SPIRITUALITÀ

…della misericordia che rende possibi­le e gioiosa la vita fraterna, come canta stupendamente il Salmo 132. Olio profumato della misericordia che — come non si stanca di ripetere papa Francesco — il Signore versa sempre di nuovo e con abbondanza sul capo di ciascuno, perché lo lascia­mo poi scendere nel nostro cuore e su quello dei fratelli che Lui ci pone accanto, così che tutti siamo ricolmi della sua fragranza: di essa infatti vi­vono sia la fraternità che la famiglia cristiana. Olio che dà gioia, perché consente di reperire sempre nuovi motivi di speranza anche dentro gli spazi angusti della nostra ed altrui umana povertà.

Là — e solo là — il Signore dona bene­dizione e la vita per sempre Infat­ti, come intuiva finemente Teresa di Lisieux, Misericordias Domini in ae­ternum cantabo: per tutti (ma pro­prio tutti, nessuno escluso!) il Para­diso sarà un canto ininterrotto alle in­finite misericordie del Signore.

Sarebbe bello se l’anno della miseri­cordia divenisse un tempo propizio per un salto di qualità nelle nostre relazioni fraterne.

Prospero Rivi ofm cap

vita consacrata 1

La gioia nella vita consacrata

PASSIONE PER CRISTO E PER IL MONDO

Dove c’è gioia, la vita germina, fiorisce e fruttifica diventando dono per tutti. Se la vita consacrata vuole riscoprirsi nella sua autenticità deve tornare alle fonti, alle sue radici, alla sorgente viva della gioia che è Gesù Cristo.

Che cosa mi affascina della vi­ta consacrata? Da dove nasce l’invito a rallegrarsi con me perché mi sento felice come persona consacrata? Come parlare di gioia in un clima di nostalgia, di scetticismo, di pessimismo, diffuso anche tra i consacrati?

A porsi queste domande sulla qua­lità e sulla possibilità di esistenza gioiosa della vita consacrata è il pa­dre gesuita Victor Martinez Morales, sulla rivista Vinculum della Confe­renza dei religiosi della Colombia.’ Oggi, sono molti i fattori che sem­brano contraddire una vita consacra­ta vissuta nella gioia. In tanti casi, sembra una realtà in via di estinzio­ne. Ed è tale la sua fragilità, che mol­ti dei suoi membri sembrano più predisposti a prepararsi alla scom­parsa piuttosto che a rinnovarsi per continuare a vivere.

La diminuzione dei giovani che scel­gono la vita consacrata è reale e con­siderevole è il numero delle congregazioni che hanno chiuso definitiva­mente i battenti e di altre che hanno tentato una integrazione con altri istituti. Il fenomeno dell’invecchia­mento segna in modo significativo la vita di tante congregazioni. Ma né il primo né il secondo sono il motivo centrale da considerare per misura­re lo stato attuale della vita consa­crata.

La centralità della riflessione di p. Morales sta nel vedere se esistono ancora uomini e donne appassionati per Gesù Cristo e per il suo regno. La risposta al “vieni e seguimi” di Gesù, nasce da un cuore libero, lon­tano dalla ricerca di benessere, di prestigio o vantaggio personale. È una risposta che dà autenticità alla vita e alla missione.

La gioia del cambiamento

La gioia di vivere questo tempo di cambiamenti radicali è fare delle nostre congregazioni luoghi di in­contro, terra sacra, casa di fratelli, terra di Dio. È arrivato il momento di sciogliere gli ormeggi, intrapren­dere nuovi viaggi, costruire ponti, per rendere attuale il vangelo e irra­diarne la luce e la bellezza. Dove c’è gioia, la vita germina, fiorisce e frut­tifica diventando dono per tutti. La gioia che apre processi di liberazio­ne rende credibili a noi stessi e al mondo. Se la vita consacrata vuole riscoprirsi nel suo senso ed auten­ticità deve tornare alle fonti, alle sue radici, alla fonte viva che è Gesù Cristo. La vitalità dei con­sacrati dipende dallo Spirito che li abita. Ogni impegno, orientato a rispondere alla crisi attuale della vita consacrata, nasce dal­l’azione dello Spirito e allo Spi­rito va affidato con fiducia. E nello Spirito i consacrati sono chiamati a rivedere l’esercizio dell’autorità, purificandolo da dinamiche umane di potere e di dipendenza; a trasformare i per­corsi di formazione in cammini condivisi di umanizzazione e di maturazione della fede; a fare delle comunità luoghi dove dav­vero sia possibile vivere con gioia; a riqualificare la preghiera che dallo stare alla presenza del Signore traduce il proprio rap­porto con Lui in lealtà e genero­sità verso i fratelli. Occorre fare che le case “religiose” non siano solo luoghi di intenso apostolato ma anche ambienti di preghiera, dove i tempi del silenzio diano nuovo equilibrio al dono di sé. Do­ve la preghiera sia caratterizzata an­che da regolarità e perseveranza. È giunto il momento di porre il pro­prio cuore al centro del cuore di Dio e da lì portarlo alle periferie, alle frontiere del mondo senza altro de­siderio o progetto che comunicare con la vita l’annuncio essenziale: Cristo, il vivente, il buon pastore che si prende cura, il misericordioso. Metterci in strada, avanzare verso questo rinnovamento interiore e co­munitario, implica rotture e rinunce ad un modus vivendi che abbiamo addomesticato e fatto nostro, senza quasi accorgerci che non stiamo più camminando ma siamo seduti, iner­mi e inconsapevoli ai bordi delle nostre strade oppure stiamo cammi­nando per sentieri o scorciatoie che allontanano dalla fonte originaria e non orientano più lo sguardo alla meta.

La gioia della vocazione

Dare ragione della nostra gioia si­gnifica valorizzare la consapevolezza della nostravita consacrata 2 vocazione e il percorso fatto con il Signore che ci ha chiama­to a seguirlo in questo stato di vita. La consacrazione non è né meno né più rispetto a tutti i battezzati, per­ché tutti, per il Battesimo, siamo chiamati a seguire con radicalità il Signore, tutti siamo chiamati a esse­re cristiani, a testimoniare con il no­stro modo di essere e di agire che vi­viamo seguendo Gesù. La particola­rità della vita consacrata sta nella forma di seguire Cristo, secondo un carisma concreto e riconosciuto ec­clesialmente, rivitalizzando la grazia concessa non solo a fondatori e fon­datrici, ma a generazioni di consa­crati che hanno incarnato in castità, povertà e obbedienza il comando del Signore di amare come lui ha amato, di servire come lui ha servito, di es­sere figli di Dio e fratelli come lui ha vissuto da figlio e da fratello.

La passione per Cristo, che ha carat­terizzato l’originaria risposta alla chiamata, si mantiene viva nella di­namica della vita, che è esodo, cam­biamento, passaggio, continuo lascia­re e ripartire, in quella semplicità e fiducia che permette di seguire Cri­sto e di servire il prossimo in modo

instancabile e gratuito. È necessa­rio uscire dalle proprie como­dità e sicurezze per aprire gli occhi su quei luoghi umani per­sonali e comunitari, sociali ed ecclesiali, fuori dalle nostre co­munità o al margine di esse, do­ve c’è bisogno della luce e della sapienza del vangelo. La voca­zione rimarrà sempre nel miste­ro dell’azione gratuita di Dio nei nostri confronti: stare den­tro questo mistero sarà comun­que motivo di gioia, di consola­zione, di sicura speranza, di so­lida fede.

La gioia nei contesti umani

La storia, la vita di ogni perso­na, si portano dentro le tracce della presenza di Dio. Da que­sta consapevolezza deriva la ne­cessità che le persone consacra­te sappiano abitare i contesti umani con profondità, con radi­calità, fino al punto di dare vol­to ed espressione alle tracce del‑

la presenza di Dio. La presenza di Dio, infatti, non è una sovrastruttura dell’umano, ma è la sua profondità, la sua verità. Fondamentalmente la vita consacrata non è chiamata ad abitare l’umano in modo straordina­rio, inconsueto o rivoluzionario, e tanto meno a raggiungerlo, ma a non allontanarsene se già ha saputo cam­minare con gli uomini e le donne di questo mondo secondo la peculiarità propria della consacrazione: il dono di sé ai fratelli. Si tratta di non allon­tanarsi mai dalla verità di se stessi e dall’autenticità del rapporto con gli altri; si tratta di ricomprendere la se­quela di Cristo come un fare spazio alla verità dell’uomo. La freschezza gioia, si giocano sul terreno della ve­rità delle relazioni umane.

La verità dell’umano è in termini di vocazione più che di progetto, di ac­cogliersi come dono più che di co­struirsi, di essere legati ai fratelli più che di essere liberi di accoglierli o no. I consacrati, che si sentono chia­mati e che, attraverso i consigli evan­gelici, esprimono insieme la risposta alla chiamata di Dio, dovrebbero es­sere gli specialisti di una missione che parte dalle tracce di Dio nell’u­mano, di un annuncio del Vangelo che muove da segni di vera umanità, e quindi testimoni gioiosi di una vita consacrata che sprigiona tutta la sua positiva carica umana e irradia una credibile spiritualità cristiana.

La gioia della passione per il mondo si esprime in uomini e donne consa­crati capaci di farsi vicini, di pren­dersi cura dei fratelli, specialmente dei poveri, delle vittime della vio­lenza, della guerra, delle ingiustizie, della droga, dello sfruttamento ses­suale, dell’intolleranza, della corru­zione. I consacrati hanno orecchi per ascoltare il grido di un mondo malato di individualismo, di consumismo, secolarizzato e disperso, frammentato e disorientato. Questo mondo è il nostro luogo di vita e di missione. In questo mondo la vita consacrata è chiamata a presentarsi come controtendenza: essere poveri, casti, obbedienti per un mondo do­ve la ricchezza disonesta, il potere ingiusto, l’edonismo, l’abulia, l’apa­tia, la superficialità, la trasgressività e il permissivismo portano tante persone alla deriva nel mare turbo­lento della vita.

La gioia di risvegliare il mondo

I consacrati devono ascoltare i cla­mori di un mondo dove è urgente di­fendere i diritti di ogni persona, di­fendere la vita e la sua dignità, ri­spettarla nella sua integrità; garanti­re l’indispensabile per vivere, ali­mentazione, salute, casa, educazione. Capaci di ascoltare anche i lamenti di una terra il cui ecosistema sta an­dando in rovina con gravi rischi per tutta l’umanità, i consacrati sono chiamati ad essere testimonianza e conferma che un mondo migliore ­nonostante tutto – è ancora possibi­le. Per questo, a tutti i consacrati chiesto di portare un po’ di luce in questi tempi avversi, di rianimare nei cuori la gioia e la speranza.

È la gioia propria di chi sa guardare alle radici, alla fonte per attingere forza e alimento, per costruire qui e ora il futuro. È la gioia di chi sa affi­darsi alla fedeltà di Dio, di chi rico­nosce umilmente la sua presenza co­stante e il suo amore inesauribile, di chi sa decentrarsi, disinstallarsi dalle proprie autoreferenzialità, di chi sa purificare il proprio cuore per farsi compagno di strada dei fratelli e del­le sorelle in umanità. È la gioia di sa­persi a nostra volta accompagnati da un Dio che scende nella vita di ognu­no, si affianca al cammino quotidia­no per illuminarlo, rafforzarlo e libe­rarlo, infondendo nei cuori una gioia nuova, un rinnovato slancio vitale.

Anna Maria Gellini