DOMENICA II DEL NATALE

 

Un canto per il suo Diletto

tutta la Chiesa in coro canta.

Chi è il tuo Amato, o Sposa,

perché tutti ne cantino lodi?

Venite, o voi tutti, e vedete:

le tenebre stanno diradandosi

la luce vera in cielo risplende,

raggio puro della gloria di Dio.

Io lo contemplo, ora è vicino:

Colui che i serafini cantano

e suo trono sono i cherubini

solo, in silenzio tra noi scende.

In tempio integro e sigillato,

da grembo verginale e santo,

adombrato dallo Spirito di Dio,

il Verbo prende carne mortale.

Verbo eterno dal Padre dato,

che gioivi in cieli cristallini

e di astri luminosi li riempivi,

ti sei fatto in tutto a noi simile!

Attratta e vinta dalla tua grazia,

Maria è uscita in cori gioiosi

e le donne cantano con lei:

il Creatore si è fatto tuo figlio.

PRIMA LETTURA                          24,1-4.12-16 (NV) [gr. 24,1-2.8-12]

Dal libro del Siràcide

1 La sapienza fa il proprio elogio,

in Dio trova il proprio vanto,

in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria.

L’autore sacro ci presenta la sapienza come persona. Nel primo impatto con il testo noi percepiamo una forma letteraria. Tuttavia alla luce della piena rivelazione noi ascoltiamo queste parole nello Spirito e «siamo rapiti alla contemplazione delle realtà invisibili» (prefazio del Natale) per cui la parola pronunciata lungo il cammino storico della rivelazione traluce della pienezza del mistero. Questo mistero è la Sapienza di Dio (cfr. 1Cor 1,24: ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio). Quando mai la sapienza fa il proprio elogio e in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria? Quando rivela se stessa. Così nell’evangelo secondo Giovanni Gesù loda se stesso nel momento in cui rivela il suo rapporto con il Padre sia nel parlare che nel compiere le sue opere. Il testo del Siracide non lascia intravedere l’impatto drammatico di questa rivelazione come invece ci è narrato negli scritti evangelici.

2 Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca,

dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria,

L’assemblea dell’Altissimo è il popolo di Dio, Israele. Questo è il luogo dove essa apre la sua bocca, cioè si fa conoscere attraverso la Legge, i profeti e i saggi. Quindi chi la cerca deve cercarla in seno a Israele perché solo qui l’ascolta. Per questo il Signore Gesù ha parlato solo in seno a Israele.

Lo stesso verbo (proclama la sua gloria) mette in parallelo il suo popolo con le sue schiere, queste sono quindi il suo popolo. Il popolo di Dio è chiamato tale perché è attraverso di esso che Dio manifesta la sua vittoria contro i suoi avversari. Infatti noi siamo deboli cioè noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi (2Cor 4,7). Tuttavia gli eletti sono le sue schiere, come sempre insegna l’Apostolo: In realtà, noi viviamo nella carne ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo (2Cor 10,3-5). Nel mistero infatti la sua Chiesa è contemplata come vittoriosa nella celebre visione della donna nell’Apocalisse (cfr. 12,1: Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle).

3 «Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo

e come nube ho ricoperto la terra.

La Sapienza dichiara di essere uscita dalla bocca dell’Altissimo. Queste parole si riferiscono sia alla sua origine che alla sua missione. Ella è uscita quando Dio all’inizio disse: «Sia la luce» infatti lodino tutti il nome del Signore, perché egli disse e furono creati (Sal 148,5). Tutto è stato creato mediante la Sapienza e tutto ne porta l’impronta. Lirano afferma: «Bocca dell’Altissimo è detta la potenza generativa del Padre, con cui è prodotto il verbo spirituale come mediante la bocca è prodotto il verbo sensibile» (cit. in C. A Lapide, p. 536). Nell’atto di uscire per la sua missione la Sapienza non abbandona Colui da cui proviene; come infatti la nostra parola da noi uscita nell’atto di entrare nell’altro non ci abbandona così «molto più la Parola uscita da Dio Padre non può abbandonare il seno del Padre. Infatti lo stesso Figlio dice: “Io sono venuto dal cuore del Padre” (Sir 24) e il Padre dice: Ha proferito il mio cuore il Verbo buono (Sal 44)» (Agnello di Ravenna cit. in C. A Lapide p. 537).

E come nube ho ricoperto la terra. La nube è segno della presenza di Dio e nello stesso tempo lo nasconde (cfr. Es 33,9). Allo stesso modo la Sapienza rivela e nasconde Dio.

Si può riferire anche al momento iniziale: la Sapienza ricopriva di tenebre la terra prima che in essa splendessero le operazioni che in forza della luce primigenia l’avrebbero ornata e resa abitabile e feconda (cfr. Gn 1,2).

Queste tenebre quindi non indicano una situazione di caos ma una situazione simile alla creatura racchiusa nel grembo materno e che sta per essere partorita. Come lo Spirito aleggiava sull’acqua per dare vita, così la Sapienza ricopriva la terra per dare forma alle sue creature fino al momento culminante della creazione dell’uomo. Qui sulla creta la Sapienza ha impresso la sua immagine e lo Spirito ha infuso la sua stessa vita mentre stupivano gli angeli contemplando l’uomo di poco loro inferiore, coronato di gloria e di maestà (cfr. Sal 8,6).

4 Io ho posto la mia dimora lassù,

il mio trono era su una colonna di nubi.

Lassù lett.: nelle altezze. Qui vi è la dimora di Dio come è detto nel Sal 112,4-6 LXX: Eccelso su tutte le genti il Signore, sopra i cieli la sua gloria. Chi come il Signore nostro Dio che abita nelle altezze e guarda su ciò che è piccolo nel cielo e sulla terra? La Sapienza ha quindi la sua dimora dov’è Dio al di sopra perciò di tutte le creature. L’espressione su una colonna di nubi ricorre nel Salterio; essa indica il luogo di Dio stesso. È scritto infatti nel Sal 98,7: parlava a loro nella colonna di nubi. La rivelazione di Dio e quindi della stessa Sapienza avviene attraverso la colonna di nubi che ha sempre guidato il suo popolo non solo nel deserto ma anche lungo tutto il suo cammino. Si legge in Is 19,1: Ecco, il Signore cavalca una nube leggera ed entra in Egitto.

8 Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine,

colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse:

“Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele”.

Dall’intimo mistero di Dio alle sue operazioni nella creazione la Sapienza ora riceve un ordine da parte del creatore dell’universo. La Sapienza lo chiama suo creatore. Se riferiamo queste parole alla pienezza della rivelazione, cioè al Verbo del Padre, il Signore nostro Gesù Cristo noi possiamo allora percepire che questa tenda posta e fissata in Giacobbe è la sua Incarnazione come leggiamo nel prologo di Giovanni: E il Verbo si fece carne e venne ad abitare (lett.: fissò la sua tenda) in mezzo a noi. Tuttavia dalla pienezza noi cogliamo la luce su quanto precede per cui possiamo dire che la Sapienza ha fissato la sua tenda in Giacobbe e ha preso in eredità Israele quando si consegnò nella Legge, nei profeti e nei saggi. Prima di divenire Carne, la Sapienza divenne Parola. Ella si rese presente nel linguaggio umano del popolo d’Israele mentre negli altri popoli mandò deboli luci (cfr. At 17,27: perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi).

9 Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato;

per tutta l’eternità non verrò meno.

Prima dei secoli, fin dal principio è quanto precede e segue il tempo concepito come un segmento ben definito per l’uomo dalla nascita e dalla morte e per tutte le creature dall’atto creativo e dalla loro cessazione essendo dominate dalla vanità, come insegna il Qoelet. La Sapienza quindi è oltre il limite e i condizionamenti del tempo, non è quindi soggetta al variare come lo è la sapienza dell’uomo che non può varcare il limite di ciò che è sotto il cielo. Questa è pertanto una sapienza empirica condizionata dal mutare delle cose e degli avvenimenti e che è utile per vivere sotto il cielo. L’atto costitutivo della Sapienza è perciò collocato prima del ritmo del tempo, cioè nel principio e si estende senza alterazione fino all’eternità. Essendo in Dio, cioè nello stesso principio senza principio di giorni né fine di vita (Eb 7,3), noi dobbiamo accogliere il verbo creare nell’accezione di dare origine. Infatti essendo originata nell’eternità la Sapienza non è creata ma generata, come c’insegna la rivelazione piena.

Il verbo greco, che abitualmente traduciamo con creare (ktizein), ha un significato più ampio, cioè quello di dare origine. «Ma questo significato era stato lentamente dimenticato a partire dal IV secolo: la crisi ariana aveva portato a restringere il senso di ktizein e a fare di questo verbo un sinonimo di poiein (fare) che evocava la creazione in senso stretto» (M. Fedou, La sagesse et le monde, Paris 1995, p. 284). Perciò i padri precedenti a Nicea non si stupivano di trovare questo verbo applicato sia qui che in Prov 8,22 alla Sapienza divina.

10 Nella tenda santa davanti a lui ho officiato

e così mi sono stabilita in Sion.

Il culto nella tenda santa e nel tempio (Sion) era guidato dalla Sapienza cioè rifletteva le realtà celesti e future, come c’insegna la Lettera agli ebrei (cfr. 8,5: «Questi però attendono a un servizio che è una copia e un’ombra delle realtà celesti, secondo quanto fu detto da Dio a Mosè, quando stava per costruire la Tenda: Guarda, disse, di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte»; 9,23: Era dunque necessario che i simboli delle realtà celesti fossero purificati con tali mezzi; le realtà celesti poi dovevano esserlo con sacrifici superiori a questi).

11 Nella città che egli ama mi ha fatto abitare

e in Gerusalemme è il mio potere.

La Sapienza non solo abita nella tenda santa quindi tra i sacerdoti che officiano il culto secondo la Legge ma anche nella città amata da Dio, là dove convengono i saggi, i giudici e i re per esercitare il potere. È lei stessa che attraverso loro lo esercita.

12 Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso,

nella porzione del Signore è la mia eredità.

Non solo i sacerdoti e i grandi del popolo sono il luogo della Sapienza ma anche tutto il popolo che viene glorificato perché segue la Sapienza ed è porzione del Signore scelta da tutti i popoli ed è la sua eredità cioè in mezzo al suo popolo Dio viene onorato. La Sapienza prepara così a Dio il suo popolo perché lo riceva come sua eredità.

Questo è stato il compito del Signore, la Sapienza del Padre, che ha voluto preparare non solo il popolo d’Israele a essere l’eredità del Signore ma anche tutti i popoli della terra unificandoli in sé.

SALMO RESPONSORIALE                                Sal 147

R/. Il Verbo si è fatto carne

e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.

Celebra il Signore, Gerusalemme,

loda il tuo Dio, Sion,

perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,

in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli. R/.

Egli mette pace nei tuoi confini

e ti sazia con fiore di frumento.

Manda sulla terra il suo messaggio:

la sua parola corre veloce.      R/.

Annuncia a Giacobbe la sua parola,

i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.

Così non ha fatto con nessun’altra nazione,

non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.                  R/.

SECONDA LETTURA                                    Ef 1,3-6.15-18

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni

3 Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.

La benedizione è ascendente (Benedetto) e discendente (che ci ha benedetto). Essa sale perché è discesa.

1) è presenza personale di Dio nel suo intimo mistero Padre, Figlio e Spirito Santo.

«Questo capitolo mi scoraggia sempre, tuttavia sottolineo alcune parole: ogni benedizione spirituale nei cieli: sento più di altre volte l’aggettivo spirituale, che viene dallo Spirito Santo; la benedizione è il dono dello Spirito che ci fa trascendere la nostra natura umana e ci fa essere nelle regioni celesti. Vedi 2,6: Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, molto importante; dunque benedizione che consiste nell’infusione dello Spirito Santo che ci con/vivifica e ci fa ascendere nelle regioni celesti; tutto questo avviene in Cristo. Questi è scaturigine e termine di questa operazione» (d. Giuseppe Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 7.11.1973)).

2) è il dono dello Spirito Santo (benedizione spirituale). Ed è quindi ogni benedizione. Non è un dono parziale ma completo.

«Con ogni benedizione. Che cosa ci manca, infatti? Sei divenuto immortale, sei divenuto libero; sei divenuto figlio, sei divenuto giusto; sei divenuto fratello; sei divenuto coerede: con lui regni, con lui sei glorificato. Tutto è stato donato e – come sta scritto – come non vi donerà anche, con lui, ogni cosa? (Rm 8,32). La tua primizia (cf. 1Cor 15,20.23) è adorata dagli angeli, dai cherubini, dai serafini: che cosa ti manca ormai?

In Cristo. Questa benedizione, cioè, è stata data mediante Cristo Gesù, non mediante Mosè: siamo quindi superiori non soltanto per la qualità della benedizione, ma anche – come dice nella lettera agli Ebrei – a motivo del mediatore (cf. Eb 3,5s)» (Crisostomo).

«Con ogni benedizione spirituale. Chi ha donato i carismi del divino Spirito, ci ha dato la speranza della risurrezione, le promesse dell’immortalità, l’assicurazione del regno dei cieli, la dignità dell’adozione filiale: ecco ciò che chiama benedizioni spirituali» (Teodoreto).

3) è forza dinamica della vita: benedetti, siamo sempre più benedetti e cresciamo in forza della benedizione fino alla forma perfetta (4,7-16).

4) ci colloca nello spazio celeste, che è Cristo.

L’essere di Cristo: “è lo spazio”. Collocati in Cristo nelle regioni celesti, già abbiamo la “caparra” dei beni futuri e attendiamo il loro pieno manifestarsi.

«nei cieli, cioè, i beni dei quali parteciperemo abitando nel cielo. Intende infatti dire dei beni futuri, come la risurrezione e l’immortalità che ci sarà allora, e che non potremo più peccare, ma resteremo immutabili nel bene (Teodoro).

Tra noi e le creature celesti la differenza non è più abissale, ma è solo questione del compiersi del tempo.

4 In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo

per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,

ci ha scelto prima della creazione del mondo. «Vedi parallelo: Gv 17,24: Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo. Ora fa molta impressione che di noi si dica ciò che Cristo dice di sé, questo rafforza l’espressione precedente: in Cristo. Cristo è amato dal Padre prima della creazione e in Lui noi pure siamo stati chiamati. La creazione è subordinata a questa scelta di Dio; quindi la creazione dipende da questo disegno di Dio; tutta la storia universale è dipendente dall’amore preveniente che Dio ha per uno dei suoi piccoli» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 7.11.1973).

Per essere santi e immacolati. «Santi in modo radicale, dinanzi a Lui in quella luce che svela le macchie dei suoi santi. Quanto è esigente! È santità luminosa che resiste alla sua luce; nella carità, elemento positivo e dinamico di questa santità e immacolatezza» (idem). La carità è infatti il luogo e il clima in cui noi siamo chiamati a vivere.

Il disegno originale di Dio non è stato annientato dal peccato, infatti la nostra elezione non è dopo il peccato di Adamo ma prima della creazione del mondo. Ogni uomo, che appare sulla faccia della terra, fa parte di questo disegno originale di Dio. A tutti è annunciata la salvezza.

5 predestinandoci a essere per lui figli adottivi

mediante Gesù Cristo,

secondo il disegno d’amore della sua volontà,

Non solo ci ha chiamati a essere santi e immacolati, ma ci ha predestinati all’adozione filiale; e qui si rivela a noi il cuore grande del Padre, la sua gioia intima nel portare in tal modo a compimento la sua opera mediante il suo Cristo.

6 a lode dello splendore della sua grazia,

di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.

L’elargizione del dono non è proporzionata a noi ma è finalizzata alla lode dello splendore della sua grazia, che essendo tale è gratuita.

In Cristo, che è il Diletto, noi compiamo questo itinerario: il riscatto attraverso il suo sacrificio che è la remissione dei peccati. Questo avviene non tanto in rapporto ai nostri sforzi quanto piuttosto in rapporto alla sua grazia (7). Questa sovrabbonda in noi e si rivela nel dono di ogni forma di sapienza e d’intelligenza (8) che ci rendono capaci di conoscere il mistero della sua volontà. Questo è la rivelazione del suo beneplacito, stabilito fin dall’eternità in Cristo (9) e che si realizza ora, cioè nella pienezza dei tempi. Questo disegno è di riportare tutto sotto la sovranità di Cristo, in modo che non vi sia nulla sulla terra e nei cieli che non sia in rapporto a Cristo e con Lui armonizzato (10).

15 Perciò anch’io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, 16 continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere,

La fede è qualcosa di visibile che si ode. È nel cuore ed è professata con le labbra. La voce che una Chiesa fa udire è quella della sua fede in Gesù. Coloro che hanno udito la parola della verità, l’Evangelo della salvezza loro, fanno ora udire la loro fede. Infatti la fede è frutto dello Spirito (Gal 5,22) con il quale sono stati sigillati in Cristo (1,12s) quando hanno creduto. L’Apostolo è in incessante azione di grazie perché vede fiorire l’Evangelo che ha annunciato.

Anche l’amore è frutto dello Spirito (Gal 5,22). L’amore, agape, è tale se si rivolge verso tutti i santi. L’amore umano va per esclusione, l’agape per inclusione: infatti dice l’apostolo ai Romani (5,5): l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Lo Spirito dilata il nostro cuore, lo purifica e lo rende capace di amare tutti i santi di tutte le generazioni. Lo stesso discorso l’Apostolo lo fa ai Colossesi (1,3 s.)

Questa è l’opera dell’Evangelo: là dove c’erano le opere della carne, ora c’è il frutto dello Spirito e questo frutto dello Spirito è il cuore dell’Eucaristia dell’Apostolo,

La presenza delle due virtù di base della vita cristiana, strettamente collegate tra loro, porta l’apostolo al continuo rendimento di grazie unito al ricordo orante.

17 affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; 18 illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.

«v. 17-18. Questo spirito di sapienza cristiana in che consiste? Deve produrre la conoscenza di Lui, il Dio di Cristo: deve portare la conoscenza del Dio di Cristo come Padre della gloria: l’oggetto di ogni sapienza e rivelazione non è Dio più tante cose, ma Dio in quanto Dio di Cristo e Padre della Gloria. Sento molto come lo sforzo di conoscenza su tanti oggetti sia pure nell’intenzione di condurli a Dio, qui la cosa è più assoluta, si tratta di conoscere Lui come dice il Signore: Cercate prima di tutto ecc. e poi avremo una scienza più grande di Salomone. In vista di che? Mi colpisce come questa illuminazione dei cuori sia data per vivere la speranza della nostra chiamata. Conoscere il Dio di Cristo produce in noi quel fatto esistenziale che viviamo la speranza della nostra vocazione: se uno conoscendo il Dio di Cristo intravede la ricchezza della Gloria di Dio intravede quell’infinita potenza che ha risuscitato Cristo e lo ha posto in alto e vede che anche noi siamo posti al di sopra di tutte le creature nella stessa grandezza del Dio di Cristo che ha generato questo trascendimento. Non è tanto che esista nell’oggetto in sé di questa rivelazione ma nell’oggetto esistenziale di essa di essere così assorbiti da questa speranza di vivere come vive il Cristo e di trovarvi anche noi tutte le cose assoggettate ai nostri piedi. Anche questo esistenzialmente – Conoscere il Dio di Cristo: mi ha colpito molto» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 10.11.1973).

CANTO AL VANGELO                                   Cf. 1 Tm 3, 16

R/.       Alleluia, alleluia.

Gloria a te, o Cristo, annunziato a tutte le genti;

gloria a te, o Cristo, creduto nel mondo.

R/.       Alleluia.

VANGELO                                     Gv 1,1-18 [forma breve 1,1-5.9-14

Dal vangelo secondo Giovanni

[In principio era il Verbo,

e il Verbo era presso Dio

e il Verbo era Dio.

In principio era il Verbo. In principio Dio creò il cielo e la terra (Gn 1,1). Creò nel suo Verbo. Creando lo manifestò. Lo rivelò come Colui che in principio era, che non ha principio di giorni né fine di vita (Eb 7,3): non è misurabile dal tempo e non è contenuto nello spazio. Egli è il principio della creazione di Dio (Ap 3,14), Egli è l’alfa e l’omega, il principio e la fine (ivi, 21,6). Egli appare separato dalla creazione perché in principio era il Verbo.

Il Verbo, la Parola. Così è chiamato il Figlio di Dio nel suo essere rivelato dal Padre. Egli è chiamato il Verbo della vita (1Gv 1,1) e il Verbo di Dio (Ap 19,13). Egli è la Parola che appartiene a Dio e ha in sé la vita. Giovanni lo contempla nel suo pieno rivelarsi: Il Verbo si fa Carne. Da questa rivelazione risale al suo rivelarsi nel principio della creazione. Dio non si rivela in altro modo se non in Lui. Egli non è attributo di Dio o un’espressione della sua potenza; è Lui, Gesù, distinto dal Padre e Uno con Lui (10,30). Infatti il Verbo era presso Dio. Presso o con, indica relazione. Quando la creazione iniziò, il Verbo era presso Dio. Colui che abbiamo conosciuto come vero uomo, era presso Dio. Giunta la sua ora, egli così prega: «E ora glorificami tu, Padre, presso di te, con la gloria che avevo, prima che il mondo fosse, presso di te» (17,5). Perché non appaia che il Verbo nella sua relazione con il Padre sia creatura, anche la più sublime, subito aggiunge: E il Verbo era Dio.

Egli era, in principio, presso Dio:

L’evangelista fa una sintesi di quanto ha precedentemente detto. Costui, il Verbo, era, da sempre, in principio, al momento del suo manifestarsi nella creazione, presso Dio. A questo vertice della contemplazione era pure rapito il Salmista quando cantava al Cristo le parole paterne dell’ineffabile generazione: Con te è il principio nel giorno della tua potenza tra gli splendori dei tuoi santi; dal seno prima della stella del mattino ti ho generato (Sal 109,3 LXX). L’Evangelo ha la sua origine in Dio, là dove il Verbo è presso Dio.

tutto è stato fatto per mezzo di lui

e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

Tutte le cose, sia quelle visibili che quelle invisibili, quelle nei cieli e quelle sulla terra (cfr. Col 1,16). Nel contemplare il Figlio, l’autore sacro così si esprime: in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo (Eb 1,2). Benché il saggio affermi che tutte le cose sono vanità (Qo 1,1), tuttavia dobbiamo affermare che tutte le cose per mezzo di Lui furono fatte. La vanità è il velo di morte che il peccato ha steso su tutta la creazione e che solo il Cristo può togliere, come è detto in Is 25,7: Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti.

Per mezzo di Lui, cioè del suo Verbo. L’Evangelista contempla l’opera della Redenzione che il Padre ha operato per mezzo del suo Cristo, il suo Verbo e per analogia risale al principio della creazione. Come Egli è il Verbo che, mediante la sua Carne, ha operato la Redenzione, così Egli è il Verbo che, vibrato dal Padre, in principio ha dato origine a tutte le cose. Attraverso di Lui il Padre ha dato vita a tutto come attraverso di Lui ha ricuperato ciò che era perduto. Egli può redimere perché ha creato.

Rafforza quanto ha detto con una frase negativa: e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. Senza di Lui, cioè fuori di Lui: nessuna creatura può dichiarare di aver origine senza il Verbo. Allo stesso modo nessuno può essere salvo senza di Lui. Nessuno può affermare di esistere senza di Lui: «L’Evangelista lo afferma per insegnare che tutte le cose permangono nell’essere mediante il Verbo e nel Verbo, secondo l’espressione paolina: Tutto sostiene con la potenza del suo Verbo (Eb 1,13)» (S. Tommaso). Egli stesso dice: «Senza di me non potete fare nulla» (15,5). Come siamo continuamente creati per mezzo di Lui così siamo continuamente redenti per mezzo di Lui, cioè siamo graziati. Ricevere grazia significa essere chiamati incessantemente all’esistenza non solo quella secondo natura ma anche secondo l’essere figli di Dio.

L’immutabile volontà del Padre, che fa essere tutte le cose mediante il suo Verbo, fa sì che tutte siano stabilmente costituite nell’essere al punto da ritenere questo una proprietà della natura anziché un dono della sua grazia.

Tuttavia ogni uomo, che riesce a vedere in se stesso il suo pensiero libero dalle passioni, può contemplare in sé il riflesso del Verbo divino, perché la sua mente tende a cercare Colui che la illumina.

Allo stesso modo nel suo corpo egli non tende alla morte ma alla vita e all’immortalità.

Questo perché in ogni uomo il Verbo ha posto le sue “ragioni” cioè le energie benefiche e ristoratrici che riconducono l’uomo alla sua origine.

In lui era la vita

e la vita era la luce degli uomini;

La tradizione ci ha trasmesso due letture.

La prima così legge: ciò che esiste in Lui era vita. Questa è la lettura che segue anche Agostino che così la spiega: «la sapienza di Dio, per mezzo della quale tutte le cose sono state fatte, contiene l’idea di tutte le cose prima ancora che esse siano fatte; da ciò deriva che quanto è stato fatto, è vita in lui» (I, 17). Tommaso così commenta Agostino: «In Dio l’intendere è anche la sua vita e la sua essenza, perciò tutto quello che si trova in Dio, non soltanto vive, ma è la sua stessa vita, perché tutto ciò che è in lui è la sua essenza. In Dio quindi la creatura è l’essenza creatrice. Perciò se si considerano le cose come esistono nel Verbo, esse sono vita» (91).

La seconda lettura dà inizio alla frase così: In Lui era la vita. Nel Verbo, per mezzo del quale tutto ha avuto origine, era la vita, come egli stesso dice: «Come il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso» (5,26). Egli è il Verbo della vita (1 Gv 1,2). La vita, che è in lui, è la vita stessa di Dio, che a noi è data, come è detto nella 1 Gv: E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio (5,11). L’Evangelo non ci fa più volgere lo sguardo al Paradiso di Eden nel quale era l’albero della vita (cfr. Gn 3,9), ma ci fa vedere il Verbo nel quale era la vita.

E la vita era la luce degli uomini. Come la luce fu creata all’inizio, come segno della vita e della gioia (Gn 1,9), così ora per gli uomini risplende il Verbo come luce che dà la vita. In che modo il Verbo risplende tra gli uomini? In Gesù che dice: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (8,12). La vita si manifesta come luce per gli uomini per condurli a partecipare di se stesso. Gli uomini ascoltando il Verbo, che si è fatto Carne, vedono la luce. Le loro menti sono illuminate dalla conoscenza della verità. Credendo hanno la vita.

Il cammino della fede è quindi la restaurazione delle facoltà naturali dell’uomo, che finalmente libere da inganno e da inclinazione al male, per la forza inerente del peccato, possono rivolgersi a Colui dal quale provengono e nel quale hanno la loro connaturale abitazione.

Noi contempliamo nel Verbo il disegno originante la creazione per poi vedere in Gesù, il Verbo fatto Carne, la sua restaurazione, soprattutto nei confronti di noi uomini.

la luce splende nelle tenebre

e le tenebre non l’hanno vinta.]

La luce splende nelle tenebre. All’inizio Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre (Gn 1,4). Dicendo che la luce splende nelle tenebre afferma che il Verbo di Dio, in quanto luce degli uomini, risplende in mezzo a noi che giacevamo nelle tenebre e nell’ombra di morte (cfr. Is 1,9). Come la luce è separata dalle tenebre, così egli è separato dai peccatori (cfr. Eb 7,26), tuttavia Egli risplende nelle tenebre. La luce naturale, al suo comparire dissipa le tenebre, il Verbo risplende nelle tenebre. Questo tempo è ancora caratterizzato dal fatto che la luce coesiste con le tenebre. Gli uomini infatti se vogliono la luce devono accoglierla, come è detto più avanti: E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio (3,19-21). Essi devono aprire gli occhi interiori per cogliere la luce del Verbo che già risplende.

Risplende la luce nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta. Con questa traduzione si rivela il rifiuto che le tenebre fanno della luce. Nel verbo tuttavia si può cogliere anche il significato di “afferrare, vincere”. Le tenebre non possono afferrare e vincere le luce, cioè rivendicare in essa qualcosa di proprio perché Dio è luce e tenebra alcuna in Lui non c’è (1 Gv 1,5). Infatti egli dichiara che il principe di questo mondo non ha nessun potere su di Lui (14,30).

Venne (lett.: Ci fu) un uomo mandato da Dio:

il suo nome era Giovanni.

Ci fu un uomo. Il Verbo era, costui fu fatto: era una creatura. Anch’egli fu fatto per mezzo del Verbo. Quando fu concepito nel seno materno, egli ricevette la sua missione. Questo accadde al profeta Geremia (Ger 1,5) e all’Apostolo Paolo (Gal 1,15); questo accade a ogni uomo plasmato a immagine e somiglianza di Dio. Cosa significa infatti essere immagine e somiglianza di Dio se non riflettere nella propria creaturalità un raggio dell’infinita bellezza e santità di Dio? Questo proprio che ciascun uomo ha in rapporto all’unico Dio è la sua missione.

Fu mandato da Dio. Costui dice di sé: «Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua» (1,33) e altrove dice: «Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a Lui» (3,28). Egli ha coscienza che Dio lo ha inviato. Il Verbo, che lo ha plasmato, è la luce che lo illumina e gli comunica la vita perché egli sia testimone.

Nell’Evangelo di Luca si dice che la parola di Dio fu su Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto (3,2). Il Verbo di Dio, come fu nei profeti, fu pure su Giovanni e si rivelò a lui come già presente in mezzo al suo popolo. Mentre i profeti precedenti cercavano di indagare a quale momento o a quale circostanza accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle (1 Pt 1,11), Giovanni è inviato perché la luce già risplende nelle tenebre.

Non a caso l’evangelo dà molto risalto al nome: e il suo nome era Giovanni. Questo nome è stato scelto da Dio (Lc 1,13). «L’Evangelista conferma tutto questo mediante il verbo che usa: dice infatti era, appunto perché si riferisce alla predisposizione divina» (Tommaso). Nel nome poi è rivelata la missione: “Dio fa grazia”; preannuncia l’Evangelo che sta per essere annunciato. È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini (Tt 2,11).

Egli venne come testimone

per dare testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

Costui venne come testimone [lett.: per la testimonianza]. Poiché era profeta, dette testimonianza a quello che aveva udito e visto. Infatti la testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia (Ap 19,10). Essendo un vero profeta diede testimonianza alla luce, dichiarò che Gesù era la luce. Udì la voce del Padre, vide scendere e rimanere sul Cristo lo Spirito, udì la voce dello Sposo e dichiarò di essere amico dello Sposo. Avendo in sé lo Spirito della profezia, Giovanni fu illuminato dalla luce e riconobbe in Gesù quella luce che lo illuminava, e come vedendola per primo, non più in modo debole ma chiaro, dichiarò a tutti chi era la luce. L’interiore illuminazione, di cui Giovanni godette, testimoniava che la luce era sorta e già risplendeva nelle tenebre. È scritto: La tua parola nel rivelarsi illumina, dona saggezza ai semplici (Sal 119,139). Non solo in virtù dello Spirito di profezia ma anche con la propria vita Giovanni dette testimonianza alla luce. Illuminato dal Verbo che si rivelava come la vera luce, Giovanni lo accolse in sé perché in lui non c’erano le tenebre. Gli uomini poi, vedendo la santità della sua vita e ascoltando la testimonianza della sua parola, avrebbero dovuto credere per mezzo di lui. Giovanni, essendo una lampada che arde e risplende (5,35), doveva preparare gradatamente gli uomini ad accogliere la luce vera. Gli occhi, che sono abituati alle tenebre, non possono cogliere l’improvviso apparire della luce, benché questa si sia presentata agli uomini già adombrata dalla nube della carne.

In lui la Parola si manifesta con tale efficacia da volersi rallegrare alla sua luce (cfr. 5,35). Per questo aggiunge subito:

Non era lui la luce,

ma doveva dare testimonianza alla luce.

Non era lui la luce. Per quanto sublime sia la profezia, essa è pur sempre testimonianza e bisogna sempre saper cogliere all’interno della parola profetica la luce stessa. Mosé e i Profeti non sono la luce ma rendono testimonianza alla luce che risplende nella loro stessa parola perché questa è Parola di Dio. L’unica Parola risplende nella Legge e nei Profeti. Avendo conosciuto il Cristo, abbiamo visto la Luce; noi sappiamo che la Legge e i Profeti non sono la luce ma in loro la luce si rivela in virtù della conoscenza evangelica. Perciò Giovanni e tutti i profeti danno testimonianza alla luce.

[Veniva nel mondo la luce vera,

quella che illumina ogni uomo.

La vera luce. Dopo aver affermato che Giovanni non era la luce, ora dichiara ancora chi sia la luce, quella che finora risplendeva solo nella creazione, nella Legge, nei profeti di cui il più grande è Giovanni il Battista. La novità ora consiste in questo che la luce ha iniziato a risplendere in se stessa non più mediata dalle creature: per questo la chiama vera.

Gesù afferma: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita» (8,12). Egli illumina ogni uomo perché è la luce del mondo. Ogni uomo è illuminato da Cristo, la vera luce, ma è libero di accettare o rifiutare la luce, come dice altrove: gli uomini hanno amato le tenebre più della luce (3,19). Per essere non solo colpiti dalla luce, ma illuminati, Gesù ci comanda di seguirlo. La sequela si esprime nel comando nuovo in virtù del quale le tenebre se ne vanno e la luce vera già risplende (cfr. 1Gv 2,8). La luce vera ora illumina ogni uomo attraverso l’annuncio evangelico e l’amore fraterno dei discepoli di Gesù.

Era nel mondo

e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;

eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

Il Verbo era nel mondo, «c’era in quanto Dio, vi è venuto in quanto uomo» (Agostino). In principio il Verbo era presso Dio ed era nel mondo. Era presso Dio perché Dio ed era nel mondo perché l’uomo fu fatto a sua immagine e somiglianza. Ora dov’è l’immagine ivi è pure l’archetipo: dov’è l’uomo ivi è pure il Verbo di Dio. Questi era dunque presente nel mondo attraverso l’uomo.

Il mondo fu fatto per mezzo di lui. Come un’opera porta impressa in sé l’impronta del suo artefice, così l’uomo e con lui tutte le creature riflettono in se stessi la sua immagine. Ma, mentre l’artefice si distacca dalla sua opera, il Verbo non si allontana dalle sue creature perché queste non possono esistere senza di Lui. «È con la presenza della sua maestà che crea ciò che fa; è la sua presenza che governa ciò che ha fatto» (Agostino). Soprattutto è presente in noi uomini che possiamo conoscerlo e deliziarci della sua presenza ma, constata amaramente l’evangelista, il mondo non lo conobbe. Poiché la porta del mondo è l’uomo e questi si è lasciato dominare da ciò che è nel mondo, il Verbo è stato rifiutato nella sua stessa casa. Preferendo la conoscenza delle cose mondane alla conoscenza del Verbo, gli uomini hanno come trascinato in questo rifiuto la stessa creazione che, a causa del peccato dell’uomo, è stata assoggettata alla vanità (Rm 8,20).

Venne fra i suoi,

e i suoi non lo hanno accolto.

Il Verbo venne nella sua proprietà, Israele, come Egli stesso dice: «Io sono venuto nel nome del Padre mio e non mi accogliete» (5,43).

Israele è la sua proprietà, come è detto nel Siracide: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, il mio creatore mi fece posare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele» (24,8).

E i suoi non l’hanno accolto, come dice Stefano alla conclusione del suo discorso: «O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata» (At 7,51-53). Egli è stato rifiutato prima in Mosè e nei profeti e poi in se stesso.

A quanti però lo hanno accolto

ha dato potere di diventare figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome,

i quali, non da sangue

né da volere di carne

né da volere di uomo,

ma da Dio sono stati generati.

A quanti però l’hanno accolto, sia tra quelli che erano nel mondo sia tra i suoi che erano nella sua proprietà, ha dato potere di diventare figli di Dio. Quelli che lo hanno accolto non sono solo coloro che vivono nella pienezza dei tempi, ma sono anche coloro che sono vissuti nelle generazioni precedenti e lo hanno accolto con fede nel suo rivelarsi nelle promesse, nelle figure della Legge, nei misteri delle profezie e negli enigmi dei saggi.

A quanti lo hanno accolto, in tutte le generazioni, ha dato potere di diventare  figli di Dio, quando si è fatto Figlio dell’uomo. Nelle precedenti generazioni hanno ricevuto la promessa di essere figli e quindi eredi, ora hanno ricevuto il potere di diventarlo.

Nella parola potere si esprime sia la grazia del diventare figli come pure la libertà di scelta, come afferma Agostino: «Diciamo che esiste questo potere quando alla volontà è unita la facoltà di fare. Per cui si dice che ha potere colui che, se vuole, fa e, se non vuole, non fa» (De Spiritu et litera, cap. 31). Ci è dato il potere di diventare per la presenza del Figlio di Dio che a noi si rivela nel suo Evangelo. Diventano infatti figli coloro che credono nel suo nome. Non c’è fede senza evangelo, non c’è evangelo senza annuncio e non c’è annunzio senza rivelazione. Coloro che credono nel suo nome, che si rivela nell’annuncio evangelico, diventano figli di Dio. Essendo il suo nome oggetto della fede, vuol dire che è il nome stesso di Dio. Accogliere Gesù significa credere che in Lui si rivela il Nome come suo Nome personale.

A coloro che hanno creduto al suo Nome, il Verbo ha dato il potere di diventare figli di Dio, cioè di essere in una tale comunione con Lui da diventare in Lui, il Figlio, essi pure figli. La fede quindi è l’incessante passaggio dal non essere all’essere in forza della comunione con Gesù. Passare dal non essere all’essere significa diventare figli di Dio. Noi uomini non possiamo essere se non essere figli nel Figlio di Dio. Fuori di Lui non siamo.

La generazione dei figli di Dio non è da sangue, letteralmente vi è il plurale: i sangui: esso può indicare sia il sangue del padre che quello della madre che, fondendosi, generano una nuova vita (cfr. Sap 7,1-2). Quanto al plurale, esso si trova ancora in Gn 4,10: i sangui di tuo fratello e Sanhedrin (4,5) commenta: «il suo sangue e il sangue della sua discendenza». Dopo aver escluso il sangue dalla generazione, l’evangelista esclude ora il volere della carne. È molto avvincente la lettura di S. Agostino che interpreta carne come donna. Dice infatti: «la donna qui è chiamata carne; perché ecco cosa disse Adamo, non appena la donna fu fatta con una sua costola: “Questa volta è carne dalla mia carne, è osso dalle mie ossa” (Gn 2,23). E l’Apostolo a sua volta: chi ama la donna sua, se stesso ama. E nessuno ebbe mai in odio la propria carne (Ef 5,28-29)». Altri preferiscono interpretare carne come «la sfera del naturale, dell’impotente, del superficiale, contrapposto a spirito, che è la sfera del celeste del reale (3, 6; 6, 63; 8, 15)» (Brown). La generazione dei figli di Dio non avviene pertanto dal grembo materno, come si domandava stupito Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» (3,4) e nemmeno ha il suo inizio nel desiderio, insito nella natura umana, che porta a generare. Essa quindi non è da volere di uomo. I figli di Dio, in quanto tali, non hanno un padre terreno, dal cui volere abbiano avuto origine.

Dopo aver escluso ogni apporto generativo della natura umana, ora afferma che da Dio sono stati generati.

Non l’uomo ma Dio è il principio di questa generazione. Essa avviene da Dio in virtù della Carne del Verbo. Ha come segno sacramentale l’acqua e come potenza generante lo Spirito (3,5: da acqua e da Spirito). Questa ineffabile generazione fa parte del disegno di Dio, dice infatti l’Apostolo Giacomo: Di sua volontà egli li ha generati con una parola di verità (1,18). Questo è il seme immortale, è la parola del Vangelo che ci è stata annunziato (cfr. 1Pt 1,23-25). Noi siamo quindi incessantemente generati da Dio nell’annuncio; il battesimo ci fa essere figli perché ci rapporta alla parola evangelica: è questa infatti la forza generante di Dio. È nell’evangelo che si rivela la potenza di Dio (Rm 1,16).

E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi abbiamo contemplato la sua gloria,

gloria come del Figlio unigenito

che viene dal Padre,

pieno di grazia e di verità.

E il Verbo divenne carne. Il Verbo, che era in principio, divenne ciò che non era: carne. Egli si manifestò nella carne (1Tm 3,16). Quando il Verbo di Dio apparve tra noi, si manifestò come uomo, nel corpo della sua carne (cfr. Col 1,22) e quindi soggetto alla morte. Infatti Dio mandò il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato (cfr. Rm 8,3).

E venne ad abitare in mezzo a noi [lett.: E si attendò tra noi]. Il Verbo fissò la tenda della sua carne tra noi uomini. La carne, che egli ha assunto, è la Tenda della divina presenza, il Tempio di Dio, come è detto in seguito: Egli parlava del Tempio del suo corpo (2, 21). Anche nella lettera agli Ebrei si parla di questa tenda e del velo, cioè della sua carne (10, 20). Attraverso le stimmate della sua morte in Croce, Cristo ha inaugurato la via nuova e vivente che noi possiamo percorrere per giungere a Dio. In Lui il Tempio è diventato a tutti accessibile.

In Lui, nel Cristo, noi contempliamo il Verbo non come uno da Lui diverso, perché Lui, Gesù di Nazareth, è il Verbo, il Figlio di Dio. S. Tommaso riassume l’insegnamento dei Padri che nel verbo abitare hanno colto la distinzione delle due nature e l’unica divina persona del Figlio: «Guardando alla natura, troviamo in Cristo la distinzione di due nature; se invece consideriamo la persona, troviamo che essa è una sola, identica nelle due nature; perché in Cristo la natura umana fu assunta nell’unità della persona. Quindi quando i santi parlano d’inabitazione, dobbiamo riferire questo termine alla natura, di cui si può dire che abitò tra noi; ma non si può riferire all’ipostasi, o persona, essendo questa identica per le due nature» (175).

E abbiamo visto la sua gloria, come lo stesso Giovanni afferma nella prima lettera: ciò che abbiamo visto con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato (1 Gv 1,1). Poiché il Verbo si è fatto Carne, gli Apostoli non solo hanno visto la sua umiliazione ma anche la sua gloria.

La gloria, che Egli ha manifestato nei segni e nelle parole, esige ancora la fede. È necessario che gli occhi interiori siano illuminati perché possano vedere la sua gloria. Non tutti quelli che videro il Signore, videro la sua gloria, ma solo coloro che, nel vedere i segni che compiva e nell’udire le sue parole, credettero in Lui. Allo stesso modo anche oggi non tutti quelli che odono la sua Parola e ne contemplano i segni sacramentali possono vedere la sua gloria, ma solo coloro che, credendo, sono illuminati dallo Spirito Santo.

Gloria come di Unigenito dal Padre, la gloria del Cristo è quella dell’Unigenito dal Padre. «La particella come, secondo S. Gregorio (Moral.,1. 18, c. 6), vuol essere qui assertiva; e secondo il Crisostomo (In Jo., hom. 12, 1) ha significato modale» (S. Tommaso, 185). «La sua gloria, non è come quella degli angeli, o di Mosè, o di Elia, o di Eliseo o di qualsiasi altro, bensì come quella dell’Unigenito; perché come dice l’apostolo agli Ebrei (3,3): Egli è stato reputato degno di una gloria tanto maggiore in confronto di Mosé. E il salmista proclama: Chi è simile a Dio tra i figli di Dio? (Sal 88,7)» (id., 184).

La sua gloria non è tanto paragonabile a quella dell’unigenito ma è proprio quella che in Lui si rivela e lo rivela tale. «La particella come afferma che egli è veramente l’Unigenito di Dio oppure designa l’adeguato rapporto tra la persona dell’Unigenito Figlio di Dio e la gloria che gli conviene» (Natalis Alexander).

Il Verbo rivela la sua gloria come grazia e verità; Egli, divenendo Carne, si presenta a noi come Dio pieno di grazia e di verità. Egli non ha trovato grazia come è detto dei giusti, ma è pieno di grazia perché è l’Unigenito, infatti in Lui il Padre si compiace. Ed è pieno di verità «in quanto attuò le figure dell’Antico Testamento e le promesse fatte ai patriarchi. Lo ricorda S. Paolo: Dico infatti che Cristo si è fatto servitore dei circoncisi in favore della veracità di Dio, per compiere le promesse dei padri (Rm 15,8); e in 2 Cor 1,20: Tutte le promesse di Dio hanno trovato in lui il loro sì» (S. Tommaso, 190). Nelle parole grazia e verità rivela la sua missione e nell’aggettivo pieno il suo rapporto con il Padre e come Egli sia il compimento di tutto.

Giovanni gli dà testimonianza e proclama:

«Era di lui che io dissi:

Colui che viene dopo di me

è avanti a me,

perché era prima di me».

Giovanni proclama [lett.: grida]. perché così è scritto di lui e questo afferma di se stesso: «Io sono voce di colui che grida nel deserto» (1,23). «Il termine gridare indica che lo faceva liberamente, senza paura. Isaia infatti esclama: Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: Ecco il vostro Dio! (40,9)… E in Isaia si legge, che i serafini gridavano l’uno all’altro (6,3), per esprimere così il fervore più intimo dello spirito» (S. Tommaso). Dopo il lungo silenzio della profezia è bastata questa iniziale rivelazione del Verbo divenuto Carne per fare gridare Giovanni. La sentinella, posta di vedetta, lo vede arrivare e dice: Chi è costui che viene da Edom, da Bozra con le vesti tinte di rosso? Costui, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza? (Is 63,1). Lo vede, dà testimonianza e grida: «Era di lui che io dissi». Dice era perché in principio era il Verbo e nello stesso tempo lo indica: questi.

Giovanni dunque ha detto questo: «Colui che viene dopo di me è avanti a me», si è rivelato più grande di me.

Gesù viene quindi dopo di lui come il Signore viene dopo il suo servo che lo annuncia. Da dove Giovanni fa derivare questa sua affermazione? Dal fatto che «era prima di me». Viene dopo come uomo ma è stato posto sopra di lui perché era prima di lui. In tal modo Giovanni apre la porta sulla divinità di Gesù. Nessun uomo, che viene dopo in ordine di tempo, può essere prima di un altro. Poiché era prima di Giovanni, Egli è prima di qualsiasi uomo; infatti la sua preesistenza non si colloca all’interno della generazione umana ma di quella divina.

Dalla sua pienezza

noi tutti abbiamo ricevuto:

grazia su grazia.

Alla voce degli apostoli e a quella di Giovanni si unisce la voce stessa della comunità dei credenti che può testimoniare che Gesù è il Verbo di Dio, l’Unico dal Padre, perché dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia di fronte a grazia. Egli è apparso in mezzo a noi pieno di grazia e di verità (v. 14) per donare a quanto lo hanno accolto dalla sua pienezza e grazia di fronte a grazia.

L’espressione e grazia di fronte a grazia è variamente interpretata. Essa può indicare le due economie, quella della Legge e quella dell’Evangelo. Anche la Legge ha una grazia dispensata dalla pienezza del Verbo. Questa grazia consiste, come dice l’apostolo Paolo, nella conoscenza del peccato (Rm 3,20). A questa grazia iniziale e imperfetta è stata aggiunta la grazia evangelica come remissione dei peccati e partecipazione alla vita divina.

In modo mirabile così commenta Crisostomo: «Vi è una duplice alleanza, un duplice battesimo, un duplice sacrificio, un duplice tempio e una duplice circoncisione. Vi sono così due specie di grazie, l’unica dell’Antico Testamento e l’altra del Nuovo. Ma all’Antico Testamento appartengono le figure, al Nuovo invece la verità che era stata figurata».

  1. Agostino invece vede nelle due grazie quella della fede e quella della vita immortale: «la stessa fede è grazia e la vita stessa è grazia su grazia».

Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,

la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Perché si collega a quanto precede e lo spiega. Noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia a differenza dei giusti dell’antica alleanza perché la Legge è stata data attraverso Mosè. In verità Mosè fu fedele in tutta la casa di lui come servitore, per rendere testimonianza di ciò che doveva essere annunziato più tardi; Cristo, invece, lo fu in qualità di Figlio costituito sopra la propria casa (Eb 3,5-6). Pur provenendo dal Verbo, la Legge è stata data attraverso il servo e tutti furono battezzati in Mosè nella nube e nel mare (1 Cor 10,2). Anche gli anziani ricevettero lo Spirito da Mosè (cfr. Nm 11,25). Il mediatore non è solo colui tramite il quale Dio fa il dono ma segna anche i limiti del dono stesso. Essendo egli servo, attraverso la Legge, dà testimonianza al Figlio attraverso norme e riti che sono simboli e figure di ciò che doveva essere annunziato più tardi.

Diversa è la situazione in cui la mediazione è quella del Verbo fatto Carne che è Gesù Cristo. L’Evangelo finalmente ne pronuncia il Nome: Gesù è il Cristo, il Verbo divenuto Carne. Egli è mediatore della grazia e della verità. Prima che divenisse uomo la grazia e la verità erano adombrate e profetizzate; facendosi visibile in mezzo a noi, Gesù Cristo ha fatto la grazia e la verità, le ha fatte passare dall’ombra delle figure e dalla profezia alla realtà. Attraverso di Lui è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza di tutti gli uomini (Tt 2,11). Attraverso di lui Dio ha mostrato la fedeltà alle sue promesse e quindi la loro verità.

Dio, nessuno lo ha mai visto:

il Figlio unigenito, che è Dio

ed è nel seno del Padre,

è lui che lo ha rivelato.]

La fondamentale differenza tra Mosè e Gesù in rapporto alla rivelazione sta in questo: Mosè, essendo uomo, non ha mai visto Dio, Gesù invece, essendo l’Unigenito Dio, è nel seno del Padre.

Nessuno ha mai visto Dio: coloro infatti di cui la Scrittura afferma che hanno visto Dio, hanno visto «simboli figurativi del Signore, ma non la realtà della sua presenza» (S. Agostino).

Nessuno può dunque vedere Dio se non per la mediazione del Cristo perché questi è l’Unigenito Dio che è nel seno del Padre. Infatti solo dopo la sua glorificazione è possibile contemplare il Padre ma solo attraverso la sua Carne glorificata. Tutti contempleranno la natura divina attraverso la natura umana del Cristo. Questi, al contrario, vede Dio senza alcuna mediazione perché è l’Unigenito Dio. Divenendo uomo, non cessa di essere quello che è da sempre, cioè l’Unico del Padre, quindi Lui pure Dio, non separato dal Padre, è infatti nel suo seno.

Solo Lui quindi poteva parlarci di Dio. Alla domanda del Siracide: Chi lo ha visto e ne può riferire? (43,31), risponde l’Evangelo: Egli ha rivelato perché lo ha visto e continuamente lo vede.

Qui sta la fondamentale differenza tra Mosè e Gesù Cristo che si riflette nel rapporto Legge ed Evangelo. La rivelazione della Legge avviene nei simboli e nelle figure, quella dell’Evangelo nella grazia e nella verità. La conoscenza che la Legge dà di Dio è nell’oscurità della nube, la rivelazione evangelica è nell’intimità della natura divina della quale sono diventati partecipi i credenti in quanto generati da Dio.

PREGHIERA DEI FEDELI

Illuminati dalla duplice nascita del nostro Salvatore, quella eterna dal seno del Padre prima della stella del mattino e quella nel tempo dalla Vergine Maria, preghiamo insieme:

Ascolta, o Padre, la nostra preghiera.

  • Perché la bellezza e santità del Verbo fatto Carne risplenda nel volto della Chiesa e illumini ogni uomo, preghiamo.
  • Perché contemplando le bellezze della natura gli uomini si elevino alla contemplazione dell’artefice di tutto il creato, preghiamo.
  • Perché l’avidità del potere e delle ricchezze non deturpino il patrimonio di tutta l’umanità nei singoli popoli, preghiamo.
  • Perché tutti gli uomini di ogni condizione possano partecipare ai beni della madre comune, la terra, preghiamo.
  • Perché la nascita di Gesù sia accolta con gioia in ogni nascita e nessun bimbo concepito o nato sia destinato alla morte dall’aborto, dalla fame, dalla malattia e dalle guerre e dalle discriminazioni, preghiamo.
  • Perché camminiamo con speranza nel nuovo anno e fondiamo la nostra fiducia nell’amore del nostro Dio, che non ha esitato di donarci il suo Figlio unigenito, preghiamo.

Padre di eterna gloria, che nel tuo unico Figlio ci hai scelti e amati prima della creazione del mondo e in lui, sapienza incarnata, sei venuto a piantare in mezzo a noi la tua tenda, illuminaci con il tuo Spirito, perché accogliendo il mistero del tuo amore, pregustiamo la gioia che ci attende, come figli ed eredi del regno.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.