DOMENICA V – C

Santo, Santo, Santo, Dio,

cantano l’un l’altro i serafini,

nel fuoco dello Spirito Santo.

La tua creazione s’incendia

nel fuoco del tuo amore, o Dio,

e si trasfigura nel tuo splendore.

Angeli e serafini, e voi santi tutti,

senza fine v’infuochi lo Spirito

nel canto, che vi rinnova.

O Carne del Verbo che ti celi

nella grazia del Santo di Dio,

Pietro ti vide ed ebbe timore.

Dove fuggire dal volto di Dio?

Adamo non ti nascondere!

Egli viene e cura le tue ferite.

La veste regale è preparata,

porpora e bisso è il tuo vestito!

Siedi alla mensa per te preparata.

Grida la tua fede, o Simon Pietro,

primo nella catena apostolica,

e a te tutti ci uniamo insieme.

Gloria a te, Signore risorto!

 

 

 

PRIMA LETTURA               Is 6,1-2a.3-8

 

Dal libro del profeta Isaìa

 

Il testo della chiamata d’Isaia si presenta strutturato in tre parti: a) la rivelazione divina (1-4); b) la purificazione del profeta da ogni sua iniquità (5-7), c) l’invio del profeta a un popolo che non vuole ascoltare (8-13).

6.1 Nell’anno in cui morì il re Ozìa, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio.

Nell’anno in cui morì il re Ozia, in cui divenne lebbroso (cfr. 2Re 15,5) secondo l’aramaico, tradizione che si trova anche nei saggi d’Israele. la profezia infatti era cessata quando il re divenne lebbroso. I nostri Padri parlano invece di morte naturale.

Vidi il Signore, non è espresso il nome personale (il tetragramma sacro) ma quello che indica la sua signoria per sottolineare che Isaia non ne vede l’essenza perché nessuno ha mai visto Dio (cfr. Gv 1,18; Es 32,20). Aramaico: la gloria del Signore (cfr. Gv 12,41).

Trono alto ed elevato, nota come gli accenti ebraici attribuiscano alto ed elevato al Signore. A questo pure giungono interpreti cristiani (cfr. 57,15);

i lembi del suo manto, toccare i lembi del manto significava chiedere misericordia (cfr. Mt 9,20: l’emorroissa).

riempivano il Tempio, Dio è seduto nel Tempio, che Mosè vide sul monte e il suo manto riempie con i suoi lembi il Tempio di Gerusalemme.

2 Sopra di lui stavano dei serafini; ognuno aveva sei ali. Con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava.

Sopra di Lui stavano dei serafini, pronti per servirlo.

Essi si chiamano serafini per la loro caratteristica di essere di fuoco, che impedisce l’accesso al Signore. Davanti a lui cammina il fuoco e brucia tutt’intorno i suoi nemici (Sal 96,3).

I serafini hanno ciascuno sei ali. Riferite alla natura spirituale, le ali indicano che essi sono invisibili, stanno davanti al Signore e velocemente eseguono i suoi comandi.

Si copriva la faccia, nemmeno gli esseri celesti possono contemplare il volto di Dio, come Mosè al Roveto ardente (cfr. Es 3,6); per questo l’aramaico aggiunge: per non vedere. Oppure essi si coprono il volto per non far vedere la gloria del Signore impressa in loro come accadde a Mosè che si metteva un velo quando era davanti al popolo (cfr. Es 34,35).

Con due si copriva i piedi per non essere visto (aramaico); oppure in segno di rispetto della regalità del Signore;

e con due volava per adempiere i comandi del Signore.

Il profeta vede solo delle ali; non solo non vede il volto del Signore ma neppure quello dei Serafini. Il più è nascosto ai suoi occhi; egli vede ben poco cioè quello che vide Mosè nel Roveto e gli anziani quando salirono verso il Signore (cfr. Es 24,10). Ma questo è sufficiente perché egli sia profeta del Signore.

La visione è unita alla parola, che Isaia ode con chiarezza.

3 Proclamavano l’uno all’altro, dicendo:

«Santo, santo, santo il Signore degli eserciti!

Tutta la terra è piena della sua gloria».

Con il volto e i piedi coperti, i Serafini gridano incessantemente l’uno all’altro il tre volte Santo (trisagio). La loro essenza è il loro grido e la loro comunione vicendevole è proclamare l’uno all’altro la santità del Signore. Essi ne sono ripieni come fuoco, ed è proprio della loro natura spirituale essere originati da questo fuoco, che li fa ardere di zelo per la santità del Signore. Essi proclamano che la gloria del Signore riempie tutta la terra.

Egli, che è il Signore delle schiere, non ritrae la sua gloria dalla creazione; essendo la sua gloria splendore e fuoco, non cessa d’illuminare e di bruciare e quindi di purificare la terra dal peccato del mondo (Gv 1,29).

Qui è l’origine della parola profetica. Essa non scaturisce da un semplice criterio di giustizia ma dalla santità stessa di Dio, che riempie della sua gloria tutta la terra. La Parola è della stessa natura dei serafini e contiene in sé lo stesso fuoco della santità divina e quindi ne manifesta la gloria.

La manifestazione piena della gloria avviene nell’Evangelo perché è in esso che si rivela chi è il Signore della gloria, che appare qui al profeta. È Gesù, il Figlio di Dio, colui che ci vuole partecipi della sua stessa santità, che Egli incessantemente comunica ai serafini. Nessuno infatti può riceverla direttamente dal Padre. Solo il Figlio, nel quale è corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9), comunica l’unica santità divina, proclamata incessantemente dai Serafini, che ad essa partecipano nella loro stessa essenza spirituale.

4 Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo.

La voce del Serafino che gridava all’altro il tre volte Santo faceva vibrare gli stipiti delle porte mentre il fumo, che usciva dalla bocca di ciascun Serafino, riempiva il tempio. Le creature spirituali, che gridano la santità del Signore, fanno vibrare questa creazione anche nel suo luogo più santo e con il fuoco del loro ardore creano una cortina di fumo che nasconde la signoria di Dio allo sguardo di chiunque e chi è impuro trema di paura.

5 E dissi:

«Ohimè! Io sono perduto,

perché un uomo dalle labbra impure io sono

e in mezzo a un popolo

dalle labbra impure io abito;

eppure i miei occhi hanno visto

il re, il Signore degli eserciti».

 

Davanti alla maestà del Signore, da lui contemplata per un istante, il profeta si dichiara perduto. Prima che il fumo dei Serafini veli il trono del Signore e ne impedisca la visione, Isaia si sente perduto. Ohimè! Egli che sta per annunciare ai capi e al suo popolo i guai, che noi già abbiamo ascoltato (3,9-10; 5,8-23), percepisce prima la sua situazione di perduto davanti alla santità del Signore. Solo dopo aver sperimentato questo e la conseguente purificazione, egli può annunciare al popolo la Parola di Dio e resistere davanti alla loro durezza di cuore.

Egli si vede uomo dalle labbra impure perciò incapace di proclamare la santità di Dio a un popolo anch’esso dalle labbra impure. Dal cuore e dalle labbra del popolo è scomparsa la Legge del Signore e sono comparse le parole, che rivelano una coscienza contaminata dal peccato. Il profeta si sente immerso in questa contaminazione e di fronte alla santità di Dio, proclamata dai Serafini, vede aprirsi le fauci della morte pronta a ingoiarlo assieme a tutto il popolo.

L’impurità personale dell’uomo cresce a contatto con quella degli altri soprattutto attraverso la lingua. Il parlare vicendevole aumenta quell’impurità di base che tutti abbiamo dentro.

Questa è la prima constatazione, che il Signore fa fare al profeta prima d’inviarlo, in modo che d’ora in poi egli non contamini la parola profetica con il linguaggio degli uomini, ma sappia esprimerla in tutta la sua purezza e santità.

In questa situazione d’impurità vedere con i propri occhi il re, il Signore degli eserciti significa morire. Isaia è in questo momento in preda della morte e da solo non può liberarsene. Allo stesso modo anche il popolo ne è dominato al punto tale da non aver più il timore del Signore.

  1. Girolamo preferisce dare al verbo ebraico il valore di tacere anziché quello che oggi si preferisce di essere perduto e commenta: «Il profeta si rattrista di non essere degno di lodare il Signore Sabaoth con i Serafini, che sappiamo essere le potenze angeliche. Non osò lodare il Signore perché aveva le labbra impure. E le aveva tali perché dimorava presso un popolo peccatore. Oppure si può anche intendere. Ho taciuto perché non ho rimproverato con audacia l’empio re Ozia e così le mie labbra sono impure e non oso cantare con gli angeli le lodi del Signore perché non mi si dica: Perché tu parli delle mie giustizie e ti rechi alla bocca il mio patto? (Sal 49,16); Non è bella la lode in bocca al peccatore (Eccli 15,9)».

6 Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare.

Il grido d’Isaia giunge al Signore che invia uno dei Serafini. Con le molle egli ha preso dall’altare un carbone ardente. Egli, che è tutto fuoco, quando deve accostarsi al profeta si serve di strumenti terreni legati alla liturgia del tempio. Egli si serve delle molle, del carbone ardente preso dall’altare dell’incenso a indicare che i riti, che sta per compiere, non esulano sia dall’economia legata al tempio che da quanto questa rappresenta, ossia l’umanità del Signore che è seduto sul trono.

«C’è poi da rilevare quanto è stato detto a Geremia: Prima che ti formassi nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo santificato (Gr 1,5); poiché non aveva le labbra immonde, soltanto aveva detto: Non so parlare perché sono giovane, lo stesso Signore stese la sua mano, e toccò la sua bocca e disse: Ecco ho posto le mie parole sulla tua bocca. In seguito a Isaia che aveva detto: Uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito, Dio non gli porge la mano ma gli invia un Serafino, oppure questi vola a lui di propria iniziativa, perché deputato a questo ufficio» (s. Girolamo).

7 Egli mi toccò la bocca e disse:

«Ecco, questo ha toccato le tue labbra,

perciò è scomparsa la tua colpa

e il tuo peccato è espiato».

 

Il gesto è sacramentale perché attua quanto il Serafino dice. Isaia riceve grazia; egli può vivere e le sue labbra, che egli ha dichiarato impure, sono rese pure. Le labbra sono la porta del peccato; questi ne è come un guardiano e con esse egli avvince gli uomini al suo giogo. Davanti alla signoria di Dio, Isaia si sente schiavo del peccato, che domina in tutto il popolo, e solo dopo questo intervento redentivo, egli può diventare profeta e parlare solo le parole di Dio.

8 Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».

Purificato dal peccato, Isaia ode la voce del Signore. Questi non si rivolge direttamente a lui ma al suo consiglio, di cui il profeta è reso degno di far parte; è scritto in Amos: In verità, il Signore non fa cosa alcuna senza aver rivelato il suo consiglio ai suoi servitori, i profeti (3,7). Basta che il Signore chieda, che il profeta subito risponde.

Egli, che ha ricevuto grazia ed è stato purificato, sente che le parole di Dio sono sulle sue labbra ed è pieno di desiderio di annunciarle.

Come si accolgono le parole del messaggero del re, quanto più devono essere accolte le parole di colui che il Signore invia al suo popolo.

Con questa pagina il profeta presenta le sue credenziali; egli può parlare perché ha visto e ha udito il Santo d’Israele incessantemente proclamato tale dai Serafini.

Note

 

Si può notare che più si esperimenta la presenza di Dio più si avverte di essere uomini peccatori e dalle labbra impure. Nel momento in cui si scopre peccatore, l’uomo vuole fuggire perché si sente perduto, ma è proprio il momento in cui il Signore gli va incontro e lo santifica.

«Basta questa confessione perché Dio trasformi tutto l’essere del profeta. Il fuoco della santità di Dio ci fa riconoscere peccatori, ci rigenera: e allora si può annunciare. Ogni annuncio che non sia purificato dall’incontro con Dio, che non passi attraverso questa consapevolezza non può proclamare che Dio è santo. Per questo tutti gli apostoli sono passati per questa purificazione: quando chi annuncia è così, allora è possibile l’annuncio» (U. Neri, appunti di omelia, Monteveglio, 10.2.1974).

La confessione del peccato porta prima di tutto alla proclamazione della santità di Dio: senza di essa si confessa il peccato più per il tormento che esso suscita che per la presenza di Dio che lo vuole annientare con il fuoco della sua santità.

Solo da questa esperienza della santità di Dio purificatrice del proprio peccato si può compiere la missione in nome del Signore.

«In Gv 12,41 il profeta vide la gloria del Cristo e parlò di Lui. L’oggetto di quella visione è Gesù. Colui che riempie con l’orlo del suo manto il tempio, è Gesù. Il trisagio è detto del Cristo senza differenza» (U. Neri, appunti di omelia, Monteveglio, 10.2.1974).

Carbone ardente è Gesù, che immolato sulla Croce, viene preso dall’altare e purifica le labbra dei fedeli con la sua Parola, la sua Carne e il suo Sangue pregni del fuoco dello Spirito Santo.

 

 

SALMO RESPONSORIALE       Sal 137

 

R/.       Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.

 

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:

hai ascoltato le parole della mia bocca.

Non agli dèi, ma a te voglio cantare,

mi prostro verso il tuo tempio santo.               R/.

 

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:

hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.

Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,

hai accresciuto in me la forza. R/.

 

Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,

quando ascolteranno le parole della tua bocca.

Canteranno le vie del Signore:

grande è la gloria del Signore!            R/.

 

La tua destra mi salva.

Il Signore farà tutto per me.

Signore, il tuo amore è per sempre:

non abbandonare l’opera delle tue mani.       R/.

 

SECONDA LETTURA        1 Cor 15,1-11

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

 

1 Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi 2 e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!

Questo testo è la sintesi dell’Evangelo, il nucleo essenziale già contenuto nella fede dei padri perché contenuto nelle Sante Scritture antiche come profezia e promessa.

Vi proclamo. Perché l’Apostolo dice: vi proclamo o vi rendo noto riguardo a ciò che egli ha già evangelizzato? Perché l’Evangelo è attualizzato dall’annuncio che lo rende sempre più noto e lo fa sempre più penetrare nell’intimo dei cuori.

il Vangelo che vi ho annunziato, l’Evangelo passa necessariamente dall’apostolo ieri come oggi perché in lui è la testimonianza del Signore risorto. Paolo afferma, in questa lettera, la necessità di evangelizzare che incombe su di lui: Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! (9,16); e prima aveva detto: Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo (1,17). Ora l’Evangelo annunciato dall’Apostolo non è solo annuncio, ma è anche luogo e salvezza, dice infatti: che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale siete salvati. L’evangelo è lo «spazio» della nostra esistenza perché annuncio, luogo sicuro e fonte di salvezza

Perché l’evangelo sia efficace vi è una condizione: se lo mantenete come ve l’ho annunciato. Infatti vi era una diversa interpretazione della risurrezione, che era limitata alla sola sfera spirituale e caratterizzava solo il passaggio dell’anima dalla vita malvagia chiamata morte alla nuova vita in Cristo.

A costoro l’apostolo contrappone il vero insegnamento che cioè la risurrezione è in rapporto al corpo.

Se non si crede alla risurrezione fisica, vano è il credere perché la risurrezione fisica sta alla base della nostra fede.

3 A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè

che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture

A voi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto. L’apostolo ha ricevuto direttamente questo primissimo dato della nostra fede direttamente dal Signore e lo trasmette alla sua Chiesa prima attraverso l’insegnamento orale e poi ora nello scritto.

cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture. Egli è veramente morto (vedi, al contrario, quello che insegna l’islam sulla sua morte apparente) ed è morto in modo sacrificale, come Agnello pasquale per espiare i nostri peccati.

E tutto questo è avvenuto secondo le Scritture (cfr. ad es., Is 53,8: Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte).

 

4 e che fu sepolto

e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture

Essendo vera la sua morte, fu pure vera la sua sepoltura e quindi la sua risurrezione. Le testimonianze riguardanti la sua risurrezione sono sintetizzate in Gv 20,8s: Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.

Dopo aver portato a testimonianza le Scritture, cioè la Legge e i Profeti, ora l’apostolo porta a testimonianza coloro che lo hanno visto vivo dopo la sua risurrezione.

Anzitutto Cefa (cfr. Lc 24,34) e poi i Dodici, di cui abbiamo testimonianza nei vangeli nello stesso primo giorno della settimana.

6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti.

Di questa apparizione del Signore risorto a un gruppo così vasto di discepoli non è dato a noi di aver conoscenza se non in questo testo.

7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli.

Giacomo è della stessa famiglia del Signore e rappresenta la chiesa giudeocristiana, che può vantare nel suo capo un testimone della risurrezione.

Per apostoli la tradizione intende i discepoli che sono inviati essi stessi ad annunciare l’evangelo in quanto testimoni del Signore risorto e che sono stati con Lui dal battesimo di Giovanni sino alla fine (vedi Mattia e Giuseppe, scelti per esser ammessi nel numero dei Dodici in At 1,23).

8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.

Egli si definisce aborto perché si sente imperfetto e incompleto rispetto agli altri apostoli e ha ricevuto la vita e la visione del Signore nel momento in cui, pieno di minacce, stava perseguitando la Chiesa di Dio (cfr. At 9). Proprio in quel momento il Signore lo ha chiamato e volle che fosse rigenerato dalle acque battesimali.

9 Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio.

Questa sua situazione precedente di persecutore per lui è sufficiente per non sentirsi degno di esser chiamato apostolo e di tener sempre davanti allo sguardo questa sua situazione, come si dice di Cefa che sempre ricordava il suo rinnegamento e piangeva.

10 Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.

Dopo aver presentato la sua origine come apostolo e la sua indegnità ad esserlo, ora presenta in sé l’opera della grazia, che lo ha fatto apostolo e che opera proprio attraverso la sua povertà. Egli dichiara di aver molto affaticato più di tutti gli apostoli, ma subito aggiunge: non io però, ma la grazia di Dio che è con me. S. Agostino annota: Non solo io ma la grazia di Dio con me. Non fu la grazia da sola e lui da solo, ma la grazia di Dio con lui (Libro sulla grazia e il libero arbitrio, c. 5).

11 Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

Sia Paolo come gli altri apostoli, che hanno visto il Signore, predicano secondo l’annuncio qui sintetizzato dall’apostolo e questo è pure l’oggetto della fede dei discepoli.

L’uniformità dell’annuncio mai è venuta meno nelle Chiese nonostante le divisioni. Ne è testimonianza la stessa edicola del Sepolcro del Signore, che pur divisa nelle singole Chiese, dà un’unica testimonianza: qui il Signore è risorto da morte. Questa è l’unità inscindibile delle Chiese apostoliche.

CANTO AL VANGELO             Mt 4,19

 

R/.       Alleluia, alleluia.

 

Venite dietro a me, dice il Signore,

vi farò pescatori di uomini.

 

R/.       Alleluia.

 

VANGELO                               Lc 5,1-11

 

Dal vangelo secondo Luca

 

5.1 In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, 2 vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3 Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.

L’insegnamento dalla barca è riportato da Mt (13,1-3) e da Mc (4,1-2) come introduzione alle parabole.

Luca sottolinea il particolare che la folla gli faceva ressa per ascoltare la Parola del Signore. Vedi 6,19: Tutta la folla cercava di toccarlo…

Immediatamente il Signore fa di questa folla un’assemblea che ascolta ordinatamente la Parola. Egli insegna la Parola di Dio; è il termine tecnico per la predicazione apostolica (cfr. At 4,31; 6,2.7; 8,14, ecc.). «Esiste dunque continuità tra l’insegnamento di Gesù nel paese dei Giudei e la predicazione postpasquale: quest’ultima prosegue la predicazione di Gesù e la porta fino alle estremità della terra» (Rossé, o.c.,  p. 171).

Ci sono due barche (2) e sceglie quella di Simone (3) come ne ha scelto la casa (4,38-41). L’una e l’altra diventano luogo delle sue meraviglie e quindi segno della Chiesa. Anche nel seguito l’Evangelo sottolinea il rapporto particolare di Gesù con Pietro. Dalla barca di questi il Signore insegna. Dopo la sua “confessione”, Pietro solo riceve la missione di essere “pescatore di uomini”.

4 Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». 5 Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».

La scena della pesca miracolosa inizia con un dialogo tra il Signore e Simone (4-5); segue la pesca (6) fatta dalla barca di Pietro che riempie anche quella di Giacomo e Giovanni (7).

Il dialogo inizia con un comando di Gesù che va contro l’esperienza di un pescatore: il tempo propizio per la pesca è la notte. Quindi Simone è posto di fronte all’alternativa: ubbidire alla propria esperienza oppure credere in Gesù. Questa obbedienza non solo coinvolge lui personalmente ma anche tutti i suoi soci ai quali egli deve comandare; dice infatti il Signore: prendi il largo e calate le vostre reti per la pesca.

Pietro coglie questo dilemma e chiama Gesù: maestro e se da una parte parla della sua inutile fatica notturna, dall’altra dichiara la sua obbedienza alla parola di Gesù accolta non come parola di uomo ma come parola stessa di Dio: non di solo pane vive l’uomo, ma l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore (Dt 8,3).

È la stessa fede di Maria: avvenga in me secondo la tua parola (1,38). Tutto quindi ha origine dall’atto di fede che è obbedienza.

Nota su abbiamo faticato: nella notte e senza il Cristo la fatica è vana: nulla è la nostra fatica senza la fede nella sua Parola efficace ed operante.«Infatti tanto di passività c’è in lui nella nostra attività, tanto di attività c’è in lui nella nostra passività» (p. Mongillo, appunti di omelia, Gerico, 16.2.74).). Affaticarsi e obbedire alla Parola sono in stretto rapporto. Chi annuncia, fatica sapendo che la sua fatica non è vana perché si fonda sull’efficacia intrinseca della Parola di Dio.

«Ascoltando questa parola, Pietro diventa capace di non misurare le cose soltanto sulle sue ripetute delusioni, soltanto in base alle fatiche inutili, agli affanni vuoti di cui è piena la vita. Dio può dire quella parola che rende significativa la vita dell’uomo, che rende l’uomo disponibile all’avventura della fede» (Diaconia).

6 Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano.

Fecero così, è l’obbedienza della fede, come dice l’apostolo Giacomo: la fede se non ha le opere è morta in se stessa (2,17). E presero una quantità enorme: traspaiono i termini riguardanti gli uomini, perché all’Evangelo interessano non tanto i pesci quanto la moltitudine dei credenti catturati dalle reti apostoliche.

Le reti si rompevano, sottolinea come l’opera di Dio non può essere contenuta dalle opere dell’uomo se Dio stesso non interviene, come in Gv 21,11: E benché fossero tanti la rete non si spezzò.

7 Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.

Fecero cenno, non un urlo perché tutto avviene nel silenzio provocato dal grande stupore che tutti ha preso (9).

Compagni, soci (10) indica lo stretto rapporto che hanno con Simone di cui condividono il lavoro come ne condivideranno la vocazione. La persona di Pietro è messa in rilievo come portavoce di tutto il gruppo.

E riempirono tutte e due le barche, dall’abbondanza della rete di Simone si riempiono ambedue le barche, è lui che ha obbedito alla parola del Cristo quindi una volta ravveduto confermerà i suoi fratelli (cfr. 22,32).

8 Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».

SI gettò alle ginocchia di Gesù perché avverte in lui il suo Signore e si prostra per chiedere grazia.

Esci (nel testo: allontanati), Pietro sente Gesù dentro, più intimo di se stesso con tutta l’esigenza della sua santità, da me, perché sono un peccatore (lett.: uomo peccatore io sono), Signore.

Esci, sente dentro di sé la presenza del Signore come il Santo che mette in luce il suo essere di peccatore.

Uomo peccatore, in quanto uomo sono peccatore perché figlio di Adamo. Simone come Adamo (cfr. Gn 3,10), ha bisogno di nascondersi di fronte alla presenza divina. Come Isaia, si sente perduto (cfr. Is 6,5) nel vedere la Gloria del Signore (cfr. Gv 12,41).

«Nel N.T. “peccatore” non definisce una generica condizione di peccaminosità, ma indica uno che ha agito, o ancora agisce, in modo molto concreto e individuale contro la volontà di Dio. Poiché questa è stata manifestata nel decalogo, i “peccatori” sono lo stesso che trasgressori della legge, come “giusti” sono osservanti della legge (5,32 par; Gc 2,8 ss.). Pietro si confessa dunque come iniquo contro i comandamenti di Dio. Egli tuttavia non si converte per la chiamata di Gesù alla penitenza, ma di fronte alla sua bontà. Gesù qui ha infranto il principio ebraico che la grazia di Dio giunge solo al giusto. La sua benedizione giunge a un uomo che non è giusto e perfino lo ammette» (Rengstorf).

9 Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».

11 E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Lo stupore: Pietro non solo parla a nome proprio ma anche dei suoi compagni e soci entrati essi pure in questa teofania; tra di essi ci sono Giacomo e Giovanni figli di Zebedèo.

Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini. Pietro è chiamato: passa dalla Legge che condanna all’Evangelo che salva; dalla figura alla realtà: le reti sono simbolo della Parola, la barca della Chiesa, il mare del mondo. Da queste parole di Gesù vediamo come il racconto sia anche una parabola e vada meditato per cogliere sensi profondi come hanno fatto i Padri. La chiamata di Pietro, dopo la manifestazione divina del Signore Gesù, segna una svolta efficace nella rivelazione. La vocazione apostolica, pur essendo in continuità con quella profetica, è tuttavia da questa distinta. I profeti hanno contemplato il Signore nella gloria, gli apostoli lo hanno toccato nella carne e hanno visto quello che Gesù ha compiuto per dare inizio alla Chiesa. La chiamata di Pietro si differisce pure da quella di Giovanni al cap. 3. Questi è ancora chiamato come profeta, Pietro è chiamato come apostolo.  In questo racconto l’Evangelo di Luca pone l’inizio della Chiesa.

 

Note

 

«Mi sono chiesto che cosa è successo a Pietro: egli si è sentito peccatore e ha sentito la santità di Dio in Gesù. Di fronte a un prodigio fatto da santi si sente solo di riflesso il peccato. Se non si ha esperienza sia pure iniziale di Dio non si sente neppure il peccato»

(d. G. Dossetti, appunti di omelia 16.2.74).

Il racconto di questa pesca diurna ci apre all’intelligenza del mistero della Chiesa rappresentata dalla barca di Simone, in cui non vi è la logica mondana ma solo l’obbedienza alla Parola di Dio, che coinvolge in prima persona Simone e tramite lui i suoi compagni.

In essa la rivelazione del Cristo porta alla confessione di Simone. La teologia infatti è la rivelazione del Cristo e in Lui della nostra situazione; abbagliati dalla luce della sua divinità, attraverso il suo essere uomo, noi non possiamo non esclamare con Simon Pietro: «Esci da me che sono un uomo peccatore, Signore».

«È questa la barca che, secondo Matteo, è scossa dalle onde, e che, secondo Luca, si riempie di pesci, perché tu riconosca gli inizi così tempestosi della chiesa, e i tempi successivi così fruttuosi. I pesci sono infatti coloro che navigano nel mare della vita.

Là il Cristo dorme ancora presso i discepoli, qui egli dà ordini; dorme per coloro che tremano, veglia tra quanti sono già fortificati. Ma dal Profeta ho già sentito dire in qual modo dorme Cristo: Io dormo, ma il mio cuore veglia (Ct 5,2)» (Ludolfo il certosino).

Non ci può essere vera conoscenza di Dio in Gesù se non porta a quel timore in cui il grido della fede pone fine a ogni ragionamento e mormorazione.

PREGHIERA DEI FEDELI

 

  1. Siamo davanti al Signore proclamato tre volte santo dai serafini e da tutta la Chiesa, come faremo tra poco, all’inizio della preghiera eucaristica.

Rivolgiamo ora la nostra preghiera con umile supplica e diciamo:

Padre santo ascolta la nostra preghiera.

  • Santo Dio accogli l’umile preghiera della tua Chiesa perché proclami il Vangelo della tua gloria con mitezza e purezza di parola, noi ti preghiamo.
  • Santo Forte purifica con il carbone ardente della tua parola le nostre labbra perché non proferiscano mai la menzogna ma siano ripiene della grazia che proviene dalla verità, noi ti preghiamo.
  • Santo Immortale che riempi della tua gloria tutta la terra, accogli il gemito dei poveri e dei sofferenti e fa’ risplendere la tua giustizia su tutti i popoli, noi ti preghiamo.
  • Accogli, o Misericordioso, l’umile confessione delle nostre colpe e mentre proclamiamo la tua santità elargisci a noi il perdono per le preghiera della sempre Vergine Maria e di tutti i santi, noi ti preghiamo.
  1. Dio di infinita grandezza, che affidi alle nostre labbra impure e alle nostre fragili mani il compito di portare agli uomini l’annunzio del Vangelo, sostienici con il tuo Spirito, perché la tua parola, accolta da cuori aperti e generosi, fruttifichi in ogni parte della terra.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.