di ogni bene, sfruttati senza ricompensa perché schiavi; la nostra miseria, mentre costruivamo le città magazzino, e la nostra oppressione, quando ci spronavano con violenza perché finissimo il nostro lavoro.

Il Signore vide e intervenne.

8 il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi.

Ci fece uscire (cfr. Es 6,6) con mano potente e con braccio teso, indicano la lotta compiuta dal Signore. Egli ha fatto sentire all’Egitto quanto forte era la sua mano e ha steso il suo braccio per colpire i suoi avversari.

9 Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele.

In questo luogo è il santuario, dove dimora la Presenza del Signore.

Questa terra, dove scorrono latte e miele. Secondo la promessa divina in Es 3,8. L’espressione è poetica e sta ad indicare l’abbondanza. In questa terra scorrono rigagnoli di latte e miele. Si dice che il latte scorre quando dalle mammelle delle mucche per la sovrabbondanza esso scende sul pavimento; allo stesso modo i favi e i frutti sono talmente pregni che il loro liquido scorre a terra (cfr. Gio 4,18: In quel giorno le montagne stilleranno vino nuovo e latte scorrerà per le colline; in tutti i ruscelli di Giuda scorreranno le acque).

10 Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato”.

Ora, ecco, dopo che tu o Signore mi hai liberato e mi hai dato questa terra come eredità, io riconosco la tua sovranità e ti presento le primizie dei frutti del suolo perché a te appartengono. Vi è quindi una circolarità: il Signore benedice la terra e questa dà il suo frutto, l’uomo lo accoglie e ne dona le primizie al Signore riconoscendone la signoria e tutto il bene da Lui compiuto per liberare il suo popolo. Quando si spezza questa circolarità, entrano pensieri di avidità, di dominio e di sfruttamento perché ci si è allontanati dal Signore.

Le deporrai davanti al Signore, tuo Dio, e ti prostrerai davanti al Signore, tuo Dio».

Il gesto dell’offerta si conclude con l’adorazione del Signore per indicare la totale sottomissione a Lui dal quale tutto proviene.

L’offerta unita al memoriale della redenzione e all’adorazione rappresenta il riconoscimento della benedizione. Tutto si risolve in un gesto sacro, nel quale la benedizione divina ha il suo compimento e quella dell’uomo ha il suo contenuto.

La benedizione discendente di Dio s’incontra con quella del credente, creando una feconda circolarità.

Solo così tutto ritorna al suo equilibrio e tutto scorre secondo i ritmi della benedizione e non secondo i ritmi della logica umana che tende al dominio, allo sfruttamento e all’oppressione.

Note

 

«Quindi ultimo di tutto l’adorazione che proviene da quello che precede: dobbiamo adorarlo perché ci ha liberato e ci ha immesso nella terra che è Gesù. Ed è per questo che dobbiamo adorare. Il motivo prossimo è che ci ha liberato in Cristo dal demonio e che ci ha immesso in possesso della terra che è il Corpo glorificato di Cristo dove siamo entrati e donde fluisce latte e miele. Quando Gesù inizierà a predicare dirà: «il Regno è qui», cioè è Lui. E poiché siamo entrati, dobbiamo adorare Colui che non solo è il Creatore ma è Padre del Signore nostro Gesù Cristo»

(D. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico 24.2.80).

 

SALMO RESPONSORIALE        Sal 90

 

R/.       Resta con noi, Signore, nell’ora della prova.

 

Chi abita al riparo dell’Altissimo

passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.

Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza,

mio Dio in cui confido».           R/.

 

Non ti potrà colpire la sventura,

nessun colpo cadrà sulla tua tenda.

Egli per te darà ordine ai suoi angeli

di custodirti in tutte le tue vie.  R/.

 

Sulle mani essi ti porteranno,

perché il tuo piede non inciampi nella pietra.

Calpesterai leoni e vipere,

schiaccerai leoncelli e draghi.             R/.

 

«Lo libererò, perché a me si è legato,

lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.

Mi invocherà e io gli darò risposta;

nell’angoscia io sarò con lui,

lo libererò e lo renderò glorioso».        R/.

 

SECONDA LETTURA           Rm 10,8-13

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

 

Fratelli, 8 che dice [Mosè]? «Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore», cioè la parola della fede che noi predichiamo.

Prosegue la citazione di Dt 30,14. Quello che Mosè afferma riguardo alla Legge, l’Apostolo lo dice riguardo all’Evangelo. La Parola che predica la fede e la comunica sì è fatta interna all’uomo riempiendone il cuore e uscendo dalla sua bocca.

Il Cristo è presente nell’Evangelo, che è predicato, creduto e si comunica al credente che lo accoglie, mediante la Parola, nel suo cuore e gli fuoriesce dalla bocca.

Non solo il cielo e l’abisso sono ripieni della pienezza di Cristo e sono testimoni dei suoi misteri ma anche l’uomo stesso, in virtù della fede, è ripieno della presenza di Cristo e quindi nella sua Parola, che opera in Lui efficacemente.

Ora l’Apostolo dice quali opere fa compiere la Parola all’uomo. È l’opera della fede.

9 Perché se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.

Penetrando nell’intimo, la Parola porta a credere che Gesù è stato resuscitato dai morti. Lo Spirito infatti, penetrando nel cuore, suscita la certezza della risurrezione dì Cristo e lo fa conoscere Signore. La fede si esprime nella confessione della signoria dì Gesù. La confessione è una proclamazione pubblica della sua signoria di fronte a ogni negazione per non cadere nel rinnegamento. Questo processo, che la Parola compie nello Spirito, ha come termine la salvezza. Infatti chi, penetrato dall’Evangelo, crede in Cristo risorto e lo proclama Signore, è unito intimamente a Lui, fa parte dei suoi e quindi è salvato. Questa è l’opera che racchiude tutte le opere. Se uno ha la fede non può agire in modo a lui contrario, se agisce vuol dire che ancora non è assoggettato pienamente a Cristo.

10 Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza.

L’affermazione, di sapore sapienziale, riassume quanto ha fin qui detto. Il cuore crede e l’uomo è giustificato; la giustizia, che si fonda sulla fede, si esprime nella confessione che salva. Più i nostri sensi interni sono illuminati dalla luce della risurrezione più essi sono purificati e dall’interno questa luce penetra i sensi esterni rendendoli capaci di professare la fede. L’illuminazione del cuore pervade infatti tutto il corpo rendendolo luminoso..

11 Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso».

L’Apostolo riprende la citazione dì Is 28,16. Quanto ha detto fin qui mettendo a confronto, la giustizia dalla fede e quella dalla legge e le due categorie dell’umanità, Israele e le Genti, non è altro che la dimostrazione di questa citazione. Egli ha dimostrato che è esclusa dalla salvezza la giustizia che viene dalla legge e che non è sufficiente essere giudeo per essere salvato; infatti non è deluso alcuno, giudeo o gentile, che crede in Lui. Per questo prosegue dicendo:

12 Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano.

Riguardo alla fede e quindi alla salvezza non vi è distinzione tra Giudeo e Greco. La fede unifica sotto l’unica signoria di Cristo. Infatti chiunque lo può confessare Signore perché nella risurrezione gli sono state date in eredità anche le Genti ed Egli esercita la sua signoria salvifica verso tutti coloro che l’invocano. Qui l’Apostolo esprime questa signoria con il termine ricco. Infatti il Cristo è ricco perché in Lui sono nascosti i tesori della sapienza e della scienza (cfr. Col 2,3). Questi tesori sono comunicati a coloro che lo invocano. Essi sono racchiusi nel termine salvezza. La salvezza non è solo liberazione dalla schiavitù ma è entrare nella gloria del Cristo e quindi in possesso di questi tesori che sono in Cristo. A conferma di questo l’Apostolo cita Gioele 3,5.

13 Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».

Questo è il tempo per invocare ed essere salvati (cfr. 2Cor 6,1-2).

 

Note

 

«In Dt il culmine è l’annuncio (tu pronuncerai queste parole), la primizia non è prima di tutto un canone di diritto divino sulla Terra (non sarebbe bastato consegnare le primizie), ma l’offerente deve dichiarare, per cui, in conclusione, è una professione di fede in Dio e nell’opera sua redentrice. Giustamente questo testo è accostato a Rm 10,4sg., dove il fulcro sta nella professione di fede. Noi non dobbiamo fare altro che credere che Gesù è salito al cielo e disceso agli inferi e ha portato tutto a nostra portata.

Il nucleo della professione di fede non è più nell’esodo (come in Dt), ma nella realizzazione piena di quell’atto, nella risurrezione. Il popolo si definisce in Gesù risuscitato dai morti e redentore»

(D. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico,3.3.1974).

 

CANTO AL VANGELO             Mt 4,4

 

R/.       Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

 

Non di solo pane vivrà l’uomo,

ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

 

R/.       Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

 

 

VANGELO                           Lc 4,1-13

 

Dal vangelo secondo Luca

 

In quel tempo, 1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, 2 per quaranta giorni, tentato dal diavolo.

Pieno di Spirito Santo: (cfr. Gv 1,14: pieno di grazia e di verità). Pieno indica qualità stabile da distinguere da «fu ripieno» che indica un’azione istantanea.

Per trent’anni Gesù è cresciuto in sapienza, età e grazia; ora la sua umanità è giunta alla sua pienezza, che ha la sua manifestazione nell’essere piena di Spirito Santo. Lo Spirito riempie l’esistenza di Cristo per cui nulla in Gesù avviene se non nello Spirito.

Nel deserto: cfr. Dt 8,2: ricordati di tutta la strada, sulla quale ti condusse il Signore Dio tuo nel deserto (LXX). Gesù ripete l’esperienza dei padri condotti nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto. Sembra esserci come sottofondo il Deuteronomio, particolarmente i capitoli 6-8. Il deserto è pure il luogo della lotta contro il demonio (cfr. 8,29). Gesù viene nel deserto per combatterlo; infatti, durante i quaranta giorni è tentato dal diavolo.

Tentato dal diavolo. Una tentazione è la prova per stabilire se una persona ha vincolato realmente la propria volontà alla volontà di Dio (cfr. Lc 22,31; 1Cor 10,13), e il tentato è il pio e il giusto e non il peccatore; perciò lo scopo è consolidare e approfondire la comunione con Dio in modo da non metterla in pericolo e addirittura distruggerla. «Se il giusto è tentato, questo è la prova dell’amore di Dio per lui» (Rengstorf).

Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame.

[E] non mangiò nulla in quei giorni, perché è scritto: quante volte ha avuto sete di te la mia carne, in una terra deserta, senza via e senz’acqua! (Sal 62,2) e poco oltre: come di grasso e di pinguedine sia colmata l’anima mia (ivi, 6). Più la sua carne aveva sete e fame di Dio, simile alla cerva che anela alle fonti delle acque (cfr. Sal 41,2), più egli era sottoposto alla tentazione.

Quando furono terminati: il verbo indica la consumazione totale di un’azione sacra o di un’opera storica salvifica (cfr. At 21,27). Al termine di quel tempo determinato (quaranta giorni) ebbe fame. Allo stesso modo, sulla croce, dopo che tutto fu terminato, ebbe sete (cfr. Gv 19,28). In questa sua condizione lo aspetta la lotta.

3 Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». 4 Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».

Se tu sei può significare: «Poiché tu sei»; è un dato sicuro dopo la manifestazione del Battesimo.

Figlio di Dio: con questo titolo s’indica il Messia; infatti tutti i testi citati sono messianici. «In Luca non sono mai gli uomini a dare il titolo di Figlio di Dio a Gesù, ma soltanto esseri sovrannaturali: il Padre (3,22; 9,35), l’angelo (1,32.35), il demonio (4,3.9.41; 8,28)» (Rossé, o.c., p. 144).

Dì a questa pietra. La tentazione si rifà alla Scrittura. Come Mosè, per ordine divino, parlò alla roccia e ne sgorgò acqua (cfr. Nm 20,8), così Gesù, per la sua autorità messianica di Figlio di Dio, parli alla pietra perché divenga pane. Con questa parola il diavolo si vuole sostituire a Dio e spezzare il rapporto che lega Gesù al Padre suo.

Gesù risponde citando Dt 8,3 che spiega perché Dio abbia condotto il suo popolo nel deserto e quindi perché lo Spirito vi abbia condotto Gesù. Alla gloria del Giordano succede il mistero di umiliazione nascosto al diavolo. Il popolo è umiliato e soffre la fame per imparare come tutto è mantenuto in vita dalla Parola di Dio ed è quindi di questa che Israele deve soprattutto nutrirsi come fa Gesù che altrove dice: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4.34).

Vivrà: il futuro rimanda al tempo messianico; Gesù rifiuta la proposta senza rinnegare la sua messianità e il tempo del suo manifestarsi.

5 Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: 6 «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. 7 Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». 8 Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

Con Gesù viene il Regno dei Cieli, come a Lui dice il Padre: «Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in eredità le genti, e in tuo possesso i confini della terra» (Sal 2,7ss). Ad esso il diavolo contrappone i regni della terra visti dall’alto (luogo di dominio) e in un istante (sottolinea la loro inconsistenza). Si può anche interpretare che Gesù è condotto fuori da questo tempo e da questo spazio, là dove sono i principati, le potenze spirituali, i dominatori di questo mondo di tenebra, gli spiriti del male che abitano le regioni celesti (cfr. Ef 5,12). Il Cristo entra là dove opera il diavolo. Gesù, che è entrato nel mondo ed è diventato di poco inferiore agli angeli (cfr. Eb 2,9), è fatto salire dal diavolo nelle regioni delle potenze spirituali per contemplare, in una visione fuori del tempo, tutta la gloria dei regni terreni animata e sostenuta dal diavolo e dai suoi angeli. Questo è il luogo dell’idolatria e del dominio mondano: da qui Gesù contempla, in una frazione minima di tempo, tutti i regni della terra perché egli se ne inebri e, sedotto, li desideri vivamente a patto però di riconoscere il diavolo come suo dio.

Da qui apprendiamo che ci sono tentazioni diaboliche, così rapide da imprimersi in noi con forza che sembra impossibile sradicarle. Per questo è necessaria la preghiera e il radicarsi nella Parola per strappare questa «impressione», che, se lasciata in noi, cresce fino ad apparire connaturale. Molte inclinazioni passionali più comuni sono trattate come naturali, ma in realtà sono impressioni demoniache contro le quali la lotta si fa assai dolorosa, fino a versare sangue, come sta scritto in Eb 12,1: Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato.

Di questi regni il diavolo ha ricevuto il potere da parte di Dio ed è quindi il principe di questo mondo (Gv 12,31), e il dio di questo mondo (cfr. 2Cor 4,4) e come tale esige adorazione.

Alle sue parole Gesù contrappone la Scrittura, sempre dal Deuteronomio (6,13). «In conformità con una parola dal contesto della confessione quotidiana di fede in Dio come unico Signore (cfr. Dt 6.4ss: Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno …), egli testimonia che non si può confessare la propria fede in Dio e coestensivamente riconoscere una forza che si oppone al suo potere esclusivo (cfr. Mt 6,24 par; At 4,19s; 5,29)» (Rengstorf).

Egli si sottomette già al Padre suo come farà alla fine dopo aver annientato l’ultimo nemico, la morte. Allora quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28).

Ma la via, che il Padre gli apre, è quella dell’obbedienza fino alla morte di croce, quella che il diavolo gli presenta è la gloria immediata. Il Padre gli presenta la coppa del Getsemani, il diavolo quella di Babilonia (cfr. Ap 14,8). In questa tentazione egli vede quale potere deve sottomettere ai suoi piedi servendosi della debolezza della nostra carne.

9 Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; 10 sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; 11 e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». 12 Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».

Il luogo è Gerusalemme e precisamente il pinnacolo del Tempio. È il luogo della manifestazione messianica. La tentazione consiste nel prendere l’iniziativa e nel costringere Dio a piegare il suo potere alla propria volontà. Infatti, lo deve fare perché è scritto nel Sal 90,11-12. Così pensa il tentatore e così suggerisce al Cristo. Questa è la tentazione più grave. Gesù non può contraddire le divine Scritture, ma citando un altro passo: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo (Dt 6,16) Gesù intende fornire la chiave di lettura anche del salmo citato dal diavolo. Queste parole si avvereranno quando piacerà al Padre suo e per la sua gloria e precisamente al momento della Passione, in cui dall’alto della Croce Egli scenderà negli abissi degli inferi e li svuoterà con la sua potenza e la morte sarà  ingoiata per la vittoria (cfr. 1Cor 15,54). Allora lo serviranno i suoi angeli.

13 Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Al momento fissato. In queste tentazioni è racchiusa ogni specie di tentazioni. Terminata la tentazione, il diavolo è per il momento sconfitto, ma non lo è per sempre; ritornerà infatti al tempo fissato, entrando in Giuda (22,3) e nell’ora dei nemici del Cristo, che è l’ora della potenza della tenebra (22,53). Ed è in quell’ora che il satana è definitivamente sconfitto: infatti, il principe di questo mondo è scacciato fuori e il Cristo, innalzato, attira a sé tutti (cfr. Gv 12,31ss).

 

Note

 

«Il Signore è andato nel deserto portato dallo Spirito: manifestato pienamente in Lui. Lo Spirito lo porta nel deserto e qui digiuna. Quindi il digiuno è uno degli elementi importanti, ma non è il più importante: l’importante è questa docilità allo Spirito: andare nel deserto e lottare col satana. Dal Battesimo lo Spirito lo sospinge nel deserto e qui vi è una cosa primaria: essere tentati dal satana. È chiaro quindi che i testi proclamano la divinità di Gesù. Il problema che mi resta è che Cristo è andato per ubbidire alla mozione del Padre che lo porta lì per essere tentato dal diavolo; c’è da vedere il rapporto di Cristo col Padre in quei giorni. Che ha fatto? Si è lasciato guidare dallo Spirito che gli suggeriva la solitudine ecc: in quei giorni è stato particolarmente Figlio, quindi essi esprimono un intensissimo rapporto col Padre, perché nella lotta col diavolo si realizza massimamente il suo essere Figlio. Anche in noi è la stessa cosa; noi dobbiamo subire le tentazioni. Sempre nell’ubbidire allo Spirito siamo figli; se combattiamo il demonio siamo figli; quei giorni sono stati giorni di intensità col Padre. Il demonio ha fatto una cosa profonda: ha fatto l’intruso, frapporsi tra Padre e Figlio e il Signore lo strappa via – così anche con noi. Mi viene da pensare così.

Alcune indicazioni che derivano dalla Quaresima: iniziare la Quaresima con un atto grande di fede in Gesù Salvatore: nel Dio dei padri. Questa Quaresima deve essere caratterizzata così, credere nel Dio che redime. In questo atto di fede sentirsi profondamente figli, che significa dire tante volte a Dio, in Cristo, «Padre mio»; lasciarsi plasmare un volto e un essere di figli. Se stiamo dentro a ciò, il demonio ci tenterà moltissimo. E lotteremo allo stesso modo dicendo di essere figli. L’arma con cui ci tenterà non farà altro che rinnovare in noi questa fede. La poca mortificazione è indirizzata a rendere più sensibile il nostro essere a sentire la voce dello Spirito. Le tentazioni saranno queste o altre: succederà quel che succederà: l’unica cosa è sentirsi sempre più figli del Padre. Le lotte del satana hanno un solo punto quello di farci credere che non siamo figli. Comunque si configuri, la tentazione tocca sempre questo: cercare di farci dubitare dell’essere figli. Non stiamo tanto a combattere su campi particolari, ma rinnoviamo la nostra fede nel dichiararci figli. In quel periodo Gesù aveva solo da rinnovare l’intima certezza del suo rapporto col Padre»

(D. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico 3.3.1974).

 

PREGHIERA DEI FEDELI

 

  1. Ecco il tempo della quaresima, primavera dello Spirito, scuola della fede, festa della Parola di Dio, accolta, meditata e amata come l’unico, vero nutrimento.

Preghiamo insieme e diciamo:

Esaudisci il tuo popolo, o Signore.

  • Perché la grazia battesimale rifiorisca nei cuori e tutti i credenti guardino a Gesù come unico Signore e Maestro, preghiamo.
  • Perché le tentazioni, presenti nelle prove e tribolazioni della vita, non vincano i discepoli del Cristo, ma, illuminati dalla luce della Parola, essi sappiano aderire al Padre come veri figli, preghiamo.
  • Perché la preghiera divenga il desiderio primo di ogni uomo e la ricerca sincera di Dio si plachi nella conoscenza dell’Evangelo di Cristo, preghiamo.
  • Perché i poveri trovino sollievo in questo tempo e la condivisione caratterizzi il digiuno cristiano, preghiamo.

Signore nostro Dio, ascolta la voce della Chiesa che t’invoca nel deserto del mondo: e stendi la tua mano, perché nutriti con il pane della tua parola e fortificati dal tuo Spirito, vinciamo con il digiuno e la preghiera le continue seduzioni del maligno.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.