DOMENICA II – C

Gioia trabboccante del Padre:

il Figlio generato nella gloria

nascenel tempo da Donna

ora nei segni è a noi svelato:

Al suo comando dato ai servi,

l’acqua pura per la Legge

si trasforma nel vino buono,

convito di mistiche nozze.

Il Re ti contempla, o Sposa!

Tutta perfetta e unica sei,

armonia di tutto il creato,

tua veste regale e pura.

PRIMA LETTURA                                              Is 62,1-5

Dal libro del profeta Isaia

«Il c. 62 si apre con un’ansia messianica. Leggiamolo da 61,10sg: la vergine – immagine della Chiesa – supplica perché questa gloria e pienezza sia rovesciata su Gerusalemme, le genti, i popoli. Quando da Sion uscirà questa gloria, la desolazione sarà mutata in gioia e gloria.

Così a Cana la Vergine affretta la rivelazione messianica; c’è anche un’ansia attorno all’ora di Gesù: mistero del rapporto di Cristo con la Vergine» (sr Agnese M., appunti di omelia, 20 gennaio 1974).

1 Per amore di Sion non tacerò,

per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo,

finché non sorga (lett.: non esca) come aurora la sua giustizia

e la sua salvezza non risplenda come lampada.

Il Signore parla con se stesso. Egli esce dal suo silenzio, apparentemente inoperoso, e dalla sua apparente assenza dovuta all’iniquità del popolo.

È cessato il tempo in cui lo sposo è sdegnato con la sua sposa a causa delle sue infedeltà. La storia è scandita dall’amore di Dio sia nei suoi silenzi che nei suoi interventi.

Come aurora (lett.: secondo lo splendore che le è proprio). La giustizia deve apparire in tutto il suo splendore, quindi in relazione alla redenzione piena e non solo ad un riscatto parziale e ad una vittoria solo temporanea contro tutti i nemici di Gerusalemme, cioè di coloro che la tengono prigioniera e nell’umiliazione. È chiaro che, secondo l’insegnamento apostolico, questi nemici non appartengono alla carne e al sangue ma sono le potenze spirituali.

Come lampada; era uso celebrare la vittoria e la salvezza sui nemici con torce accese nella notte. Così la lampada della vittoria risplende in mano ai redenti.

Questa grande festa sarà vista da tutti. È infatti la festa nuziale del Signore con Gerusalemme. È la gioia dello sposo per la sposa ricordata nei capitoli precedenti. Lampada e splendore rievocano quindi il clima nuziale.

Il culmine della salvezza è quindi questa festa nuziale notturna, come ci è indicato anche dalla parabola delle vergini sagge e di quelle stolte (cfr. Mt 25,1-13).

Il Signore, che ritorna vittorioso dopo aver sconfitto i suoi nemici, celebra il suo trionfo nella festa di nozze con la sua sposa, l’umanità redenta, come ci è insegnato nell’Apocalisse.

2 Allora le genti vedranno la tua giustizia,

tutti i re la tua gloria;

Le nozze del Signore con Sion – la pienezza dell’umanità redenta, là dove non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti (Col 3,11) – saranno  a tutti manifeste; e la sposa redenta dirà: «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli» (Is 61,10).

Già da adesso si manifesta nella Chiesa, redenta da Cristo, la giustizia e la gloria che le sono proprie. Infatti tutto tende a manifestare nella Chiesa la gloria dell’Evangelo, perché è in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede (Rm 1,16). L’impazienza divina poi si manifesta proprio nel rendere santa e immacolata la sua Chiesa (cfr. Ef 5,27) perché il nostro peccato non offuschi più una simile gloria.

sarai chiamata con un nome nuovo,

che la bocca del Signore indicherà.

Per l’intimo rapporto sponsale tra il Signore e la sua Chiesa, questa riceve il nome nuovo dal suo Sposo. Il nome nuovo le fa dimenticare la situazione di schiavitù e di umiliazione perché il nome significa una nuova realtà. Quindi il nome sarà pienamente rivelato nel giorno in cui la redenzione sarà piena, e cioè nel giorno della venuta del Signore e del manifestarsi della sua gloria con la risurrezione dai morti, come c’insegna l’apostolo al c. 15 della prima lettera ai corinzi.

La Chiesa già partecipa del nome nuovo in quanto non è più ripudiata e abbandonata.

3 Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,

un diadema regale nella palma del tuo Dio.

Come un re presenta ai suoi ministri stupiti la sua corona molto preziosa e ne fa ammirare la confezione e le gemme che la ornano, così farà il Signore con la sua Chiesa. Dopo aver compiuto pienamente la sua redenzione, il Cristo mostrerà la sua Sposa in tutto il suo splendore a tutta la creazione invisibile perché ne contemplino la bellezza e la varietà, opera delle sue mani come è scritto: La figlia del re è tutta splendore, gemme e tessuto d’oro è il suo vestito. È presentata al re in preziosi ricami; con lei le vergini compagne a te sono condotte (Sal 45,15-16)

4 Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,

né la tua terra sarà più detta Devastata,

ma sarai chiamata Mia Gioia

e la tua terra Sposata,

perché il Signore troverà in te la sua delizia

e la tua terra avrà uno sposo.

Nessuno ti chiamerà (lett.: non sarai più chiamata, il soggetto è Dio, in quanto è Lui che l’aveva abbandonata e consegnata ai suoi nemici perché fosse devastata e apparisse quindi ripudiata dal suo Dio).

Mia gioia, parola che esprime l’amore sponsale di Dio per la sua città nella quale abiterà per sempre.

Queste nozze saranno eterne: non conosceranno più il ripudio perché la redenzione è giunta al compimento. Sono queste le caratteristiche della Chiesa, la nuova Gerusalemme, la Sposa dell’Agnello, come la contempla l’Apocalisse.

Il testo presenta pure la realtà dei nuovi cieli e della nuova terra dove è collocata la Sposa redenta e in questa terra abiterà pure lo Sposo; infatti la nuova creazione ha il suo principio nell’umanità dello Sposo, il cui splendore divino s’irradia in questi nuovi spazi. È detto infatti nell’Apocalisse: La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.(21,23).

5 Sì, come un giovane sposa una vergine,

così ti sposeranno [oppure: ti renderanno sposa] i tuoi figli;

come gioisce lo sposo per la sposa,

così il tuo Dio gioirà per te.

I tuoi figli. Essi gioiscono in Gerusalemme libera della stessa gioia del suo Sposo. Unica infatti è la gioia dello Sposo per la Sposa e dei figli per la Madre. Un’unica e circolante gioia si trasmette in un movimento infinito che scaturisce dall’intimo del mistero divino e si comunica incessantemente dal Padre al Cristo, dal Cristo alla Chiesa e l’inebriante circolazione dell’amore divino increato, lo Spirito Santo, rifluisce nell’unico e divino principio del tutto, il Padre.

I figli «rendono sposa» la madre perché le ricordano il suo Sposo, la cui gloria e bellezza si riflette nei suoi figli.

Nota

La profezia ci fa contemplare con un unico sguardo l’itinerario che parte dalla nostra umiliazione e giunge alla gloria.

Ciascuno di noi e l’umanità, che ha nella Chiesa le primizie della redenzione, può vedere il punto di partenza del suo cammino e quello finale dell’arrivo.

Entro quest’arco s’iscrive tutta la storia della Chiesa, dei popoli e di ciascuno. Per la creazione e i credenti, che attendono in gemito la pienezza della redenzione (cfr. Rm 8), queste sono parole di consolazione e di speranza; è infatti importante conoscere verso quale meta stiamo procedendo nelle presenti tribolazioni perché l’animo non venga meno al pensiero che l’attuale situazione non terminerà mai.

«La rivelazione del dono, che Dio ha fatto, e l’esperienza, che il profeta ne fa, fa sì che il profeta non si dia pace e non dia pace a Dio: non dobbiamo aver pace fino a che Dio non proclamerà che sono giunte le nozze dell’Agnello (Ap 19,7). Il compimento escatologico viene nella misura in cui la supplica viene presentata a Dio in modo incessante: non c’è mai dono che non ci spinga ad avere il dono definitivo» (d. Umberto Neri, appunti di omelia, 20 gennaio 1974).

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 95

R/. Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore.

Cantate al Signore un canto nuovo,

cantate al Signore, uomini di tutta la terra.

Cantate al Signore, benedite il suo nome.                 R/.

Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.

In mezzo alle genti narrate la sua gloria,

a tutti i popoli dite le sue meraviglie.               R/.

Date al Signore, o famiglie dei popoli,

date al Signore gloria e potenza,

date al Signore la gloria del suo nome.          R/.

Prostratevi al Signore nel suo atrio santo.

Tremi davanti a lui tutta la terra.

Dite tra le genti: «Il Signore regna!».

Egli giudica i popoli con rettitudine.                R/.

SECONDA LETTURA                                    1 Cor 12, 4-11

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, 4 vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5 vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; 6 vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.

L’Unico Dio, nell’ineffabile mistero delle tre divine Persone, esprime nell’unità della Chiesa la varietà dei suoi doni: carismi, ministeri, attività attribuiti rispettivamente allo Spirito, al Signore e a Dio (il Padre).

Nella sua attività la comunità dei credenti è iscritta dentro il mistero stesso di Dio e nella circolarità perfetta e inesauribile della vita divina, che si esprime nella relazione personale del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Il termine greco tradotto con diversi indica probabilmente distribuzioni. «L’unico e medesimo Spirito si manifesta nelle distribuzioni (o attribuzioni) dei suoi doni, attraverso i quali i carismatici della comunità cristiana sperimentano l’unica grazia di Dio. Distribuzioni indica insomma, in questo caso, tanto la distribuzione quanto l’oggetto della medesima» (GLNT, H. Schlier).

7 A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune:

Lo Spirito si manifesta quando le singole attività della Chiesa e in esse delle singole comunità sono finalizzate al bene comune. Se invece l’agire di ciascuno ha come fine se stesso non esiste più manifestazione dello Spirito e nella comunità non vi è la diversità dei doni ma la divisione.

8 a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; 9 a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; 10 a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue.

Elenco dei doni scanditi dal termine Spirito: secondo il medesimo Spirito (8),: nello stesso Spirito, nell’unico Spirito (9).

Non vi può essere contrapposizione tra i vari doni ma solo armonia perché il principio agente è lo Spirito. La Chiesa è di sua natura una; quando esistono divisioni è perché lo Spirito è scacciato dall’impeto delle nostre passioni.

Come dirà subito dopo, l’espressione più alta dello Spirito è l’amore. È proprio perché vi è l’amore che esiste l’armonia dei carismi senza cadere in un dominio esclusivo di essi. Chi ama dona con semplicità i doni che Dio gli ha dato riconoscendo incessantemente che tutto viene da Dio. Un solo pensiero che si fermi su di noi, come principio del nostro agire nella Chiesa è come una mosca che guasta l’intera opera del profumiere (cfr. Qo 10,1).

11 Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole.

L’unico e medesimo Spirito è colui che opera tutte queste cose. Il modo come Egli distribuisce i suoi doni è inesplorabile alla nostra mente, scaturisce infatti dal suo volere.

Per questo si richiede un’incessante attenzione allo Spirito

Nota

La pericope 4-11 è dominata dallo Spirito, il medesimo e l’unico. I termini carismi, divisioni, operazioni sono espressi nei verbi: dare (7.8), dividere (11), operare (11).

È chiaro che i carismi, i servizi e le energie sono operazioni che non sono conferiti una volta per sempre a ciascuno ma incessantemente in rapporto all’utilità e come vuole lo Spirito.

La sorgente è lo Spirito che si manifesta con questo o quel dono ora in questo ora in quello come  Egli vuole e in rapporto all’utilità.

I carismi non sono da cercare come segno di perfezione. Nessuno è privo di doni perché tutti edificano il Corpo che è la Chiesa.

CANTO AL VANGELO                                     Cf 2Ts 2,14

R/.       Alleluia, alleluia.

Dio ci ha chiamati mediante il Vangelo,

per entrare in possesso della gloria

del Signore nostro Gesù Cristo.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                                        Gv 2,1-12

Dal vangelo secondo Giovanni

1 In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.

Il fatto delle nozze è un richiamo alle origini. Si attua la legge, che Dio ha posto nell’uomo, creandolo a sua immagine e somiglianza. Le nozze sono il luogo dove si manifesta la gloria del Signore, attraverso il segno. Il rapporto tra le nozze e il segno è inscindibile tanto che il fatto delle nozze, assai comune, in virtù del segno, diviene l’inizio dei tempi nuovi.

Quindi queste nozze diventano il luogo dove si rivelano le nozze preannunziate dai profeti e che ora si compiono per la presenza di Gesù e della madre sua.

L’Evangelo rileva che è presente la madre di Gesù. Questa presenza, in riferimento alla rivelazione del Cristo, sta a indicare la sua nascita nel tempo, come dice Agostino: «Il seno della Vergine Maria è il letto nuziale dove Egli divenne capo della Chiesa e dove si leva come lo sposo dal suo letto nuziale, come la Scrittura aveva predetto: Esce come uno sposo dal suo letto nuziale, lieto, come un eroe di percorrere la sua via (Sal 18,6). Egli è uscito dal letto nuziale, come uno sposo, e, invitato, viene alle nozze» (VIII,4).

Maria, come dirà Gesù, è la donna. Quindi su di lei si sposta l’attenzione e sul suo intervento. Questo scaturisce dal mistero sponsale della Chiesa che trova in Maria la sua immagine più pura.

A queste nozze fu invitato (lett.: chiamato) anche Gesù e con Lui i suoi discepoli. Gesù, in quanto uomo, subisce le iniziative di altri, anche se in questo passivo si può cogliere l’iniziativa del Padre, che chiama il Figlio alle nozze perché in esse Egli riveli la sua gloria ai suoi discepoli.

3 Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino».

Che il vino venga a mancare, è cosa assai grave, se la Madre lo fa notare al Figlio. In Qo 9,7-9 è detto: Va’, mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto, perché Dio ha già gradito le tue opere. In ogni tempo le tue vesti siano bianche e il profumo non manchi sul tuo capo. Godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace, che Dio ti concede sotto il sole, perché questa è la tua sorte nella vita e nelle pene che soffri sotto il sole.

La mancanza del vino è segno di tristezza: alla festa nuziale viene tolta una componente essenziale della gioia (cf. Sal 104,5).

Possiamo quindi dire che questa parola esprime la fede della Madre nel Figlio. La sua fede non si esterna chiedendo ma constatando: se avesse chiesto lo avrebbe obbligato; dal momento che constata, lo lascia libero. Tuttavia questo non è indifferenza, al contrario, è un grado più sublime di amore della stessa richiesta.

4 E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». 5 Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

Dicendo: «Donna che vuoi da me? (lett.: Che c’è tra me e te, o donna?)», Gesù rivela la sua signoria, che la Madre aveva già dichiarato con la sua constatazione, infatti la chiama Donna.

Così commenta Agostino: «Gesù nel momento di compiere un’opera divina, sembra non riconoscere le viscere umane, quasi dicesse: Quel che di me compie il miracolo non l’hai generato tu, tu non hai generato la mia natura divina» (VIII, 9). Se da una parte con queste parole egli proclama la sua signoria, dall’altra chiamandola Donna le riconosce un ruolo che affonda in Gn 3,15 e che trova in Ap 12 la sua attuazione. La Madre di Gesù qui impersona la fede della Chiesa, che supplica la rivelazione della sua Gloria in questo tempo, in cui nella mancanza del vino è significata la mancanza della gioia e quindi il momento della tribolazione. Ma la rivelazione del Cristo è determinata dalla volontà del Padre, per questo Egli dice: «Non è ancora giunta la mia ora». Come lo dice alla Madre così lo dice alla Chiesa.

Il fatto che non sia giunta la sua ora non toglie il desiderio dal cuore della Madre e della Chiesa e non impedisce al Cristo di manifestare la sua Gloria nell’economia sacramentale.

Dopo la risposta del Figlio, la Madre si rivolge ai servi, a coloro che amministrano il vino sulla mensa. La presenza dei servi dà un tono regale alla festa. La Madre mette a contatto i servi con Gesù comandando loro di obbedirgli in tutto. Essa li sostiene nella fatica che stanno per compiere perché non vengano meno nell’obbedienza al suo Figlio. La Madre di Gesù è così immagine della Chiesa che, certa di essere esaudita, sostiene con la sua fede la fatica dei suoi ministri perché compiano l’opera del ministero con la fiducia che il loro sforzo non sarà vano.

6 Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri.

Le anfore di pietra hanno quindi un carattere sacro: esse contengono acqua ritualmente pura di cui i giudei di quella casa si servono per quelle purificazioni che sono prescritte, come anche ci è riferito nell’Evangelo di Marco (7,3-4). Ci si può chiedere perché il Signore se ne serva. Vi è in Lui un preciso riferimento al loro uso rituale? Se sì, in che modo il fatto della purificazione dei giudei entra nel segno? Il Signore sceglie recipienti ritualmente puri e già destinati ad un uso religioso per compiere il segno. Egli agisce in quanto nato da donna, nato sotto la legge (Gal 4,4). Egli opera sottomettendosi alla Legge per portarla a compimento. L’acqua per la purificazione cede il posto al vino nuovo e il rito antico è sostituito con il bere alla coppa misteriosa. Nella continuità vi è la novità.

7 E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo.

È cosa ammirevole come i servi obbediscano prontamente a Gesù sottoponendosi a questa grande fatica di riempire le sei giare fino all’orlo versandovi circa 400-700 litri d’acqua. L’Evangelo registra la loro pronta e perfetta esecuzione del comando del Signore sostenuti in questo dalla Madre di Gesù.

In questo momento essi agiscono con fede. «Essi infatti non discutono questo comando dicendo: Quale rapporto può esserci tra l’acqua che ci comanda di versare in queste giare e il vino che ci manca? Del resto nessuno conosceva ancora l’onnipotenza di colui che impartiva quel comando, come la si esperimenterà in seguito. Ma è evidente che lo stesso che stava per cambiare l’acqua in vino fece allora sugli spiriti di coloro a cui parlava un’impressione così viva del suo potere sovrano, da impedirli di disobbedire a quanto stava loro comandando» (Sacy).

Che le anfore siano riempite fino all’orlo indica la sovrabbondanza dei beni messianici come è detto nel profeta Amos: Dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline (Am 9,13).

8 Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.

In questa casa i servi hanno quindi un ruolo importante perché di essi si serve il Signore per compiere il suo segno. Essi operano in rapporto all’antica economia e amministrano quella nuova. Versano acque nelle anfore per la purificazione e ne attingono il vino buono. Tutto avviene per comando dell’unico Signore: è Lui l’autore della Legge e ne è pure il compimento. I servi, che hanno faticato compiendo le opere della Legge, ora amministrano il contenuto evangelico che la potenza di Cristo ha saputo estrarre dalla stessa Legge.

Così nella Chiesa talora sembra più di faticare secondo la lettera della Legge che secondo il senso evangelico. Solo la sincera obbedienza al Cristo può trasformare la lettera nello Spirito. Qui si supera l’antinomia tra l’umano e l’evangelico. Noi uomini possiamo solo compiere opere umane, è solo per l’obbedienza a Cristo che queste opere diventano evangeliche e quindi animate dallo Spirito. Nessuno di noi può agire in modo spirituale perché è solo il Cristo che può trasformare la nostra azione ricolmandola dello Spirito. Per questo dobbiamo sempre obbedire al Cristo perché questa è la sola via che rende la nostra azione da carnale a spirituale in virtù della potenza del Cristo.

9 Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10 e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».

Il capotavola, gustando, sa che questo è il vino buono ma non sa donde sia. Il fatto che non ne conosca l’origine serve per la testimonianza: questo è il vero vino. I servi sanno che quel vino viene dalle anfore piene di acqua e non da un’altra parte.

Seguendo la tipologia precedente, possiamo dire che l’Evangelo, significato nel vino buono, proviene dalle Scritture antiche e non da un’altra parte. Sono queste che giungono a compimento e acquistano il loro vero significato e diventano deliziose al palato.

Il capovolgimento dell’ordine naturale rivela l’ordine nell’economia della salvezza: il vino buono, cioè l’evangelo, è stato custodito dal Padre sino al momento in cui il Cristo rivela la sua gloria, come insegna l’Apostolo nella dossologia finale della lettera ai Romani: A colui che ha il potere di confermarvi secondo il vangelo che io annunzio e il messaggio di Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture profetiche, per ordine dell’eterno Dio, a tutte le genti perché obbediscano alla fede, a Dio che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli dei secoli. Amen (16,25-27). Attraverso la pedagogia della Legge e dei Profeti, il Signore preparava il suo popolo a gustare questo vino buono, che Egli avrebbe amministrato con la sua presenza. Quando, infatti, Egli comunicava, in modo transeunte, il suo Spirito è come che facesse gustare momentaneamente quel vino nuovo riservato per noi per i quali sono giunti gli ultimi tempi (cfr. 1Pt 1,20: Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per voi).

11 Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù. L’espressione richiama l’inizio della Scrittura: In principio Dio fece il cielo e la terra (Gn 1,1 LXX). Come all’inizio della creazione stanno il cielo e la terra, così questo inizio dei segni rivela che è lo stesso Signore che ora manifesta la sua gloria a Cana di Galilea. Così commenta Agostino: «Chi in quel giorno, durante le nozze, produsse del vino in quelle sei anfore, che aveva fatto riempire d’acqua, è quello stesso che ogni anno fa ciò nelle viti. Ciò che i servi avevano versato nelle anfore, fu cambiato in vino per opera di Dio, come per opera del medesimo Dio si cambia in vino ciò che cade dalle nubi» (VIII, 1).

La Gloria, quindi, che Gesù manifesta ai discepoli è quella stessa che riempie i cieli e la terra, come cantano i serafini davanti a Lui.

Questo è l’inizio dei segni nella nuova economia, nella quale Egli dalla sua pienezza dispensa e grazia su grazia. Quanto Gesù compie a Cana è sì manifestazione della sua Gloria come Creatore, ma è anche l’inizio dei segni.

Il miracolo di Cana diviene il sacramento della Parola. L’Evangelo è presenza di Cristo nella Chiesa, è infatti potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede (Rm 1,16).

Il manifestarsi della potenza di Dio nell’Evangelo richiede la fede, per questo dice che credettero in Lui suoi discepoli.

Essi, che già si sono posti alla sua sequela, con questo inizio dei segni credono in Lui, iniziano in tal modo quel cammino che, passando attraverso i segni, li porta a una piena conoscenza di Lui.

12 Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà solo pochi giorni.

Dopo questo fatto, dopo l’inizio dei segni in Cana di Galilea, Gesù discese a Cafarnao. Anche in 4,46 Cana e Cafarnao sono unite. Esse appaiono associate nei segni. Cafarnao riappare al c. 6 (17.24.59) come il luogo dove il Signore ha rivelato se stesso come il pane della vita.

In rapporto ai segni compiuti sia a Cana che a Cafarnao, Origene fa questa stupenda osservazione: «Nessuno dei tre evangelisti, registrando per la prima volta i prodigi operati a Cafarnao, fa l’osservazione che fa il discepolo Giovanni a proposito della prima azione di Gesù da lui narrata: Questo principio dei segni fece Gesù in Cana di Galilea (2,11). I prodigi operati a Cafarnao non rappresentavano infatti il principio dei segni, perché l’elemento principale dei miracoli del Figlio di Dio è la gioia. Il Logos non manifesta tanto la sua bellezza nel curare i malati (cioè nel porre rimedio a qualcosa di male che (tuttavia) sopravviene agli uomini in modo accidentale) quanto piuttosto nel rallegrare con la bevanda sobria coloro che sono sani e sono, quindi, in grado di dedicarsi alla letizia del banchetto» (X, 12, 64). Per questo discese non solo perché Cafarnao, essendo posta sulle rive del lago, è nella depressione del Giordano, ma anche perché continua la sua discesa in mezzo a noi.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Preghiamo il Signore perché apra a noi i tesori della sua misericordia.

Diciamo insieme:

Esaudisci, o Signore, le nostre preghiere

  • Fa risplendere la luce del tuo Cristo perché tutti i popoli credano in Lui e adorino Te, l’unico vero Dio e Padre nostro, noi ti preghiamo.
  • Dona la piena conoscenza a tutti i discepoli del tuo Figlio perché sappiano gustare sotto l’umiltà delle Scritture l’inebriante dolcezza dello Spirito, noi ti preghiamo.
  • Dona a quanti spezzano il pane della Parola di condurre i loro fratelli all’esatta conoscenza della verità perché, dissipate le tenebre del dubbio, siano illuminati dalla gloria dell’Evangelo, noi ti preghiamo.
  • Ricordati dei tuoi poveri perché siano colmati di beni e sia saziata la loro fame, noi ti preghiamo.
  • Apri i nostri cuori alla generosità perché dall’umile condivisione nasca l’uguaglianza, noi ti preghiamo.
  1. O Dio, che nell’ora della croce hai chiamato l’umanità a unirsi in Cristo, sposo e Signore, fa che in questo convito domenicale la santa Chiesa sperimenti la forza trasformante del suo amore, e pregusti nella speranza la gioia delle nozze eterne.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.