DOMENICA IV – C

 

Cantiamo il canto d’amore

alla vigna cara al Signore.

Scelta ed eletta da Dio,

perché divenisti assenzio?

Nel profeta era la Parola,

fuoco vivo nelle sue ossa:

trattenerlo non poteva,

troppo gli ardeva in petto.

Nazareth, fiore di Galilea,

da te viene il Nazareno,

spunta dal tronco di Jesse;

perché lo vuoi uccidere?

Chi comprende il cuore,

chi ne scruta i segreti?

Solo amore lo rischiara

nel ritmo di ogni giorno.

 

 

PRIMA LETTURA Gr 1,4-5.17-19

 

Dal libro del profeta Geremia

 

Nei giorni del re Giosìa, 4 mi fu rivolta questa parola del Signore:

La parola del Signore anche altrove il profeta usa questa espressione (cfr. 32,6), come pure Ezechiele (26,1). Con essa s’intende una parola ben precisa, che appartiene al Signore e che si esprime attraverso il profeta. Nel suo contenuto è tutta del Signore, nelle sue espressioni si cala entro la personalità e i limiti del profeta. Chi l’ascolta pertanto può delimitarla dentro chi parla e, dichiarandola sua, disprezzarla come se non fosse del Signore. Quest’operazione, che relativizza il messaggio divino, dà l’illusione di essere liberi di fronte alla Parola del Signore. Rimane tuttavia la domanda: Come si può distinguere questa parola da quella dei falsi profeti? Dal contenuto e dalla vita di chi annuncia, così afferma s. Basilio.

5 «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,

prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;

ti ho stabilito profeta delle nazioni.

Prima di formarti nel grembo materno ogni uomo è plasmato da Dio nel grembo della madre (è lo stesso verbo usato per Adamo in Gn 2,7). Come allora il Signore Dio plasmò l’uomo nel grembo della madre terra, così ora lo plasma nel grembo materno.

Ti ho conosciuto nella conoscenza è implicita l’elezione (cfr. Gn 18,19: poiché l’ho conosciuto, dice il Signore di Abramo, cioè l’ho scelto; Am 3,2. Anche nel NT il verbo conoscere implica l’elezione, (cfr. Gv 10,14-15) e anche l’amore.

Ti ho consacrato (lett.: ti ho santificato). Il profeta appartiene a Dio, che lo investe della sua santità, tanto da essere chiamato santo (cfr. 2Re 4,9: Eliseo è chiamato uomo di Dio, santo; Nm  3,13).

Queste parole sottolineano che la chiamata è rivelazione di quello che uno è e che quindi non può rifiutare perché rinnegherebbe se stesso nel suo rapporto con Dio. Cercare di essere se stessi vuol dire accogliere quell’azione divina che rivela a se stessi la ragione del nostro esistere. Questa ragione non è in noi stessi ma è in Dio, che ci ha plasmato e ci ha fatto suoi. Quando uno è chiamato, già è quello cui è chiamato: la vera chiamata è il momento in cui uno ha cominciato a esistere. In questo passaggio dal non essere all’essere Dio scrive il destino di ciascuno.

Profeta delle nazioni non solo d’Israele. Lo sguardo di Dio non si chiude all’interno del suo popolo ma si allarga a tutti i popoli. Anche su di loro pesa il giudizio di Dio come pure l’annuncio della salvezza. (Cfr. 28,8: «I profeti che furono prima di me e di te dai tempi antichissimi predissero contro molti paesi, contro regni potenti, guerra, fame e peste»).

La profezia di Geremia, pur aprendosi a una visione universale, tuttavia è ancora sotto l’economia della Legge, quindi in rapporto alle Genti è più di condanna che di salvezza. Il contrario sarà dell’apostolo Paolo che, appellandosi a questo testo, presenterà la sua missione di annunciatore dell’Evangelo, come universale (cfr. Gal 1,15: Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani).

17 Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi,

àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò;

non spaventarti di fronte a loro,

altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro.

stringi la veste ai fianchi. Questo è segno di chi si prepara a combattere. Il guerriero si mette la cintura per poi appendere ad essa le armi per la battaglia e rendere le sue vesti più aderenti al corpo per essere più agile nei movimenti (cfr Gdc 18,1).

Alzati. Subito inizia questa lotta (cfr. Nm 23,18). Il profeta combatte con la Parola di Dio. Questa è la sua arma. Il testo originale aggiunge «io» per sottolineare fortemente che è la sua Parola.

In virtù di questa sua arma, il profeta non deve spaventarsi davanti ai figli d’Israele ma dire loro con verità tutta la Parola di Dio.

Se non la dice, egli si riempirà di paura davanti a loro. Il verbo «temere» qui usato, nella lingua ebraica, ha anche il significato di spezzare (cfr. Is 9,3: il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato come al tempo di Madian).

18 Ed ecco, oggi io faccio di te

come una città fortificata,

una colonna di ferro

e un muro di bronzo

contro tutto il paese,

contro i re di Giuda e i suoi capi,

contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.

Il versetto precedente inizia con «tu», questo con «io» a indicare l’azione, che il profeta deve compiere, e quella di Dio. Il profeta, che si prepara alla lotta, diviene per intervento di Dio come una città fortificata, che non si può prendere facilmente, come una colonna di ferro, che è imprendibile (non vi è altrove una tale menzione) Allo stesso modo non ci sono città che abbiano mura di bronzo ma solo porte o sbarre, come altrove attesta la Scrittura. Il profeta, assediato, diventa quindi una città fortificata le cui torri sono di ferro e le mura di bronzo. Questo opera in lui la sola Parola di Dio.

Il Signore elenca al profeta tutte le realtà che costituiscono Israele perché non ce ne sia nessuna che lo faccia temere: l’intero popolo, i suoi re e i suoi capi, i sacerdoti e il popolo della terra (con questa espressione s’intendono gli artigiani, i contadini cioè tutta la parte attiva ma che non ha peso politico, religioso e neppure culturale).

19 Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno,

perché io sono con te per salvarti».

Oracolo del Signore.

Poiché io sono con te per salvarti il Signore unisce a sé il profeta (io con te) a indicare che la sua missione compirà la sua opera e che il profeta avrà sempre salva la vita.

Note

In Geremia è fondamentale la Parola di Dio. Sulle sue labbra c’è solo la Parola di Dio. Per cinque volte dice: «fu la Parola di Dio a lui», per quattro volte: «e disse il Signore a me», per tre volte: «parola del Signore», per una volta: «così dice il Signore». Con queste quattordici volte si vuole rilevare che il profeta non parla da se stesso ma ha coscienza di dire quello che vuole il Signore, come egli stesso testimonia di sé (26,15: «ma sappiate bene che, se voi mi ucciderete, attirerete sangue innocente su di voi, su questa città e sui suoi abitanti, perché il Signore mi ha veramente inviato a voi per esporre ai vostri orecchi tutte queste cose») e così pure testimoniano i capi (ivi,16: I capi e tutto il popolo dissero ai sacerdoti e ai profeti: «Non ci deve essere sentenza di morte per quest’uomo, perché ci ha parlato nel nome del Signore nostro Dio»).

Parlare in nome del Signore significa quindi essere attenti ad esprimere esattamente quello che il Signore dice, senza aggiungere o togliere nulla per rispetto umano o per paura di reazioni nei nostri confronti.

 

SALMO RESPONSORIALE   Sal 70

 

R/.       La mia bocca, Signore, racconterà la tua salvezza.

 

In te, Signore, mi sono rifugiato,

mai sarò deluso.

Per la tua giustizia, liberami e difendimi,

tendi a me il tuo orecchio e salvami.   R/.

Sii tu la mia roccia,

una dimora sempre accessibile;

hai deciso di darmi salvezza:

davvero mia rupe e mia fortezza tu sei!

Mio Dio, liberami dalle mani del malvagio.       R/.

Sei tu, mio Signore, la mia speranza,

la mia fiducia, Signore, fin dalla mia giovinezza.

Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno,

dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno.  R/.

La mia bocca racconterà la tua giustizia,

ogni giorno la tua salvezza.

Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito

e oggi ancora proclamo le tue meraviglie.       R/.

SECONDA LETTURA  1 Cor 12,31-13,13

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

 

Fratelli, 31 desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.

È una via che si deve percorrere e che passa nell’esistenza quotidiana e porta dall’essere bimbi, gelosi dei propri e altrui carismi, all’essere adulti (uomini) il cui scopo è quello di amare e di non esaltarsi sugli altri per doni ricevuti per la comune edificazione.

13.1 Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.

Resta problematico definire le lingue degli angeli. Può essere quella che ode il profeta mentre i serafini cantano il Santo (cfr. Is 6,3) e così pure l’apostolo nell’Apocalisse.

Il carisma delle lingue senza la carità è un bronzo che rimboba e un cembalo che emette suoni confusi.

L’uomo, anche se apprende tutte le scienze e diventa rispettato da tutti, se non ha la carità è nulla di caldo e palpitante. Resta un essere degno di ammirazione ma non amato veramente. Troppo tendiamo a fare di noi dei pozzi di scienza, ma è il nostro egoismo che ci spinge a ciò non la carità di essere utile agli altri. Non per me imparo, ma per i miei fratelli, per aiutarli a dirigersi al bene.

2 E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.

Il carisma della profezia, della scienza e della fede, che opera meraviglie, hanno come anima la carità, senza di essa io sono nulla.

Di fronte a queste parole si resta sconcertati perché esse sconvolgono le nostre valutazioni. L’apostolo ci dice che tendere alla fede senza la carità è uno sforzo inutile anche se si ottengono risultati strabilianti, conformi alla parola evangelica (cfr. Mt 21,21: Rispose Gesù: «In verità vi dico: Se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che è accaduto a questo fico, ma anche se direte a questo monte: Levati di lì e gettati nel mare, ciò avverrà»).

Non si può essere perfetti, se nel formulare un profondo atto di fede, non si vede agire la carità che ci spinge verso Dio, che è Amore/Agape. La fede ha la sua realtà nella carità ed è logico che quando ci sarà la visione beatifica non si sarà più bisogno di essa.

3 E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.

Il cammino dell’assistenza ai poveri portato alle ultime conseguenze dando tutti i propri beni se non c’è la carità si trasforma in un vanto e quindi non giova a nulla. La versione latina ha: per essere bruciato, esprimendo in questo il dono supremo di sé, che può esser fatto senza amore ma per gloria personale (filautia). L’attuale versione italiana ha scelto: per averne vanto. Questo indica lo stesso atteggiamento di amore e di gloria personali, che diventano la spinta per il bene verso il prossimo. Il povero accetta perché ha bisogno, ma nel dono sente l’amarezza di essere strumentalizzato e mangia nelle lacrime il suo pane, privo della sua libertà.

4 La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio,

La carità è magnanima, longanime.

  1. Massimo il Confessore: «Se è proprio della carità essere paziente e benigna, evidentemente chi va in collera e opera il male è estraneo alla carità. Ora, chi è estraneo alla carità è estraneo a Dio, se è vero che Dio è carità» (cfr. 1Gv 4,8) (1 Centuria della carità, 38).

«Se benevola è la carità, chi è pusillanime nelle pene che gli sopraggiungono e per questo è cattivo con quelli che l’hanno afflitto e si separa dall’amore per loro, non viene forse meno allo scopo della divina provvidenza?» (4 Centuria, 18).

Non è invidiosa. Nella quarta centuria sulla carità al c. 61 s. Massimo distingue un’invidia attiva e una passiva. Quell’attiva, che nasce in noi, è recisa dall’agape, che protegge la nostra conoscenza dalle ferite dell’orgoglio nei confronti con altri. Quella passiva, che altri hanno per noi, è difesa sempre dall’agape in quanto è paziente e fa il bene. «È dunque necessario che chi possiede la conoscenza vi aggiunga anche l’amore per custodire in tutto sano da ferite l’intelletto».

Non si vanta. Vulgata: non agisce in modo perverso.

Clemente Alessandrino intende il verbo greco περπερευεται perpereuetai, il coltivare apertamente la superfluità e l’inutilità. Una ricerca eccessiva di ciò che orna è alieno da Dio sia razionalmente che per la carità.

  1. Basilio nella Regola breve 49 intende: non si agisce con ostentazione. Tutto ciò che non si prende per bisogno, ma per ornamento cade sotto l’accusa di ostentazione.

Non si gonfia. Rigonfio di orgoglio è lo stesso, probabilmente che orgoglioso o qualcosa di simile, secondo il detto dell’Apostolo: uno rigonfio di orgoglio, non sa nulla (1Tm 6,4) (S. Basilio, Regola breve, 56).

5 non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto,

Non manca di rispetto, non esce dallo «schema», «è lo stesso che dicesse che l’amore non viene meno al proprio modo di essere. Quanto a questo modo di essere dell’amore, esso consiste nelle proprietà enumerate dall’Apostolo nello stesso luogo»(S. Basilio, Regola breve 246).

Altra interpretazione: non stima nulla come indecoroso e quindi non è ambiziosa.

Non cerca il suo interesse «ma quello di colui che si ama, a beneficio tanto del suo corpo che della sua anima» (S. Basilio, Morali LXXX,22).

Non tiene conto del male ricevuto. «L’intelletto, che ha acquistato l’amore spirituale, non fa, riguardo al prossimo, pensieri che non convengono alla carità» (Talassico libico, 1Centuria 2).

6 non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità.

Non gode dell’ingiustizia. Qui si contrappone a verità, l’ingiustizia infatti è la menzogna cioè l’agire contrario all’Evangelo e a tutta la Parola di Dio. L’amore non può gioire per questo, ma congioisce con la verità che è l’annuncio dell’Evangelo, che suscita la fede.

(Vedi in Paolo contrapposizione tra verità e ingiustizia: 2Ts 2,12; Rm 2,8; 2Tm 2,19).

7 Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

Tutto scusa Cipriano legge: Tutto ama. Traduzione più probabile: tutto copre (cfr. 1Cor 9,12), nel senso possibile che «tace su tutto quanto vi è di male sugli altri e implica un giudizio negativo su di essi».

tutto crede, tutto spera. Con quanto segue sono riprese le virtù teologali che giungono alla perfezione mediante l’amore e sono sua manifestazione.

Tutto sopporta, poteva dire: la carità tutto ama, ma ha scelto quella che è l’anima della carità, che è la pazienza.

8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà.

La carità non avrà mai fine (lett.: non cade mai).C’è da chiedersi se questa affermazione è in rapporto a quanto segue o a quanto precede. La collega con quanto precede il presente: cade e l’avverbio non … mai; in ogni circostanza essa non viene mai meno. Se è così, il verbo cade, significa: cedere, soccombere, farsi mettere con le spalle a terra, crollare. L’apostolo usa questo verbo in altri due passi.

Rm 11,22: Considera dunque la bontà e la severità di Dio: severità verso quelli che sono caduti; bontà di Dio invece verso di te, a condizione però che tu sia fedele a questa bontà. Altrimenti anche tu verrai reciso.

1Cor 10,12: Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere. Chi è nella carità non può cadere perché le è proprio l’osservanza dei comandamenti.

9 Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.

12 Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

Tutte le esperienze carismatiche, per quanto intense, sono destinate ad essere temporanee perché finalizzate all’attuale situazione transeunte, che è di crescita.

Cessata la nostra crescita nella visione divina del faccia a faccia e quindi nella perfetta e reciproca conoscenza, allora cesseranno i carismi e le virtù teologali della fede e della speranza.

13 Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

L’inno termina con la dichiarazione che la carità è per sempre; mentre le altre due virtù teologali, fede e speranza, sono temporanee perché si riferiscono all’attuale situazione di non visione di Dio. Quando ci sarà la visione allora la speranza vedrà quello che era promesso ed è stato fermamente atteso e la fede contemplerà quello che credeva fondandosi sulla forza della Parola di Dio. Il rapporto che la fede e la speranza hanno instaurato con Dio nel credente non cesserà perché si rivelerà nell’essenza, che è l’amore. Spogliato delle modalità della fede e della speranza, il rapporto con Dio sarà amore, che possiede il bene promesso e ne usufruisce nella visione beatifica.

 

 

CANTO AL VANGELO                                               Lc 4,18

 

R/.       Alleluia, alleluia.

 

Il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,

a proclamare ai prigionieri la liberazione.

R/.       Alleluia.

 

 

VANGELO  Lc 4,21-30

 

Dal vangelo secondo Luca

 

21 In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Questa è la sua prima omelia, la prima parola dell’Evangelo (cominciò). Esso è l’attuazione della Scrittura (oggi), che si adempie nella Parola dell’Evangelo. Adempiersi significa che non si riferisce più ad un futuro, ma è Parola che riempie il presente (oggi). Essendo Parola è necessario quindi ascoltarla perché operi in modo efficace. L’Evangelo include pertanto la fede.

È da rilevare che in Marco il primo annuncio di Gesù parla del tempo compiuto mentre in Luca si annuncia che la Scrittura è compiuta. Marco fa vedere come gli eventi sono giunti a compimento e quindi l’Evangelo è annunziato, in Luca l’Evangelo si rivela come l’adempimento delle Scritture e quindi come oggi.

22 Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?».

E tutti gli davano testimonianza, per la forza e l’autorità con cui egli commentava la Scrittura ed erano quindi meravigliati con quello stupore che suscita la rivelazione divina.

Parole di grazia: At 14,3: predicazione della sua grazia; 20,32: parola della sua grazia; è la parola che contiene e annuncia la grazia del Cristo, il più bello tra i figli dell’uomo sulle cui labbra è soffusa la grazia (cfr. Sal 45,3) perché, essendo stato unto, lo Spirito è su di lui.

Uscivano dalla sua bocca: vi è un riferimento a Dt 8,3 LXX: la bocca del Signore Gesù proferisce le stesse parole di Dio.

E dicevano, quest’espressione ha valore assertivo: ma dicevano. È un punto che fa difficoltà, è un problema (M). Come può il figlio di Giuseppe essere il Messia, l’Unto del Signore?

23 Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”».

Se accogliamo queste parole come la continuazione della sua omelia, possiamo osservare come il Signore Gesù applichi il testo sacro alla sua generazione.

Gesù previene le loro domande perché conosce i ragionamenti del loro cuore. Essi, come faranno in seguito i Giudei, gli chiedono dei segni per giustificare la loro affermazione.

«Gesù però si rifiuta, come sempre quando si chiede a lui un segno ma gli si nega la fede (cfr. Mt 12,38s par; 13,58 par); egli, infatti, sa che il miracolo può confermare bensì la fede ma non la può fondare (Gv 11,46ss; 12,37). Inoltre già nel momento della tentazione aveva rinunziato con risolutezza a compiere miracoli per la propria persona (4,1ss)» (Rengstorf).

Essendo la sua origine da Nazaret, questo agli occhi dei suoi concittadini non impegna la loro fede in Lui, su questa non vogliono fare scelte, ma essi esprimono un vivo desiderio di prestigio, espresso nel proverbio che il Signore cita.

Medico, cura te stesso: il proverbio ha paralleli nella letteratura rabbinica (medico, cura il tuo zoppicare) e in quella greca (medico di altri, ma personalmente coperto d’ulcere). Esso «rileva che ciò che prima di tutto si esige è l’adempimento dei doveri immediati» (Oepke).

Riportando il loro sentire, Gesù spiega immediatamente il proverbio: Te stesso corrisponde a nella tua patria. Cura te stesso cioè la tua patria e manifesta in essa che sei medico operando quanto abbiamo udito hai fatto in Cafarnao. Vale a dire, manifestati anche qui se sei il Cristo, non sei forse il figlio di Giuseppe?

24 Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria.

Gesù è vero profeta, suscitato da Dio per il suo popolo. Ma nella sua patria, come accade a tutti i profeti, Gesù non è accolto. Anche il cieco illuminato giunge a dichiarare di Gesù che è profeta e poi giunge a professare la sua fede in Lui.

25 Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. 27 C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato se non Naamàn, il Siro».

Il rifiuto di Lui sta a testimoniare l’autenticità della sua missione e l’apertura alle Genti, come già dimostrano i due episodi citati.

Elia va a Sarepta presso una vedova pagana che riceve misericordia, a differenza delle molte vedove, che erano in Israele.

L’episodio di Naaman il Siro (2Re 5) testimonia come gli stessi elementi della terra (l’acqua del Giordano e la terra per il sacrificio) non appartengono in modo esclusivo ad Israele, ma sono per coloro che temono e praticano la giustizia, a qualunque popolo appartengano (cfr. At 10,35).

Sono due episodi che hanno come termine un uomo e una donna pagani. Questo resta eccezionale nell’economia dell’A.T. Essi sono, infatti, figura della missione del Messia che non può chiudersi entro i confini della sua patria ma deve andare anche alle Genti.

Vi è un passaggio coraggioso che sarà fondamentale per la Chiesa nella sua missione d’evangelizzazione delle Genti. Le premesse poste qui da Gesù scandalizzano i suoi concittadini.

Il Messia ha quindi come missione la salvezza universale; ma questo li riempie d’ira nei suoi confronti.

28 All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29 Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

All’udire queste cose: l’annuncio è rifiutato perché in loro non opera la fede, ma sono scandalizzati.

Essi pensano: poiché non dà il segno da loro richiesto presume d’essere profeta ma in realtà è un falso profeta che merita la morte (cfr. Dt 18,20); addirittura fa di se stesso il Messia e in più si dichiara a favore delle Genti.

L’ira è talmente grande che lo vogliono uccidere come falso profeta. È già il segno dell’indurimento cui vanno soggetti e della chiusura alla missione di Gesù: essi non ne possono accettare l’aspetto universale.

Il sentire la propria elezione, come escludente altri, porta ad uccidere chi annuncia la salvezza dei popoli.

Ma Gesù passa in mezzo a loro e si mette in cammino, a indicare che nulla può impedire il disegno di Dio che in Lui si sta attuando. Egli deve salire a Gerusalemme e di lì l’Evangelo deve raggiungere i confini della terra (cfr. At 1,8). Nazaret rappresenta la prima tappa del cammino. Ma in questa prima tappa tutto è profeticamente racchiuso: la sua missione verso i poveri derivante dalla sua consacrazione come Messia, il suo rifiuto da parte d’Israele che si concluderà con la sua morte a Gerusalemme e infine la sua glorificazione come ritorno al Padre e dono dello Spirito perché l’Evangelo faccia la sua corsa.

 

PREGHIERA DEI FEDELI

 

  1. Preghiamo il Padre che in Gesù ci ha resi suoi familiari e concittadini dei santi.

Salga gradita la nostra preghiera per le mani dei suoi angeli santi.

Preghiamo insieme e diciamo:

Padre di bontà infinita, ascoltaci

  • Accogli o Signore la nostra supplica per la tua Santa Chiesa e dona a tutti i suoi figli di essere uniti nel vincolo della pace e dell’amore fraterno, noi ti preghiamo.
  • Dona ai credenti in Cristo di ascoltare sempre la sua Parola per tenere la mente e il cuore aperti alla salvezza di tutti gli uomini, noi ti preghiamo.
  • Infondi in noi la grazia di saper accogliere nella nostra vita la croce del tuo Cristo come forza che ci libera dal peccato e dona alla nostra sofferenza la speranza della vita, noi ti preghiamo.
  • Insegnaci Signore ad amarci vicendevolmente e ad esprimere i doni che tu ci hai dati per l’edificazione comune e non per gloriarci di fronte agli uomini, noi ti preghiamo.
  • Apri gli occhi del cuore ai figli d’Israele perché riconoscano in Gesù Colui che tu hai mandato e ne benedicano il Nome santo, noi ti preghiamo

 

  1. O Dio, che nel profeta accolto dai pagani e rifiutato in patria manifesti il dramma dell’umanità che accetta o respinge la tua salvezza, fa’ che nella tua Chiesa non venga meno il coraggio dell’annunzio missionario del Vangelo.

Per Cristo nostro Signore.

Amen